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lpp intervista Mario Cucinella

Luigi Prestinenza Puglisi 25 gennaio 2005 Personaggi Nessun commento su lpp intervista Mario Cucinella
lpp intervista Mario Cucinella

Luigi Prestinenza Puglisi: Cominciamo con lo Star System…

Mario Cucinella: Star System?

lpp: Si, un argomento come un altro, tanto per iniziare l’intervista. Pensi che le star internazionali, afferrando i principali incarichi, impediscano di fatto l’emergere di nuovi talenti?

M.C: Francamente i grandi non li vedo come avversari. Certo, si corre il rischio che si creda che l’architettura nel mondo la facciano solo in dieci. Ma per un altro verso sono dei riferimenti.

lpp: Riferimenti?

M.C: Si hanno una grande capacità di sperimentazione.

lpp: Ma vi è nel loro lavoro anche molto formalismo…

M.C: La forma è anche legata all’istinto ed è una componente della progettazione…

lpp: Tu che rapporto hai con la forma?

M.C: … credo che stia alla fine, non sia un punto di partenza…direi che si trova nelle cose…

lpp: E allora perché nelle tue conferenze fai vedere la foto di un medico che gira per il deserto con un cammello che ha in testa una antenna GPS e sulla gobba un pannello fotovoltaico che assicura l’energia a un frigo che contiene i vaccini per curare i bambini dei villaggi sperduti nel deserto?

M.C: Voglio dire che la forma è un assembramento di elementi diversi che porta a risultati inaspettati. E’ sempre una sorpresa. Non nasce mai da idee geometriche precostituite…

lpp: Un approccio molto poco accademico…

M.C: Mi sono formato fuori dall’università

lpp: Con Renzo Piano?

M.C: Si, ho lavorato con lui

lpp: Che ricordo ne hai?

M.C: Ottimo. Ero giovane. Volevo imparare, mi sentivo quasi una spugna. Cercavo di capire e di rubargli il mestiere.

lpp: Che progetti hai fatto con lui?

M.C: Uno inconsueto: una nave da crociera. La Crown Princess. L’ho seguita sia in fase di progettazione che di cantiere. Poi ho iniziato a lavorare al Lingotto e a molti altri progetti.

lpp: Quale progetto ti ha interessato di più nella tua collaborazione con Piano?

M.C: Tutti e nessuno. Voglio dire che a interessarmi era il metodo, l’aria che si respirava, un approccio diverso da quello italiano che spesso si esaurisce nel bel disegno.

lpp: E se si esclude Piano, chi sono i tuoi architetti preferiti?

M.C: Direi che guardo tutti e non ho un architetto di riferimento. Forse mi piacciono di più le cose che non sono gli architetti a progettare…

lpp: Non sfuggire alla domanda…

M.C: Direi Herzog & de Meuron per l’intelligenza, il talento, il modo originale di lavorare con la materia, le grane, la luce…

lpp: Sono molto bravi, condivido. E poi?

M.C: Devono essere per forza contemporanei?

lpp: Non necessariamente, ma non tirarmi fuori Le Corbusier…

M.C: Guardando un po’ indietro direi Utzon. E non tanto per la Sidney Opera House, un edificio che apprezzo molto ma che ha comportato uno sforzo titanico, quasi al di sopra delle sue energie. Mi entusiasmano le piccole cose di Utzon, i progetti residenziali dove viene fuori una grande delicatezza formale e un atteggiamento libero, essenziale che travalica ogni questione di stile. E poi vi è in lui un rapporto con la natura e il paesaggio: moderno, incantevole…. Si direi proprio che Utzon è  tra i miei preferiti…

lpp: Si studia poco in Italia…

M.C: Si, poco…

lpp: Torniamo a te, tu sei più apprezzato all’estero, dove hai vinto numerosi riconoscimenti…

M.C: Si all’estero c’è più attenzione per quello che faccio, anche sulle riviste

lpp: In Italia come sta l’architettura?

M.C: Non così male. E’ però in una fase embrionale positiva. Finalmente cominciano a vedersi tendenze diverse. E’ finito un monopolio, una eredità che ha monopolizzato in senso tradizionalista l’architettura italiana. Emergono i giovani…

lpp: Tre nomi di giovani che saranno famosi…

M.C: … (silenzio) …

lpp: Fuori i nomi, almeno due…

M.C: Cino Zucchi rappresenta bene la scuola italiana. Sa fare i conti con la tradizione ma allo stesso tempo sa innovare…

lpp: Voglio il  nome di innovatori, non di conservatori sia pure illuminati…

M.C: Non so se è giusto fare un paio di nomi … mi sembra stia emergendo un fenomeno collettivo. Nelle riviste si vedono molti buoni progetti. Ci sono tante cose… si coglie una totalità… Ma se proprio vuoi dei nomi, trovo che Metrogramma sia un gruppo interessante…anche se si sente un certo influsso alla Koolhaas…

lpp: E poi?

M.C: Open Building Research (OBR), sono di Genova. Ma vorrei tornare a quanto ti dicevo prima: più che singole individualità si tratta di un nuovo clima culturale. Ho apprezzato per esempio la guida sulla Sicilia orientale apparso sul primo numero di A10. Ho visto, infatti, che anche in una regione che prima era marginale nel dibattito architettonico si realizzano opere molto interessanti. Sono rimasto colpito per esempio da Marco Navarra. E poi mi piace molto anche il bar 747 di Leonardo Annecca. Si sente un’aria nuova. Non sembra neanche di stare a Siracusa. Potrebbe essere un bar di Londra.

lpp: Segno della globalizzazione galoppante?

M.C: No, no. Segno di un clima culturale molto fervido.

lpp: Torniamo ai tuoi riferimenti storici. Fammi il nome di un architetto molto importante nella tua formazione…

M.C: Renzo Piano

lpp: Veramente intendevo qualcuno più indietro nel tempo, per esempio Mies, Le Corbusier, Gropius… ma visto che ci siamo… perché Renzo Piano?

M.C: Credo che abbia dimostrato una capacità straordinaria di passare dall’High  Tech di un edificio molto importante come il Centro Pompidou a Parigi  a un rapporto più intenso con gli utenti e la natura. Insomma è riuscito a umanizzare la tecnologia.

lpp: E’ quello che io chiamo High Touch, cioè un’architettura che evita gli eccessi della tecnologia ma senza cadere negli estremi dell’ organicismo e dell’espressionismo.

M.C: Si, e in più con una dimensione artigianale del lavoro aperta alla sperimentazione di tecniche e materiali.

lpp: Come è il tuo rapporto con l’università italiana?

M.C: Ottimo

lpp: Ottimo?

M.C: Si ottimo, insegno a contratto e in un certo senso sono esterno alla struttura…

lpp: Cosa insegni?

M.C: Tecnologia. Faccio un corso molto semplice dove mi focalizzo su poche cose ma concrete. Faccio costruire agli studenti dei modelli in scala al vero per poter sperimentare direttamente. Pochi riferimenti ad architetti alla moda, molta intelligenza tecnica e manualità.

lpp: Anche nel tuo lavoro professionale tu usi molto i laboratori…

M.C: Si, al mio ufficio è annessa una falegnameria. Inoltre abbiamo fatto molte sperimentazioni nei laboratori specializzati, cosa abbastanza inconsueta in Italia. Per esempio abbiamo studiato l’illuminazione di un quartiere che stiamo realizzando a Piacenza direttamente sui plastici, facendo ricorso al cielo artificiale dell’Università di Cardiff.

lpp: Parlami degli inizi della tua attività…

M.C: Nel 1992 ho messo su uno studio a Parigi…

lpp: A Parigi?

M.C: Si era uno dei pochi posti al mondo dove si facevano numerosi concorsi di architettura e si dava spazio ai giovani. In Italia allora tutto era fermo. Abbiamo vinto alcuni premi e con questi mantenevamo lo studio.

lpp: Quindi bisogna credere ai concorsi…

M.C: Si, sono una importante opportunità. Un ottimo modo per affacciarsi alla professione.

lpp: Hai continuato a lavorare all’estero…

M.C: Si, adesso stiamo seguendo un progetto sperimentale a Pechino.

lpp: Come si lavora in Cina?

M.C: E’ un ambiente estremamente dinamico. Ma forse vi è troppa fretta. E gli edifici che si stanno realizzando da quelle parti non sono tutti di buon livello qualitativo. Con il nostro progetto vorremmo dimostrare che puntare sulla qualità premia.

lpp: Dammi tre ragioni per le quali i cinesi dovrebbero apprezzare il vostro edificio.

M.C: Innanzitutto, perché non è un cubo ma una costruzione articolata con incantevoli terrazze. In secondo luogo perché cerca di proporsi non come una scatola ma come un paesaggio in parte artificiale in parte naturale. E infine perché è intelligente dal punto di vista ambientale, riduce i consumi e le emissioni di anidride carbonica.

lpp: Quale è l’edificio che hai realizzato al quale sei più affezionato?

M.C: Gli uffici direzionali per iGuzzini nelle Marche.

lpp: Perché?

M.C: E’ il primo lavoro importante. Quando costruisci per la prima volte una costruzione importante ti sembra di non esserne capace. E quando ce la fai è una sorpresa che ti ha una soddisfazione infinita.

lpp: E un edificio interessante anche dal punto di vista ambientale…

M.C: Si è un edificio che sfrutta l’ambiente per ridurre i consumi energetici.

lpp: Mi hanno detto che all’inizio ci sono stati dei problemi.

M.C: Dal punto di vista dell’illuminazione e della ventilazione nessuno. Qualche problema è venuto invece dalla scelta dell’open space. Coloro che lavorano nell’edificio avrebbero voluto spazi più racchiusi e isolati dal punto di vista dei rumori e della privacy.

lpp: L’open space non è piacevole

M.C: Non è necessariamente vero. Recentemente abbiamo realizzato gli uffici tecnici della Uniflair a Conselve, in provincia di Padova, e, addirittura, abbiamo previsto un tavolo lungo 150 metri nel quale lavorano 200 persone.

lpp: E non escono pazzi?

M.C: No perché abbiamo previsto alcuni accorgimenti per evitare al massimo i rumori: per esempio abolendo, grazie alla tecnologia Blue Tooth, le suonerie. E poi le persone imparano ad adattarsi alle condizioni spaziali. Si creano nuove relazioni.

lpp: Come in una catena di montaggio…

M.C: Si ma una catena di montaggio postindustriale dove non si assembla una automobile ma si montano idee e le idee nascono dallo scambio e dal confronto…

lpp: Quando l’avete inaugurata?

M.C: A ottobre 2004

lpp: E coloro che vi lavorano?

M.C: Dopo un primo momento di stupore appaiono soddisfatti.

lpp: Passiamo ad un altro argomento. Quale è la tua rivista preferita?

M.C: National Geographic

lpp: Intendevo di architettura…

M.C: The Plan e Architectural Review perchè una delle pochissime che non pubblica solo il lavoro dello Star System ma anche le cose che piacciono al direttore, Peter Davey.

lpp: Anche i tuoi progetti…

M.C: Si anche i miei….

lpp: Davey è un tipo interessante…

Si e mi ha insegnato molto.

lpp: Per esempio?

M.C: Quando mi ha invitato nella giuria di un concorso dal titolo Emerging Architects, ho osservato che lui osservava e sceglieva i lavori con grande intuito e senza rimanere influenzato dai nomi.

lpp: Quale è il tuo libro favorito?

M.C: Ne posso dire due?

lpp: Certo…

M.C: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. L’ho letto tante volte e ogni volta ho trovato suggerimenti utili per un architetto.

lpp: E l’altro?

M.CL’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Insegna la pazienza ed è anche illuminante nel metter in luce il rapporto tra l’uomo e la natura.

lpp: Lavori futuri dello studio…

M.C: Un businnes park per la Pirelli Real Estate. Abbiamo evitato di disegnare blocchi edilizi tradizionali per progettare un paesaggio artificiale, un terreno che assume una nuova forma.

lpp: E poi?

M.C: La cantina Midolini nel Friuli.

lpp: In questo periodo se ne fanno tante in Italia e all’estero. Quale vi ha colpito di più di quelle già realizzate?

M.C: Quella di Herzog & de Meuron a Napa Valley

lpp: Dovevo aspettarmelo…

M.C: E poi stiamo facendo la nuova sede del comune di Bologna.

lpp: Ma come, dopo le vicissitudini del vostro padiglione espositivo nel Centro Storico non eravate nel libro nero del comune?

M.C: No, ad opporsi al padiglione sono stati alcuni cittadini e, incredibilmente, architetti.

lpp: In Italia non si può costruire nulla di nuovo nei centri storici, neanche un padiglione trasparente, senza scatenare il putiferio…

M.C: Si manca una sensibilità al nuovo.

lpp: E poi si trattava di un progetto di dimensioni contenute e molto rispettoso del contesto…

M.C: Riviste  e critici d’architettura internazionali si sono schierati con noi, ma alla fine credo che l’opera sarà smontata e trasferita altrove, forse in periferia.

lpp: L’altra partner dello studio MCA è Elisabeth Francis. Un nome non italiano…

M.C: Si è irlandese ed è anche mia moglie

lpp: Non sarai anche tu uno dei tanti architetti maschilisti che lavora con la moglie ma poi si prende i meriti del lavoro? Tra l’altro vedo che sei siciliano come me…

M.C: No…no.. cioè…si sono siciliano … ma il rapporto con Elisabeth è assolutamente paritetico

lpp: A studio chi comanda?

Dipende dagli argomenti. Io seguo di più l’architettura, lei si occupa di più della macchina organizzativa e dei progetti di ricerca con l’Unione Europea.

lpp: Vi sono altri stranieri a studio?

M.C: Irlandesi, francesi, brasiliani e israeliani

lpp: Quanti siete in tutto?

M.C: 25

lpp: Se qualche giovane architetto che legge A10 volesse fare un tirocinio nel vostro studio?

M.C: Accettiamo con piacere stage e nuove collaborazioni.

lpp: Che deve fare?

M.C: Mandare un curriculum. Rispondiamo sempre.

lpp: Dammi, per concludere, tre parole per il futuro…

M.C: Per l’Italia direi: opportunità. Non ce ne sono abbastanza e occorre crearle…

lpp: E le altre due?

M.C: Mi fai soffrire… non saprei…

lpp: Basta allora una…

M.C: Energia, è una parola che mi piace anche perché può essere usata in tanti sensi e può dire molte cose.

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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