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Le sintesi complesse di Michele De Lucchi

Luigi Prestinenza Puglisi 29 gennaio 2010 Opere Nessun commento su Le sintesi complesse di Michele De Lucchi
Le sintesi complesse di Michele De Lucchi

Due lampade da tavolo hanno avuto, nella recente storia del design, un successo straordinario. La Tolomeo di Michele De Lucchi e la Tizio di Richard Sapper. Per diverso tempo le mie preferenze  sono andate alla seconda. Almeno sino a quando la Tizio ha cominciato ad innervosirmi proprio a causa della sua perfezione: intendo quell’equilibrio di pesi e contrappesi su cui è organizzato il disegno; tanto perfetto che ha richiesto anche la rinuncia al tradizionale filo elettrico. La Tolomeo non rinuncia al filo, che però si intravede con calcolato effetto solo  tra gli snodi, e ogni tanto la devi regolare stringendo oltre misura la rotella tra i due bracci per non farla precipitare sul tavolo. È, inoltre, più spiazzante della Tizio, dove tutte le parti sono tra loro coerenti, perchè termina con un funzionale ma non modernissimo “cappello” che stride rispetto sua logica strutturale del fusto, fatta di esili tiranti, e vagamente high tech.

Direi che proprio questa complessa semplicità è una delle ragioni principali del suo successo. La rende il manifesto di un atteggiamento insieme domestico, disincantato ed elegante. Di ricerca di nuove sintesi e, insieme, della certezza del loro carattere parziale e precario.  Ma solo in apparenza perché, mettendo in scena il felice convivere di tensioni opposte, De Lucchi riesce ad ottenere, per uno strano paradosso della storia delle forme, un’opera non solo di grande successo ma anche duratura. Come testimonia il fatto che la lampada è in produzione oramai da quasi 25 anni ed ha venduto diversi milioni di pezzi.

Credo che la prospettiva dell’equilibrio precario e fuggevole tra principi diversi e concorrenti sia una chiave più generale attraverso la quale si possa tentare una lettura del lavoro di Michele De Lucchi. A suggerirlo sono, per esempio, una lezione tenuta nel 2009  all’università di Ferrara dal titolo volutamente contraddittorio “I nostri orribili meravigliosi clienti” e il tenore delle interviste in cui l’architetto, piuttosto che prendere partito pro o contro la natura, la tecnica o altre questioni che paiono richiedere una risposta univoca e decisa, propone sintesi più complesse. E, per esempio, dichiara di “amare appassionatamente la tecnologia” ma allo stesso tempo di rifiutarne la caratteristica principale e cioè la sua “ faccia così presuntuosa ed aggressiva”, con il desiderio di farla diventare “amabile e felice”.  Salvo poi a spiazzare gli interlocutori con i raffinatissimi disegni tremolanti, con i modellini in legno massiccio che paiono non avere età e con l’approntamento di una baita di montagna neotradizionalista, pubblicata con gran risalto sul sito dell’architetto e, infine, con il suo stesso aspetto antitecnologico caratterizzato da una folta barba tolstoiana.

Un altro aspetto che colpisce chi si accosta al lavoro di De Lucchi è la mancanza di un approccio linguistico immediatamente riconoscibile. Nel senso che, diversamente da altri protagonisti dell’attuale momento architettonico – si pensi per esempio all’americano  Tom Mayne o alla anglo irachena Zaha Hadid – le opere dell’ italiano non sono contraddistinte da forme e figure tali da renderle facilmente riconoscibili. Nei suoi progetti compaiono a volte materiali antichi, a volte moderni, alcuni sono colorati, altri più rigorosi ed essenziali, qualcuno scandito da forme equilibrate ed arcaiche, altri da effetti più dinamici e contemporanei. Viste, però, nel loro insieme, le opere prodotte dallo studio De Lucchi individuano ciò che non esiterei a definire una moderna ecologia.  Che va oltre i temi ambientalisti della semplice riduzione dell’anidride carbonica e del risparmio sui consumi di gasolio, per affrontare con una prospettiva ampia la questione del benessere, un argomento più sfaccettato e tale da coinvolgere, mettendoli a volte in crisi, gli schizofrenici rapporti  che oggi esistono tra il mondo dei consumi e quello dell’innovazione.

A scanso di equivoci chiariamo subito che De Lucchi non è un anti-consumista. Lo ha dichiarato più volte e, del resto, sarebbe singolare che una persona che ha scelto di puntare gran parte della sua attività  sul design e sull’industria lo fosse. Ma per evitare che il consumo da fattore propulsivo si trasformi in una jattura, sa bene che il design  non può limitarsi ad attivare un circolo autoreferenziale dove il desiderio punta a generare solo altri desideri. Invece deve diventare fattore di pulizia e di ordine, unendo, per quello che è possibile, ciò che si dà come separato; chiarificando ciò che è caotico e confuso; materializzando gli aspetti che appaiono sfuggevoli ed evanescenti; recuperando le qualità là dove sono state perse; alleggerendo ciò che appare grave e pesante; ricostruendo una sia pur provvisoria centralità del soggetto in quegli ambiti dove le forze tecniche e produttive fanno di tutto per comprometterla. L’atteggiamento non è dunque rivoluzionario – anche se porta alla rivoluzione di alcuni approcci progettuali- ma riformista. E si muove lungo un binario che da tempo le industrie più intelligenti hanno fatto proprio, intuendo che al pubblico più che un prodotto straordinariamente performante  ne occorre uno tale da suscitare empatia ed affezione. Non è un caso, del resto, che De Lucchi abbia avuto come maestri Andrea Branzi, Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass e cioè quei protagonisti del design italiano che più di altri  hanno contribuito a chiarificare questo orizzonte e che negli anni ottanta abbia partecipato allo studio Alchimia e al gruppo Memphis, e cioè a due degli esperimenti più interessanti per superare il funzionalismo industriale e porre al centro del processo progettuale l’utente con i suoi bisogni psicologici, affettivi e simbolici.

Tra le varie direzioni di ricerca che oggi lo studio De Lucchi persegue, tre appaiono come le più rilevanti: i servizi per le corporation, per la cultura e per gli spazi pubblici. Tra i lavori per le corporation, il progetto per la nuova immagine delle Poste Italiane è credo tra i più meritori, almeno a giudizio di chi si ricorda ancora lo stato penoso in cui versavano, prima del restilyng, gli uffici postali. L’obiettivo, in linea con quanto di meglio c’era in Europa e con un occhio particolare all’esperienza francese, è stato  di trasformare, a livello di immagine, un’istituzione pachidermica e polverosa in una efficiente e accattivante. Ciò è avvenuto attraverso la scelta dei colori e con pochi accorgimenti che hanno migliorato il rapporto tra chi stava dietro e chi davanti al bancone. Con mosse che, sorprendentemente, non hanno richiesto investimenti particolarmente impegnativi. Penso per esempio a piccoli uffici di provincia o di periferia che hanno cambiato radicalmente aspetto grazie ai  nuovi colori, all’inserimento di qualche adesivo e  allo spostamento dei mobili, magari mettendone al posto giusto uno nuovo. Non meno interessante è il lavoro svolto per Banca Intesa, a partire dal ridisegno del logo che ha svecchiato con i colori dell’arcobaleno l’immagine di una  sin troppo ingessata banca-istituzione.  Trasformazioni non meno radicali hanno interessato le sedi e le agenzie che sono state rese insieme accoglienti e trasparenti per dare ai clienti la sensazione di vivere un rapporto se non familiare, almeno più paritario. La trasformazione, negli edifici storici, pur ridimensionando il peso dell’antico, non lo ha annullato. E ciò in linea con l’ approccio dello studio De Lucchi che consiste nell’evitare i pericoli opposti del “come era e dov’era” e della riscrittura radicale della preesistenza attraverso il nuovo per dimostrare che anche il vecchio può essere attualizzato e umanizzato. Con una operazione di demonumentalizzazione estremamente interessante ma che, come nel caso della sede romana della Banca Commerciale, può creare, almeno a giudizio di chi scrive, una sensazione di straniamento a causa della resistenza dell’impianto originario che, nato per intimorire e comunicare idee di solidità e permanenza, poco si prestava a diventare un dispositivo persuasivo e user friendly.

Vi è infine l’obiettivo – lo si vede per esempio con l’approntamento di agenzie per istituzioni bancarie che oramai operano prevalentemente on line- di materializzare l’immateriale  e in questo modo rendere tangibile ciò che come il denaro, oramai trasformato in un semplice codice alfanumerico, altrimenti corre il rischio di sfuggire ai nostri sensi, con un conseguente senso di disagio.

Tra i lavori per la cultura sono emblematici gli interventi nel palazzo della Triennale di Milano. Vi introducono nuove funzioni caratterizzandole come tali ma senza generare scontri con  lo storico edificio disegnato da Giovanni Muzio. Da qui l’idea, per esempio, di una sottile passerella, che vola sopra lo scalone monumentale o di uno scalone in legno che dialoga con i portici prospicienti il giardino. Mentre il restyling del bar ristorante prevede un bancone sul quale allestire piccole mostre, con il fine di rendere memorabile, anche attraverso la vista, l’esperienza gastronomica e, così facendo, generare valore aggiunto.

Tra gli spazi pubblici ricordiamo le sistemazioni dell’ accoglienza delle stazioni di Francoforte e di Aschaffenburg in Germania. Dimostrano che in contesti fortemente caratterizzati  dal rumore, dalla frenesia e da un certo degrado, si può inserire un elemento di modernità e di civiltà, ricorrendo a materiali trasparenti e alla luce. L’obiettivo, anche in questo caso, è fare in modo che l’utente non si senta sperso, si ritrovi e possa placare, sia pure per un istante, l’ansia che altrimenti lo divorerebbe.

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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