prestinenza.it
 

Architettura è arte

Luigi Prestinenza Puglisi 29 marzo 2014 Questioni di teoria Nessun commento su Architettura è arte

Architettura è arte

Ecco il testo  redatto per il libro Translating Rooms, nuove tecnologie dell’abitare a cura di Fabrio Briguglio e Patrizia Ferri ( Gangemi Editori, Rma 2008). Lo scritto e’ stato rielaborato a partire dal testo Arte e’ architettura scritto in occasione della mostra Arte e architettura, svoltasi a Roma nel 2001 e curata da Massimo Locci.

Quando Gordon Matta Clark  bucava pareti, tagliava in due  case unifamiliari  o estraeva  frammenti  di muri o solai per mostrarli in un museo – alludo ai Bronx Floors del 1972- compiva una performance non una attività edilizia. Sono un artista, affermava.Non un architetto. E lo sottolineava in ogni occasione, forse per evitare l’ equivoco che poteva derivare dal fatto di avere studiato architettura e inventato, per descrivere le sue attività, la parola anarchitettura. Ma, proprio perché lavorava all’esterno della disciplina, dava una tra le chiavi di lettura più interessanti per capire lo spazio costruito. La più efficace, a mio giudizio, veniva dall’opera Conical Intersect, quando nel 1975 Matta Clark perfora le abitazioni che presto sarebbero state abbattute per permettere la realizzazione del centro Pompidou a Parigi.  Nelle foto che documentano la performance si vede la struttura del Beaubourg che sta crescendo: più precisamente una parete con le gerberette dimensionate da Peter Rice per conto di Renzo Piano e Richard Rogers. Accanto vi e’ la testata dell’edificio a cui ‘da Matta Clark e’ stato strappato un frammento circolare: la base del cono virtuale che interseca il pieno della costruzione. Beaubourg e Conical Intersect: sono due mondi apparentemente opposti che si confrontano. Da un lato l’hi-tech e dall’altro l’anarchitettura. Eppure, a ben vedere, entrambi perseguono un medesimo obiettivo: la smaterializzazione dell’edificio, il quasi nulla, lo spazio infinito e illimitato, l’abolizione del confine tra dentro e fuori, tra l’arte e la vita. Con la differenza che nei frammenti di Matta Clark c’e’ un surplus piranesiano, una tensione teorica che un architetto che vuole costruire edifici difficilmente può concretizzare: come testimonia la caduta di tensione  che separa i disegni del Piranesi dalla sua unica realizzazione di un qualche significato, il complesso all’Aventino realizzato per i Cavalieri di Malta.

Robert Smithson è un artista ancora più distaccato dalla concretezza della costruzione. Realizza però frammenti di paesaggi indimenticabili tra cui Spiral Jetty. Senza la sua lezione sui non-site e sulle corrispondenze tra spazio naturale, entropia  e storia non si darebbe alcuna coscienza ecologica moderna. Moderna perché in grado di introiettare  anche i prodotti della società industriale, trasformando, come poi faranno molti architetti contemporanei, il cheapscape in valore.

Diceva Smithson, ma le parole potrebbero anche essere di Gehry:  “ invece di ricordarci il passato come fanno gli antichi monumenti, i nuovi monumenti sembrano portarci a dimenticare il futuro. Invece di essere realizzati con materiali naturali quali marmo, granito e altri tipi di roccia, i nuovi monumenti sono fatti di materiali artificiali, quali plastiche, cromature, luci elettriche ”. Eppure, per uno strano paradosso, Smithson e’ affascinato dall’arte dei minimalisti mentre Gehry ha un notevole debito figurativo con la pop art. Tanto che  negli uffici della Chiat-Day-Moyo a Venice (1975) l’architetto, canadese di nascita ma angeleno di adozione, chiama a collaborare Claes Oldemburg il quale non esita a disegnare un portale d’ingresso a forma di cannocchiale.

Se ho citato Matta Clark e Smithson, ma al loro posto potrebbero figurare altri nomi, sino a arrivare a Arakava e – perché no?- a Sterlac, Studio Azzurro e all’ italiana Luisa Lambri, è per dire che , a mio avviso, parlare di una netta separazione tra architettura e arte oggi e’ impossibile.  Lo dimostra anche il fatto che sempre più spesso gli artisti decidono di fare il salto e di diventare architetti: spesso con buoni risultati, come il caso di Vito Acconci mi sembra dimostrare ( in proposito mi permetto di suggerire la conversazione di Acconci con Kenny Schachter raccolta nel libro Art becomes Architecture becomes Art edito da Sprinter nel 2006).

Ma lo dimostra anche la storia con una infinità di altri casi: da Ernest Ludwig Kirchner che studia architettura e la cui arte difficilmente si potrebbe capire prescindendo dalla sua rabdomantica capacità di interpretare antropomorficamente i flussi metropolitani a Le Corbusier che divide la sua giornata tra arte e architettura e che , in più di una circostanza, dimostra che avrebbe preferito di passare alla storia più come pittore che come architetto. E che dire di Frederick Kiesler scultore e architetto che, come ha dimostrato uno studio di Marc Dessauce dal titolo Machinations arriva quasi a plagiare Marcel  Duchamp riprendendone alcuni disegni e trasponendoli nella dimensione dell’architettura? Oppure di Hans Hartung che per realizzare la propria abitazione in Costa Azzura brucia uno dopo l’altro numerosi architetti? L’obiettivo è costruire alla fine ciò che lui solo ha in testa: una casa studio talmente straordinaria dal punto di vista della luce che tutti gli architetti dovrebbero studiarla.

Dobbiamo, inoltre, considerare definitivamente superata l’affermazione, nata forse da una malintesa interpretazione di Croce, che pittura, scultura  e architettura partecipano  a una stessa idea di spazio a partire da angolazioni disciplinari diverse. Se non altro perché questa affermazione  non tiene conto di tutte le attività di confine o meglio di tutti gli sconfinamenti o , come si dice oggi, ibridazioni che rendono il tema della specificità disciplinare particolarmente complesso. E per fortuna, perché questo aumento di entropia creativa libera energie inaspettate , allarga i confini dell’architettura  e  li vivifica con l’innesto di problematiche nuove. Un po’ come succede a una popolazione, chiusa e tendente all’incretinimento  da impoverimento genetico,  con l’immissione di nuovo sangue e di nuovi patrimoni cromosomici.

D’altronde se vi è uno sconfinamento dall’arte verso l’architettura , è vero anche il viceversa. Tra tutti il personaggio più emblematico è forse Peter Eisenman. Concettuale prima, sino superare in ardore tautologico lo stesso Joseph Kosuth con case inabitabili, quali la House VI, ma rigorose come un quadro di Sol Lewitt.  Antifunzionalista oggi, sino a dichiarare che l’architettura diventa tale solo fuoriuscendo dai suoi apparati disciplinari , maturati a partire dall’umanesimo. E insieme al terrorista formale Eisenman – la definizione è di Manfredo Tafuri- cento altri che hanno cercato di trasferire nel codice architettonico metodi e mezzi propri della ricerca figurativa. Tra questi figura Zaha Hadid la quale, oltretutto, e’ autrice di quadri di un certo interesse. Del resto l’accusa che i tradizionalisti muovono agli architetti più sperimentali e’ di essere diventati scultori o artisti gestuali. Accusa stupida che merita di essere tacitata con la battuta di Oldemburg per il quale, a volte e per fortuna, l’unico modo per distinguere un’architettura da una scultura e’ di vedere se al suo interno ci sono o meno i gabinetti.

Vi è, poi, una linea di ricerca ancora più di confine. Si rifà ai Situazionisti. Alle elaborazioni degli anni sessanta e settanta da Archigram a Archizoom, da Superstudio all’opera di quell’architetto artista, ancora ignorato dalla critica, che è stato Gianni Pettena. La praticano un certo gruppo di architetti di avanguardia, alcuni de quali in Italia. Sono Stalker, Sciatto Produzie, Cliostraat, gli A12. Sono formazioni, che hanno vissuto negli anni novanta l’esperienza della Pantera, che rifiutano di costruire o di inventare edifici strutturati sulla base di raffinati formalismi. Per loro centrale non è la forma dell’edificio, ma il luogo, nell’uso concreto  e nella percezione che ne hanno gli abitanti.

Conseguentemente orientano l’ azione verso la gestione dello spazio e, come consumati artisti, progettano performance, happening urbani, occupazioni di aree dismesse o degradate. Violano i confini della città consolidata, interagiscono con i nuovi soggetti e le nuove etnie che occupano lo spazio pubblico. Cercano di cambiare la città a partire da una ridefinizione dei rapporti tra corpo e spazio, quindi, se vogliamo semplificare, a partire dall’arte. Ma loro, a differenza di Matta Clark, si sentono architetti e non artisti.
Rimane un ultimo tema. Ne accenno di sfuggita. In quest’epoca elettronica tutti i linguaggi tendono a essere traducibili e, pertanto, a scivolare da un medium all’altro. Per tali messaggi qualsiasi supporto, architettonico o scultoreo o pittorico, è relativamente indifferente.  Per alcuni critici reazionari e luddisti l’elettronica prelude a una immensa sciagura. Io credo che, invece, sia una inaspettata ricchezza. Che renderà ancora più difficile e incerto tracciare confini e steccati tra arte e architettura, ma anche tra architettura, scienza e filosofia.

Del resto come ha ben messo in evidenza Yves Michaud, l’ arte contemporanea vive oggi in un particolare stato gassoso (L’Art à l’état gazeux. Essai sur le triomphe de l’esthétique, Hachette Littératures, 2003). Da qui deriva che è diventata una produzione sempre più evanescente difficilmente individuabile rispetto a altri sistemi di segni quali il messaggio pubblicitario, la performance e la moda. Se aggiungiamo che anche l’architettura vive di questo stato gassoso non possiamo non pensare che nel prossimo futuro i processi di ibridizzazione già in corso diventeranno ancora più complessi e consistenti. Come ci testimonia una recente (2006) mostra al Los Angeles Museum of Contemporary Art che affianca il design della moda con l’architettura ( Skin+Bone: Parallel Pratices in Fashion and Architecture).  Ce da esserne preoccupati? Direi di no. Uscendo dai propri confini l’architettura e l’arte sicuramente ne guadagneranno.

(2008)

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

Leave A Response