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Artificialmente architettura

Artificialmente architettura

Naturalmente architettura

Due termini sono opposti se “stanno di fronte, dall’altra parte rispetto a un punto o a una linea di riferimento” come per esempio buono e cattivo, bianco e nero. Sono invece contraddittori se si escludono a vicenda: per esempio A e nonA.

Sulla differenza tra i termini opposti e i contraddittori sono state scritte pagine e pagine di autorevoli filosofi. Segno questo che è prudente non addentrarsi troppo nell’argomento. Mi limiterò quindi ad accettare, senza discuterla troppo, la tesi avanzata a suo tempo da uno di loro che le opposizioni convivono e si mescolano  mentre la contraddizione vuole che una formula sia o vera o falsa e si applichi il principio del terzo escluso.

Normalmente non facciamo fatica a distinguere gli opposti dai contrari. Perché i primi li incontriamo nella realtà di tutti i giorni (c’è il bianco e c’è il nero, si può essere bianchi e neri, ci sono gradi intermedi di grigio), mentre i secondi fanno parte del ragionamento astratto della logica e/o della matematica  e, appunto, A o nonA  e tertium non datur.

Ci sono però dei termini che ci ingannano perché appaiono come oppositivi ma in realtà sono contraddizioni logiche mascherate . Prendiamo per esempio essere e nulla.  Sembrerebbe un’ opposizione reale ma la si può capire solo se la si pensa come contraddizione logica e cioè si consideri il nulla come  un sinonimo di non-essere. Se infatti fosse un’opposizione reale avremmo il pasticcio che l’essere non sta, come vorrebbe la definizione,  di fronte al nulla ma lo contiene perché se il nulla esistesse dovrebbe pur essere un essere.

E’ il famoso paradosso del miracolo di Wittgenstein il quale, lo ricordo, sosteneva che se un miracolo si dà vuol dire che non è un miracolo. La ragione è che se esiste l’insieme natura, qualsiasi altro evento che appare nel mondo deve essere compreso al suo interno. Ergo se un evento miracoloso appare nella natura vuol dire che non è miracoloso ma appunto naturale.

La natura, e veniamo al tema che volevo trattare in questa sede, è uno di quei termini che non ammette opposti, perché, per sua definizione, è esclusiva e onnicomprensiva. E se non ammette miracoli, immaginiamoci se, come vorrebbero gli sprovveduti ambientalisti, riesce ad ammettere come opposto il termine artificiale. E quindi con la stessa coerenza con la quale Wittgenstein scacciava i miracoli, noi dobbiamo avere il coraggio di bandire dal nostro lessico, o quantomeno riportare ad un significato più accettabile, questo termine. Se non altro per il fatto incontrovertibile che artificiale è prodotto dall’uomo che è un essere naturale e quindi è, per la proprietà transitiva, esso stesso un prodotto della natura.

Il peccato originale

A questo punto si potrebbe obiettare che il mio è un ragionamento capzioso e che se l’uomo è un prodotto della natura, la tecnologia è il prodotto dell’uomo che è tutt’altra cosa.  Si aggiungerà che almeno sino a un certo momento, l’uomo operava con rispetto alla terra. Mentre è da poi che sono successi i guai.

Sembrerebbe una buona obiezione, se non che anch’essa ci conduce in un vicolo cieco.  Perché credere al peccato e cioè all’abbandono della naturalità? E poi, quando dovremmo far cominciare la storia che segue il peccato? Dal momento in cui gli uomini inventarono la tecnica, come vorrebbe Severino? Oppure con gli antichi romani che con il territorio non ci andavano tanto leggeri? Con la civiltà urbana? Con la rivoluzione industriale stigmatizzata da Marx e Engels o da Dickens? Con l’inurbamento seguito alla seconda guerra mondiale?

No, credo che questa distinzione tra naturale e artificiale non porti da nessuna parte. Al più esprime una protesta, non priva di ragioni, per le cattive progettazioni, per la mancanza di programmazione, per le speculazioni, per le mostruose idee architettoniche di alcuni architetti; insomma per tutti gli errori che sono stati connessi con il fare umano. Nello stesso tempo denuncia il bisogno di vivere in spazi più verdi e meno compressi e forse anche un bisogno di semplicità contro la pervasività delle nuove tecnologie.

Si tratta però di un’idea confusa che può servire per sfondare una porta aperta ma che, allo stesso tempo, corre il rischio di diffondere la pericolosa mitologia secondo la quale l’uomo, afflitto dal peccato originale dell’artificialità (questa tecnica che lo separa dalla sua condizione primigenia), debba abbandonare i propri strumenti intellettuali e ritornare tra le braccia di madre natura.

Artificialmente architettura

Proprio per evitare l’ equivoco, proviamo allora a utilizzare la parola artificialità intendendola invece che in forma oppositiva, più semplicemente, come un prodotto naturale.

Il cambiamento di punto di vista ci permette, a mio avviso, di smascherare un altro equivoco, questa volta legato alla disciplina dell’architettura. E cioè che i progettisti che oggi si occupano di verde siano anti-architetti, per distinguerli da quelli del passato che si erano persi dietro ai muri, il ferro o il cemento armato.

E invece Palladio, per citare solo un architetto del rinascimento, esaltava la natura con parole che sarebbero piaciute a un ambientalista integralista dei nostri giorni. Le cupole geodetiche di Buckminster Fuller sono nate studiando la natura e per proteggerla. Ed è fin troppo nota la posizione di Le Corbusier sulla Ville Verte o di Wright per Brodoacre City.  Quindi direi basta con questa fesseria che vuole gli architetti schiavi della cementificazione. Mentre sarebbe più onesto considerare i loro sforzi come indirizzati a trovare le migliori condizioni di habitat possibili, a partire dalle tecnologie e dalle risorse economiche a disposizione.  Ovviamente commettendo, come in tutte le attività umane, errori e omissioni.

Sin qui credo di sfondare una porta quasi aperta.  Meno scontata è invece l’osservazione che anche i più integralisti cultori della sostenibilità, dell’ecologia e del verde, pur credendo di muoversi sul versante della natura, in realtà si adoperano su quello dell’artificialità, e ciò proprio in considerazione del fatto che, come abbiamo osservato, i due termini sono tra loro non oppositivi ma comunicanti.

Il verde come materiale da costruzione

Il verde -e questa è forse la caratteristica più rilevante delle ricerche contemporanee- adoperato come materiale da costruzione è oggi manipolato, forzato, sottomesso a criteri progettuali e utilitaristici né più né meno di quanto avviene con altri materiali giudicati più artificiali.

Pensiamo per esempio alle palazzine verdi disegnate da Stefano Boeri a Milano che tra l’altro è una bella idea ripresa tale e quale da Emilio Ambasz e James Wines: poveri alberi costretti in enormi fioriere in una situazione al limite dell’ innaturalità. Oppure si osservino le pareti verdi, quali per esempio, quella realizzata dai paesaggisti di Jean Nouvel al Quai Branly o al Caixa Forum di Madrid da Herzog & de Meuron: sono contrappunti alla durezza delle pareti dell’edificio. La stessa passione – a mio avviso esagerata- che oggi si ha per gli orti urbani non è che un pretesto per sperimentare nuove sensazioni estetiche radical chic che poco hanno a che vedere con il mito dell’uomo e della natura incontaminati. E se volessimo utilizzare i termini della Critica del giudizio non faremmo fatica a vedere che oggi, dopo la parentesi del sublime introdotta dall’architettura decostruttivista, trionfi l’estetica del pittoresco: semplicità, verde, varietà. Vi sarebbe infine da accennare alle tecnologie digitali che invece di allontanare dalla natura, ci arrivano attraverso algoritmi che mettono in discussione la geometria platonica con forme che rassomigliano a quelle naturali.  O al complesso fenomeno che sta portando in edilizia alla produzione di componenti animati e, in un certo senso, intelligenti, cioè in grado di fornire feedback.

Insomma, non voglio apparire cinico ma mi sembra che il recente movimento che ha a gran voce rivendicato il primato della natura sull’architettura in realtà abbia ottenuto l’effetto opposto: e cioè che sia stata ancora di più la natura a essere assorbita dall’architettura diventandone in modo credo oramai definitivo uno dei suoi materiali.

 

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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