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Artemisia: un fantaracconto

Sono preoccupato per Artemisia, per la mia Artemisia. Dovete capirmi, mia figlia è nata quando ero già anziano e dopo non poche fatiche e preoccupazioni, pensamenti e ripensamenti. Non mi sento tranquillo. Alberta mi dice che è naturale che a quindici anni una ragazzina abbia le sue prime avventure sentimentali. Per lei è stato così. Anche per me. Ma ho paura di perderla. Forse perché l’ho avuta tardi. Forse perché la sua nascita ha cambiato la mia vita.

Era luglio o forse agosto del 2003 ed ero sfinito dalla solita routine, dal lavoro, dall’interminabile viaggio che ogni mattina dovevo intraprendere per andare in ufficio: dieci minuti a piedi, fermata della metropolitana, uscita Termini, tre scale mobili, coincidenza in direzione Eur, fermata Laurentina, trentadue scalini, sei minuti di attesa dell’ autobus, tre fermate, centocinquantadue metri a piedi, ascensore per due piani, duecentoquindici passi, scrivania. E questo con il sole, il vento, la pioggia. E con il caldo che era torrido e insopportabile in quella diavolo di metropolitana senza luce, senza aria condizionata.

Con Alberta avevamo deciso di non avere figli. “Perché farli?” dicevamo. Ma quel giorno, tornato a casa, mi sentivo depresso. Anche Alberta lo era. In questi casi, solitamente, si programmava un viaggio o una vacanza. Abbiamo deciso, invece, di cambiare vita; avere un figlio, lasciare il lavoro, vendere casa e costruircene una in qualche posto tranquillo. Fare una figlio non fu facile. Mi riferisco alle difficoltà puramente tecniche di produrlo: io avevo superato i cinquanta anni e mia moglie ne aveva qualcuno di meno. Dovemmo ricorrere al medico. Analisi, controanalisi, trattamenti, cure. Un piccolo inferno sino al giorno in cui il professor Sivestri, alzando a malapena gli occhi dal ricettario su cui stava scrivendo, ci comunicò la buona notizia che Alberta aspettava una bambina. Che nacque esattamente il 31 dicembre del 2004. Lasciare l’impiego fu facilissimo. La multinazionale per la quale lavoravo non vedeva l’ora di disfarsi di personale, soprattutto di elementi distratti e svogliati come me . Il mio profilo personale era estremamente mediocre. Ogni giorno, appena potevo, scappavo via dall’ufficio. Mi rifiutavo di lavorare anche il sabato e la domenica. Non pensavano minimamente a immedesimarmi con la missione aziendale e lo dicevano apertamente. Negoziai senza problemi una occupazione part time che potevo comodamente svolgere da casa. Cinque o sei relazioni da preparare ogni mese e mandare via posta elettronica. La società avrebbe installato nel mio studio, a sue spese, una stazione di lavoro dotata di una piccola telecamera –allora sembrava quasi un prodigio- con la quale collegarmi in videoconferenza, qualora ce ne fosse stato bisogno. Lo stipendio sarebbe stato decurtato di un terzo e avrei perso la possibilità di fare carriera. Non me ne importava più di tanto. Di avanzare nella gerarchia aziendale, come si sarà capito, non avevo alcuna voglia e dal punto di vista economico non me la passavo male: avevo ereditato un discreto patrimonio dai miei genitori e da una zia che mi aveva considerato sempre come un figlio.

Cambiare casa non fu semplice. Alberta amava il centro storico. Per i suoi negozi, i caffè, i cinema e per l’aria trasognata di museo a cielo aperto dove il tempo si è fermato. L’idea di vivere fuori Roma in aree suburbane la terrorizzava. Mai, diceva, andrò a vivere in una villetta isolata dal mondo. Io però fui inflessibile. In città ogni due o tre giorni c’era il blocco delle automobili per tentare di portare a livelli tollerabili il grado di inquinamento. Se l’aria era irrespirabile, non volevo che mia figlia potesse crescervi. E poi -rispondevo a mia moglie- anche in città oramai si vive isolati dal mondo. Viceversa, anche abitando in campagna si può essere collegati con quanto ci interessa: basta un videotelefono, una parabola satellitare e un collegamento internet. Le discussioni erano interminabili. Alberta non demordeva. Io nemmeno. Alla fine trovammo un lotto di terreno edificabile a trentasette chilometri dal centro, in un complesso residenziale, le Fonti, ben collegato da trenini che passavano ogni quarantacinque minuti. Fummo fortunati. Anche perché alle Fonti viveva un personaggio molto influente agli inizi della sua lunga carriera politica (per la legge sulla privacy non vi posso dire chi sia, ma sono sicuro, che ogni giorno lo vedete per almeno cinque minuti nel vostro videogiornale personalizzato) e ben presto il servizio fu potenziato. Dopo qualche mese i trenini passavano ogni trenta minuti. Poi ogni quindici. Oggi esattamente ogni quattro minuti e mezzo sfrecciano le nuove carrozze teleguidate direttamente dalla centrale.

Costruire la casa non fu difficile. Sono un architetto. E nonostante non esercitavo da tempo la professione, sapevo come realizzarla. Per prima cosa occorreva un permesso edilizio. Nel 2004 le chiamavano concessioni. Erano rilasciate dal Comune ed ottenerle richiedeva qualche fatica. A meno che – cosa che io feci- non ci si rivolgesse a qualcuno che, dietro pagamento di una certa cifra di denaro (allora ancora circolava il contante), si sarebbe dato da fare. Per l’ideazione e il disegno del progetto decisi di rivolgermi a un giovane architetto americano, di cui avevo letto in una rivista di architettura in un numero dedicato alle nuove tendenze. Mi ci misi subito in contatto. David Gerrifield, così si chiamava, aveva inventato un sistema di prefabbricazione estremamente interessante. Poteva, grazie ad un procedimento computerizzato, aiutarmi a realizzare una casa su misura. Il metodo, per allora d’avanguardia, era lo stesso con il quale oggi si ordinano le scarpe della Nike o i vestiti di Brooks Brothers. Maniche lunghe? Polsini con uno o due bottoni? Colletto arrotondato con microtelefono? Tessuto? Iniziali? Taschino con trasmettitore di interconnessione ambientale? Nessun problema, bastava selezionare la propria scelta tra le opzioni proposte e l’elaboratore nel giro di qualche minuto avrebbe mandato l’ordine a un altro calcolatore collegato a macchine in grado di produrre l’oggetto desiderato. A quel tempo avevo ancora qualche velleità creativa. E l’idea di progettare la mia casa, sia pure all’interno delle coordinate datemi da un altro architetto, mi piaceva. Vi era poi, nel sistema inventato da David un altro aspetto che mi affascinava per la sua novità: la mia villetta non sarebbe stata delimitata da muri tradizionali ma da membrane. Ancora ricordo l’entusiasmo con il quale David mi convinse ad accettare quello che sembrava poco meno che una pazzia. “Your house – diceva metà in inglese e metà in italiano- sarà rivestito da una pelle, a skin as sensible as yours”. I vantaggi di questo, per allora, insolito involucro David me li elencava puntualmente ogni volta che ci vedevamo. Quasi per paura che, timoroso delle incognite di una tecnologia appena ai primi passi, potessi tirarmi indietro. Questo sistema – aggiungeva- ti permetterà di avere pareti che possono cambiare colore a seconda del tuo umore, vetrate che si apriranno o si chiuderanno in funzione della luce e delle condizioni climatiche, porte che si spalancheranno al tuo passaggio. David aveva carisma. E soprattutto aveva la simpatia di mia moglie che si lascia sedurre da ogni novità. E così, in pratica senza ostacolo alcuno da parte dei committenti, il progetto fu messo a punto. I guai arrivarono in fase di realizzazione. Non potete neanche immaginare quanti problemi dovemmo affrontare. I componenti arrivavano direttamente dagli Stati Uniti, che in quel periodo era la nazione all’avanguardia nel campo delle nuove tecnologie. Ma, per contenere i costi, gran parte della mano d’opera era locale. Cioè muratori, manovali e elettricisti abituati a lavorare con calce,mattoni e impianti rudimentali e non con pannelli fotovoltaici, schermi a cristalli liquidi, telecamere, cellule fotoelettriche. Nonostante la presenza di David, che veniva spesso dagli Stati Uniti per sovrintendere a una casa con la quale contava di acquisire una certa notorietà internazionale, gli attacchi non funzionavano, i collegamenti tra i fili si ingarbugliavano e il computer che gestiva le funzioni dell’edificio andava in palla. Mi ricordo ancora il 13 luglio del 2005 giorno del mio compleanno, quando, stremato dall’ennesimo contrattempo, presi a calci una telecamera che non voleva funzionare. Il giorno dopo fu il turno di Alberta che ebbe un attacco isterico non appena gli arrivò l’estratto conto della Banca e vide che la piccola Artemisia piangeva tra un colpo di tosse e l’altro. Le cose, alla fine si accomodarono, e il trasferimento nella nuova casa, di cui oggi vado tanto orgoglioso, fu programmato per il 31 dicembre. Con il primo gennaio sarebbe iniziata una nuova vita, anche per Artemisia che aveva già un anno.

Numerose persone venivano ogni giorno a guardare la casa: studenti, architetti e soprattutto tanti curiosi. Conservo ancora le decine di riviste nelle quali fu illustrata. Tra queste il Time, che mi ha dedicato due pagine a firma del noto critico George Hamilton, e l’Espresso, subito seguito dalla rivale Panorama, che addirittura l’ha messa in copertina. E da qualche parte devo avere un testo di storia dell’architettura dove si fa cominciare la fortuna professionale di David proprio da quell’opera.

Il fatto che la mia casa fosse considerata alla stregua di un capolavoro mi ha creato, lo confesso, qualche imbarazzo. Per esempio inviti a trasmissioni televisive che mal si addicono al mio carattere schivo. Richiesta di interviste da parte di giornalisti pettegoli. Interminabili sessioni fotografiche, gestite da art director che, incuranti delle esigenze della piccola Artemisia, pretendevano di trovare ogni suppellettile in assoluto ordine. E anche la bizzarra –diciamo così- proposta di inserire tre telecamere all’interno dell’abitazione per trasmettere in tempo reale la vita della famiglia in un sito web frequentato da guardoni e amanti della tecnologia. Ma mi ha portato anche molti benefici. Per esempio l’assistenza continua di David che, geloso della sua creatura, ogni due o tre anni ci propone modifiche o miglioramenti: “Giovanni – urla ogni volta dal videotelefono- it’s time to upgrade your house. Capito? Devi migliorare, fare impruving!”. Ed è inutile che gli risponda che ho pochi soldi o nessuna energia, perché tanto da questo orecchio non ci sente e sa di avere in mia moglie una irresistibile alleata. La casa si è così trasformata nel tempo. E nel corso degli anni abbiamo pazientemente eliminato molti difetti di costruzione, sostituito tecnologie che diventavano via via obsolete, introdotto nuove funzionalità. Esattamente come si fa per un software aggiornato con versioni sempre più complesse e affidabili. Siamo stati, credo, i primi in Italia ad utilizzare gli elettrodomestici intelligenti e a applicare il programma Nemesus che ne ottimizza il funzionamento sia in relazione ai consumi sia alla programmazione settimanale delle nostre attività. E non pochi vicini ci hanno copiato quando hanno saputo che il nostro nuovo frigorifero registrava i cibi custoditi, ci avvisava del momento in cui era opportuno acquistarne di freschi e comunicava direttamente al supermercato l’ordine di spesa. Abbiamo subito sperimentato il metodo defrost and cook – oggi di uso corrente- grazie al quale il cibo passa direttamente dal frigo al forno e, poi, alla tavola. E sempre in anticipo sui nostri vicini abbiamo usato il sintetizzatore binario di odori, le pareti schermo e il tutor elettronico che ci ha aiutato non poco nel gestire la formazione della piccola Artemisia.

Che è cresciuta sana, bella, intelligente. E non lo dico perché sono il padre, ma i risultati da lei ottenuti mi riempiono d’orgoglio: sempre il massimo negli E-test, anche i più difficili. E tanti credit che metà sarebbero sufficienti per tentare l’esame di ammissione alla Kuala Lampur University o, addirittura, al Singapore Institute of Technology, per accedere al quale migliaia di ragazzi studiano dalla mattina alla sera mentre i loro genitori brigano per conoscere il programma dal quale saranno tratti gli argomenti su cui verteranno gli impossibili quiz. E oggi che Artemisia ce la potrebbe fare, che succede? Che si innamora come una qualsiasi adolescente, studia svogliatamente e perde la testa dietro a Pietro. Per carità, non che Pietro non sia un bravo ragazzo. Lo conosco sin da bambino, così come conosciamo i suoi genitori. Ma sono troppo diversi da noi.

Per capire quanto, dovete sapere che i Miano – questo è il nome della famiglia- appartengono al gruppo dei Terra&Natura, di cui sono attivisti. Il loro leggendario leader pare addirittura che fosse un pazzoide che negli anni novanta del secolo scorso inviava via posta, sotto forma di pacchetti imbottiti di esplosivo, bombe a tutti i più eminenti scienziati impegnati nel campo dell’elettronica. Il suo pensiero era questo: se la tecnologia si espande, presto poche macchine, affidabili e potenti, occuperanno il posto degli uomini, rendendoli di fatto inutili. E se, poi, a prendere il posto dell’uomo non saranno le macchine, sarà ancora peggio perché ad avere il potere saranno quei pochi che potranno controllarle. Per gli aderenti a Terra&Natura, quindi, ogni innovazione è da guardare con sospetto. Ricordo ancora che mentre costruivo la mia casa con la tecnologia sofisticata che mi arrivava da oltre Atlantico, i Miano edificavano la loro, pietra su pietra. E non c’era fatica che li potesse arrestare dall’idea di realizzare questo fortino chiuso al mondo e impermeabile alla civiltà.

Ma non privo, occorre riconoscerlo, di un’arcaica bellezza. Ricordo, in proposito, che un giorno la mia Artemisia, che doveva avere ancora undici o dodici anni, fu invitata alla festa di compleanno di Pietro e così mi toccò andarla a riprendere. Entrato nella casa, fui colpito dal rigoroso decoro degli spazi e anche dall’ingegnosità degli accorgimenti, tutti realizzati con tecniche tradizionali, che garantivano eccellenti condizioni climatiche. Mi complimentai con il padre. Era un ingegnere che aveva studiato a lungo una disciplina che nei primi dieci anni di questo secolo è andata per la maggiore con il nome di bioarchitettura. Mi spiegò con dovizia di particolari le tecniche di progettazione multisensoriale, l’organizzazione degli spazi in funzione delle esposizioni al sole, in che modo captare i profumi dalla natura, gli artifici per ottenere una buona ventilazione. Molti dei quali artifici non erano diversi da quelli sperimentati dal mio amico David, se non per il fatto che quest’ultimo, attraverso il calcolatore, gestiva interazioni più complesse ma anche più delicate, come ben provavo sulla mia pelle quando qualche circuito saltava e la mia avvolgente casa-membrana si trasformava in una spelonca gelida o soffocante.

Certo negli oltre venti anni trascorsi dalla fondazione di Terra&Natura, molte cose sono cambiate, a cominciare dall’abbandono del terrorismo come mezzo di azione politica. Già nel 2004 il movimento si è dato uno statuto democratico, nel 2007 è stato legalmente riconosciuto e nel 2013 è confluito nella Federazione Guardiani del Territorio, un’associazione-contenitore che oggi esprime oltre cinquanta parlamentari ed ha tra i suoi aderenti anche le potentissime lobby dei Sovrintendenti Associati e Centri Storici Nostri. Del resto, basta guardarli in faccia, i Miano sono persone laboriose e incapaci di far male a una mosca. Io però sono preoccupato lo stesso, tanto diverse sono le loro abitudini rispetto alle nostre. Come potrà vivere la piccola Artemisia con un uomo che le consentirà a malapena di adoperare elettrodomestici rudimentali e automobili senza dispositivi elettronici? E che prospettive di lavoro potrà avere, una volta che entrerà a far parte di un gruppo che impedisce ai suoi aderenti di usare il computer, a meno di una particolare dispensa che le permetterebbe di utilizzare solo programmi estremamente semplificati? E poi, cosa farà ogni volta che dovrà fare la spesa? Dovrà recarsi nei due o tre ipermercati che sono rimasti in zona per caricarsi di pacchi e pacchetti?

Di tutto ciò ho parlato a lungo con mia moglie Alberta. Anche lei é molto preoccupata, ma mi ha chiesto di non intervenire direttamente. “Non dobbiamo – mi ha detto – trasformare questa storia nel dramma di Romeo e Giulietta ”. Sicuramente Alberta ha ragione. Artemisia ha, infatti, il meglio ma anche il peggio del nostro carattere. Vale a dire che è una bastian contraria: se le si vieta qualcosa, lei, solo per questo, si sente in dovere di farlo. E così ho deciso di osservare, tacere, aspettare, non intervenire e sperare nella evanescenza di un amore giovanile.

Ma quando è troppo, è troppo.

Neanche dieci giorni fa Artemisia ci comunica perentoriamente che siamo invitati a casa di Pietro. “Perché mai ” dico io? “Così, per conoscervi ” risponde lei. “Ma noi li conosciamo già i nostri vicini di casa” controbatto. “Bene. E allora perché non volete venire?” taglia corto Artemisia.

“ Andiamo o non andiamo?” chiedo preoccupato a mia moglie.

“Andiamo –risponde lei- ma ricordati quanto ci siamo detti ”.

Così ci siamo recati dai Miano, con la stessa felicità con cui si va al proprio supplizio. La casa che prima sembrava austera ma accogliente –sarà stato per il mio stato d’animo- mi sembrava fredda e inospitale, ma soprattutto fasulla. Muri, finestre, porte di legno con accenni di decorazioni in stile. Mancavano solo i lampadari. Quanta paccottiglia, quanto spreco di lavoro umano, pensavo. E poi, i Miano, notevolmente appesantiti con le loro facce invecchiate e piene di rughe. Guardavo, invece, mia moglie, ancora attraente grazie a qualche lifting, ai cicli programmati di ringiovanimento e alla costanza con la quale ogni mattina si dedicava ai programmi di ginnastica attiva e passiva. No, quello dei Miano era proprio un altro mondo. E quel mondo non era il mio. Né poteva essere quello della mia piccola Artemisia.

Sono uscito frastornato e deluso. Non appena tornato a casa, mi sono affrettato a programmare il microambiente antideprimente, l’ultima invenzione che il mio amico David ha fatto aggiungere allo spazio del soggiorno. Nonostante le immagini tranquillizzanti che erano proiettate nelle pareti del guscio che mi avvolgeva, le vibrazioni antistress e i suoni della mia musica favorita che fuoriuscivano dalle 44 microcasse ad alta definizione, nonostante questo, piangevo come un bambino. Per la rabbia. Per l’impotenza. Sino a quando non sento Artemisia, tornare a casa. Bella e leggera si reca nella cucina. Canticchia. “ Cosa fai? “ le chiede Alberta. “Preparo una torta per Pietro ” risponde. E mentre apre il subsistema video-cooking, digita frettolosamente le parole “make cake ” e attende il collegamento con il virtual chef che la assisterà lungo il processo.

Mi tranquillizzo: Pietro sarà entrato nel suo cuore, ma non dentro il suo cervello.

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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