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Contro la autonomia: steccati disciplinari

Fino al novecento il concetto di autonomia è stato considerato di notevole importanza per la definizione di una disciplina. Che per avere valore doveva essere, appunto, autonoma rispetto alle altre. In base a un ragionamento semplice quanto efficace: se una disciplina non si differenzia per un approccio peculiare, allora è bene che sia inglobata all’interno di un’altra.

Su questo concetto, per esempio, è fondato il  libro Saper vedere l’architettura di Bruno Zevi.  Il libro parte da una domanda: cosa garantisce all’architettura quel particolare approccio che la rende unica ed interessante e, quindi, autonoma? La risposta di Zevi è: lo spazio. Solo l’architettura lo costruisce, a differenza, per esempio, della pittura che lo finge e della scultura che questo problema non se lo pone. L’approccio di Zevi  non era privo di difficoltà. Data una così rigida definizione dell’autonomia dell’architettura, alcuni fenomeni, considerati storicamente architettonici, facevano fatica ad esservi compresi: lo spazio urbano, il tempio greco, la piramide, l’obelisco. Da qui una serie di artifici per passare da una definizione forte di spazio (lo spazio interno, cioè completamente racchiuso) a una più debole e inclusiva. Soprattutto perché con il sopraggiungere delle rivoluzioni degli anni sessanta e settanta (il libro fu pubblicato nel 1948) i confini tra pittura, scultura, architettura, nuovi media sono diventati sempre più labili; e la cosiddetta ibridazione ha prodotto inaspettati materiali di grande valore.  Identico fenomeno di erosione degli steccati disciplinari è avvenuto anche nei campi extra artistici.  I filosofi della scienza, per esempio, hanno messo in crisi l’autonomia della scienza e della filosofia ipotizzando che i confini tra creazione artistica e razionalità scientifica sono sempre più sottili, se non inesistenti.  Per non parlare del fatto che gli stessi scienziati, anche afferenti a discipline storicamente considerate come le più stabili, oggi non saprebbero definire esattamente in cosa consiste il proprio campo di ricerca: oramai tutti si definiscono storicamente, sociologicamente e tautologicamente. Si afferma, infatti, che per esempio la fisica è ciò che viene studiato come tale dalla comunità dei fisici. Esattamente come l’arte è  ciò che la comunità artistica definisce come tale.

Insomma: ovunque, da diversi decenni a questa parte, si assiste a un rimescolamento fertile e produttivo dei punti di vista.

E allora?  Mentre in tutti i campi del sapere si scoprono le enormi  potenzialità di approcci che mirano all’abbattimento degli steccati disciplinari , un gruppo di architetti sostiene che, invece, bisogna tornare all’autonomia dell’architettura, alla rigida delimitazione dei suoi confini. E quello che è peggio è che lo fa riferendosi a principi molto meno pertinenti di quello spaziale zeviano, che  può essere ancora estremamente utile, almeno in prima approssimazione, per aiutare a inquadrare un così complesso campo di fenomeni come è quello architettonico.

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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