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Dio ci salvi dal realismo di Maurizio Ferraris

Il manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris è un libro deludente a partire dal suo assunto iniziale: recuperare l’ontologia.

Perché sembra far compire alla ricerca filosofica un passo indietro di quasi duecento anni.

Ferraris rivendica la realtà delle cose. E la rivendica contro la tesi decostruzionista, fatta propria da troppa filosofia contemporanea, secondo la quale non ci sono fatti ma solo interpretazioni.

Dice Ferraris: una sedia è una sedia indipendentemente dal fatto che io la pensi. E cadere nel vuoto fa male, per quanto io creda di essere una foglia. E la mente deve accettare questa realtà tanto è vero che, a prescindere da tutto quello che posso pensare o sperare, se mi distraggo la sedia sta ancora là e se mi butto dall’aeroplano senza paracadute sono certo di morire.

L’insistenza di Ferraris su questi esempi è fastidioso perché credo che non ci sia persona al mondo – se non qualche filosofo o qualche pazzo – che voglia affermare il contrario. Non abbiamo mai visto alcuno che creda di far scomparire la sedia con il pensiero o che abbia deciso di lanciarsi nel vuoto solo per provare che il mondo può essere assoggettato ai propri desideri (a proposito in certe argomentazioni di Ferraris sembra  di rileggere le affermazioni ugualmente scontate di due pessimi libri di filosofia: l’ Antidühring di Friedrich Engels ed il Materialismo ed empiriocriticismo di Vladimir Lenin dove con la stessa granitica certezza, alle filosofie non realiste si rispondeva con il buon senso comune).

D’accordo, c’è un mondo che percepiamo come a noi esterno perché è resistente, diversamente dai pensieri che li possiamo aggiustare come ci piace, piegandoli alla nostra volontà. Nessun uomo sensato pensa di attraversare un muro o di lanciarsi contro un treno in corsa.

Ma Ferraris non può certo credere che coloro che non sono realisti si riconoscano nella frase di Nietzsche, ripresa recentemente da Gianni Vattimo, secondo la quale non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Insomma non è detto che chi non accetti il realismo pratichi ilpensiero debole o le sciagurate filosofie di Nietzche, Heidegger o Gadamer.

Ferraris sostiene che una sedia bianca è una sedia bianca. E sembra dimenticare che anche dire che una sedia bianca è tale implica uno sforzo di concettualizzazione. Quale è la differenza tra una sedia e uno sgabello e tra questo e una poltrona? Una sedia con i braccioli è ancora una sedia o una poltroncina? E poi cosa vuol dire bianco? Bianco color latte è bianco? E bianco ghiaccio? E il bianco lucido è lo stesso di bianco opaco? E per misurare il bianco non occorre fare riferimento a una scala cromatica e a un modo di vedere e di concettualizzare il mondo?

Si, risponde Ferraris, ma comunque tu ci ti siedi e ci si sdraia anche il gatto che tutti questi problemi non se li pone.

Appunto: non se li pone perché non fa riferimento ad alcun principio di realtà. Non si pone il problema di cosa sia la sedia in sé e opera solo a livello relazionale. Vede che tra lui e la sedia si può attivare una relazione.

E allora è tutto interpretabile? No, nel senso che io mi ci posso sedere, il gatto sdraiare ma già non lo può fare, che so, l’elefante.

Proviamo allora a capovolgere la frase di Nietzsche e sostenere che non ci sono interpretazioni ma solo fatti. Nel senso che noi, proprio per sfuggire dal non senso e dalle frustrazioni dell’arbitrio, cerchiamo di trovare regolarità, ripetizioni, leggi, insomma certezze: fatti.

Ma i fatti, contrariamente a ciò che sembra pensare Ferraris, sono probabili, molto probabili, a volte addirittura sicuri ma non veri.

Perché non ha senso parlare di vero nel mondo empirico. Il vero esiste solo nel mondo ideale, della logica e della matematica.

Se io strappo il libro di Ferraris è sicuro che il libro non si potrà più leggere (a meno di un certosino lavoro di ricostruzione).

Mentre invece l’affermazione: io sono mortale è assolutamente vera se è vero che tutti gli uomini sono mortali e se io sono un uomo. E lo è vera perché è vera logicamente e non empiricamente.

Ciò che è probabile, molto probabile o sicuro postula una verifica empirica. Ciò che è vero no.

Ferraris se la prende contro le filosofie costruzioniste e sembra anche con Kant, che non credeva alla possibilità di avvicinare la cosa in sé e pensava che tutta la conoscenza è costruzione.

Ferraris inoltre parla dei fatti come se fossero incontrovertibili.

Eppure l’analisi dei fatti ci mostra che anche quelli più sicuri possono, a volte, essere messi in discussione.

Quale fatto appare più sicuro dell’impossibilità di andare a ritroso nel tempo? Eppure la fisica odierna, lavorando con i buchi neri, sembra oggi ammettere questa ipotesi.

Il postmodernismo, tra i suoi infiniti difetti (che Ferraris fa bene a criticare) ha avuto due meriti (meriti oltretutto non ascrivibili solo alla filosofia postmoderna).

Primo. Sostenere che le teorie sono invenzioni dello spirito. Anche se poi non ha sottolineato con il sufficiente rigore che il fatto che siano invenzioni non toglie nulla al fatto che poi il fatto debba essere costruito come fatto e cioè che debba portare a una certa sicurezza. Perché una teoria senza riscontro empirico non serve a nulla.

Secondo. Sostenere che le teorie vivono in eterna competizione anche negandosi a vicenda. Anche se poi non vuol dire certo che debbano esserci paradigmi incommensurabili come una certa lettura, oltretutto a mio parere superficiale, di Thomas Kuhn faccia pensare. In proposito appare molto più feconda la teoria dell’ultimo Paul Feyerabend secondo la quale non sono i paradigmi ma le ambiguità già presenti nelle teorie esistenti che permettono, una volta sciolte, lo sviluppo di nuovi modi di vedere il mondo.

A questo punto cosa rimane dell’ontologia e del realismo di Ferraris?

Direi poco e nulla. Forse solo la buona ipotesi che, se non vogliamo fare la figura dei fessi, è meglio non gettarci dall’aereo senza paracadute.

(Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Editori Laterza, Bari 2012)

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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