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Corpo e mente: scenari tradizionali e digitali nella ricerca architettonica

Comincio subito dicendo quali sono le mie tesi. Alle domande: Virtuale o reale? Spirito o corpo? Io desidererei rispondere: basta con scelte del tipo o/o, datemeli tutte e due per favore.

Vi confesso che in questo periodo sono stanco della contrapposizione che viene fatta da tanti autori anche –ma non tutti- molto intelligenti tra virtuale e reale come se ci fosse una effettiva distinzione tra questi due mondi; il succo del mio intervento è farvi vedere che per star dietro a un falso problema ci stiamo dimenticando di guardare la realtà di tutti i giorni dove virtuale e reale coesistono in forme nuove, inaspettate, inusuali e in modi particolarmente interessanti.

Partiamo adesso dalla prima osservazione, che è di natura personale-filosofica. Mi sono formato su un libro: La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, il quale sosteneva che nella storia del pensiero le rivoluzioni del pensiero sono sempre state veicolate da un cambiamento di paradigmi concettuali. Mai da semplici osservazioni empiriche. Le grandi scoperte, secondo Kuhn, infatti, impongono sempre una sorta di rifondazione intellettuale. Le tesi di Kuhn hanno avuto un immenso successo e non solo su un lettore sprovveduto come me. L’idea che si pensi per paradigmi la si ritrova in quasi tutta l’epistemologia degli anni sessanta e settanta. Anche filosofi che hanno ampiamente criticato Kuhn, come Popper, il primo Feyerabend, Lakatos hanno di fatto accettato questa visione del paradigma, del ‘salto del cavallo’ direbbe Sklovskyj , per andare un pochino prima nel tempo.

In sintesi e a costo di ripetersi: il pensiero opera con un salto, con una rivoluzione, in una sorta di platonismo, secondo la quale i sensi vedono solo ciò che vuole vedere il cervello. Con conseguente svalutazione del ruolo degli strumenti, delle tecniche, dei modi concreti per vedere la realtà.

Recentemente ho letto due libri che mi hanno colpito e mi stanno facendo cambiare opinione, uno mi ha fatto arrabbiare moltissimo però su questo punto era convincente: era un testo di Holton, un filosofo della scienza. L’altro è di un autore che io amo anche perché scrive magnificamente, che è Freeman Dyson. Entrambi sostenevano che uno dei motivi che a spingere le rivoluzioni del pensiero in questo periodo, non sono tanto i cambiamenti paradigmatici quanto le tecniche che vengono usate nella concreta sperimentazione degli eventi. E che dietro il platonismo metodologico di Kuhn si nasconde un errore che consiste nel dare troppo peso al cervello e poco alla concreta realtà delle protesi del cervello , cioè delle tecniche e delle macchine, a volte molto complesse, attraverso le quali gli scienziati leggono la realtà.

Questa è la prima osservazione che tra un po’ cercherò di mettere a punto.

La seconda è una riflessione che da lungo tempo faccio ripensando al magistero di un mio maestro spirituale che è Giulio Carlo Argan (maestro spirituale perché leggevo con avidità i suoi libri quando stavo al liceo e poi quando frequentavo Architettura ogni tanto andavo a Lettere a sentire le sue lezioni).

Argan, se vi ricordate, a proposito della prospettiva, e cito la prospettiva perché secondo me stiamo vivendo in un periodo di rivoluzione tecnologica e di un modo di vedere le cose che ha molto a che vedere con la rivoluzione prospettica, diceva “attraverso la prospettiva l’uomo percepisce così come concepisce la mente”.

E mostrava due linee di ricerca che sono quelle che lui chiamava dello spazio empirico e dello spazio teorico. Banalizzando: nel quattrocento da un lato ci sono autori che utilizzano la prospettiva da un punto di vista intellettuale, penso a Paolo Uccello, a Piero della Francesca, dall’altro ci sono autori che utilizzano la prospettiva da un punto di vista empirico, quale Lippi.

Bene, io credo che noi oggi, privilegiando troppo il virtuale, lo stiamo guardando con gli occhi di Paolo Uccello o di Piero della Francesca, cioè con gli occhi di una teorizzazione troppo astratta anche se affascinante, dimenticandoci che la prospettiva ci ha dato nello stesso tempo personaggi del calibro di un Leonardo, di un Michelangelo, che guardavano invece con più intelligenza e concretezza lo spazio empirico, lo spazio esistenziale e lo guardavano all’interno di un modo di vedere, di un paradigma che era proprio quello geometrico proiettivo, messo a punto da Brunelleschi.

Proviamo adesso a sostituire al termine “spazio empirico ” il termine “spazio reale ” e al termine “spazio teorico ” quello di “spazio virtuale ”. Così facendo, credo che vi stiate accorgendo che sto ritornando alla mia prima osservazione: il virtuale non è altro che un sistema al quale noi non dobbiamo contrapporre, ma dobbiamo integrare il reale, riflettendo sulle tecniche che ci permettono di conoscerli entrambi. Esattamente come fecero Leonardo e Michelangelo. Ci accorgeremo allora che non viviamo né in un mondo platonico né in un mondo restituibile attraverso l’immediata percezione, ma in un sistema tecnico scientifico che li miscela entrambi.

Vediamo come. Ma prima guardiamo qualche altro esempio più contemporaneo.

Per esempio Gordon Matta Clark, il quale nella sua opera confonde artatamente spazio teorico e spazio empirico. In Conical Intersect o nelle sue case aperte in due, qual è lo spazio empirico? Quale è lo spazio teorico?

Guardiamo adesso l’aula in cui stiamo svolgendo questo incontro. Secondo voi cosa sta succedendo fuori da questa stanza? Non lo sappiamo. Lo possiamo solo immaginare. In genere quando siamo in qualunque ambiente, abbiamo una percezione dello spazio che dipende dai nostri sensi. Tuttavia, nello stesso tempo, riusciamo a immaginare anche ciò che non vediamo, possiamo pensare che dietro un muro si svolga qualche cosa, possiamo in altre parole percorrere lo spazio con l’occhio della mente.

Non so se avete letto un libro bellissimo che è La vita: istruzioni per l’uso nel quale viene descritta in contemporanea la vita di un caseggiato, come se fosse vista da un occhio che guarda attraverso le pareti e , in contemporanea, le storie di diverse famiglie.

E’ un’esperienza che forse avrete provato a casa vostra. Se avete mai pensato che sopra di voi vive un’altra famiglia che in quel momento magari sta litigando. Oppure che al piano di sotto c’è un ragazzino che sta giocando. Con l’occhio della mente voi potete ripercorrere il vostro palazzo e, in qualche modo, immaginarvelo, esattamente come fa Perec nel suo magnifico libro. E allora forse vi sarete accorti che lo spazio reale, lo spazio empirico è sempre una limitazione, in contrapposizione o, meglio, in contrappunto allo spazio ideale che voi afferrate con il cervello, con l’immaginazione.

Scavando la parete con dei buchi, Gordon Matta Clark riesce a lavorare sull’ambiguità dei due tipi di spazio, riesce cioè a far vedere quello che normalmente non si vede.

Arakawa, un altro artista, giapponese, lavora su problematiche simili. Rende inconsueti gli spazi ai quali noi siamo abituati, crea operazioni di straniamento, in modo da far collassare quelli che voi considerate normalmente due elementi coincidenti ma in realtà distinti se non opposti: visione teorica e visione empirica.

Vi faccio un altro esempio per capirci: quando voi camminate, cosa fate? Attivate la vostra percezione normale della realtà, una percezione empirica, cioè le informazioni vi arrivano attraverso i sensi. Quando andate in macchina cosa succede? In macchina c’è un finestrino, un parabrezza, e dei comandi. Cosa state utilizzando: una percezione teorica o una percezione empirica dello spazio? Io direi, un po’ empirica perché guardate la realtà attraverso i vostri sensi e un po’ teorica perché i tachimetri, gli strumenti di misurazione della velocità vi danno delle informazioni che vi sono utili, anzi preziose, per poter svolgere il vostro compito.

Adesso andate nella cabina di pilotaggio di un aereo. Il vetro diventa sempre più piccolo e aumenta a dismisura la quantità di attrezzature che vi danno informazioni teoriche sul volo. Siete in uno spazio teorico o in uno spazio empirico? Ipotizzate adesso che non ci siano buone condizioni di visibilità. Voi cosa adoperate per atterrare, la vostra percezione dello spazio empirico o gli strumenti che vi permettono di padroneggiare lo spazio teorico? Sicuramente questi ultimi. Ecco, in questo caso le informazioni teoriche sullo spazio sono diventate predominanti rispetto alle vostre osservazioni empiriche. Siete come all’interno di un videogioco.

Riassumiamo: ci sono due occhi diversi, un io empirico ed un io teorico e normalmente la rappresentazione li mette in gioco entrambi ma in maniera diversa a seconda delle circostanze. C’è l’occhio che guarda, c’è un oggetto che viene guardato e c’è un quadro sul quale viene proiettata questa immagine. Fateci caso, questo schema è quello della immagine arcinota della prospettiva del Dürer. Chissà quante volte l’avete vista, da un lato c’è il pittore, da un altro la modella e dall’altro il quadro.

Quante persone reali e virtuali ci sono? Quanti occhi ci sono a guardare questo quadro? Forse siete tentati di dire uno, quello del pittore che guarda la modella. Io vi dico, invece, che sono due: da un lato c’è il vostro occhio che guarda con l’occhio del pittore, e dall’altro lato c’è un occhio vostro che sta fuori e guarda la scena, cioè avete adoperato, nel momento in cui guardate questa prospettiva, uno sdoppiamento della vostra vista.

Siete convinti che ci sono due occhi che guardano adesso? Sì o no? Spero di sì.

Andiamo avanti, guardiamo un’opera d’arte che realizza Duchamp, è un’opera postuma, fatta nel 1968. In realtà fu pensata prima ma fu inaugurata solo nel ‘68 alla morte dell’autore e funziona in questo modo: nel Museo di Philadelphia è installato questo portone con due buchi attraverso i quali si guarda qualcosa che c’è all’interno, consistente nel corpo di una donna caduta, probabilmente morta, che regge una fiaccola.

Etant donnés, questo il nome, ha molti significati, forse uno di questi è che rappresenta la concretizzazione tridimensionale del progetto quadridimensionale che era il grande vetro degli inizi del ‘900, ma noi in questa occasione lo vogliamo osservare solamente dal punto di vista dello sguardo, come uno strumento che mette a punto una particolare tecnica della visione. E allora guardiamo come funziona lo schema: da un lato c’è l’osservatore che guarda, dall’altro un quadro, dall’altro una modella.

Ora, fate caso a come questo schema corrisponda esattamente a quello del Dürer, ma con una differenza che consiste nel fatto che l’osservatore, che prima stava fuori dal quadro, adesso deve entrare all’interno dell’opera. In altre parole abbiamo una sorta di confusione, di ambiguità tra realtà e virtualità.

Etant donnés è credo uno dei primi esempi che ci fa vedere chiaramente come stia mutando il modo di concepire la visione delle cose. Di come si sia complicato fino ai giorni nostri, portando ad una serie di conseguenze interessanti.

Adesso osserviamo un’altra cosa: se invece di rendere questa visione semplice, come era quella prospettica, mettiamo all’interno della scena una cinepresa, finirà che io non guardo più la realtà con l’occhio empirico, ma la guardo attraverso l’occhio meccanico della cinepresa.

Passiamo cioè da uno schema tradizionale di tipo prospettico, che è quello del quadro, ad un modo di vedere la realtà che è tipica dei nostri giorni, cioè noi non guardiamo più i fatti direttamente, ma attraverso degli strumenti, attraverso delle macchine, cioè attraverso mezzi a noi estranei nel senso che sono altra cosa rispetto al nostro corpo.

Ora, la domanda che io mi pongo è questa: di fronte a questo mutamento, la nostra esperienza della realtà rimane la stessa o cambia? E se cambia, in che modo cambia?

Cosa succede quando guardiamo la realtà attraverso un altro occhio? Prescindiamo da un’osservazione: che se io guardo la realtà attraverso un altro occhio, ed è il caso della televisione, c’è tutta una zona che sfugge al mio controllo e che è manipolabile, ma non è esattamente questo il senso dell’intervento.

Diamo per scontato che la manipolazione avvenga semplicemente in positivo.

Per esempio che il resoconto sia obiettivo per motivi medici e non manipolato per motivi politici. E’ il caso per esempio di quando voi guardate una TAC. Il corpo umano, in questo caso, è visto con il vostro occhio o con l’occhio della macchina? Siete certi che vedete la realtà o state davanti a un modello, a uno schema concettuale visualizzato?

Bella domanda… eppure se ci fate caso, il 90% delle esperienze di contatto con la realtà oggi sono di questo tipo. Mediate, astratte. Insomma, per adoperare l’espressione di Argan: teoriche.

Facciamo un altro ragionamento; cosa succede nel momento in cui io la telecamera invece di indirizzarla verso altri oggetti faccio in modo che guardi me stesso? L’esperienza è stata teorizzata da Paul Virilio che la classifica con un nome particolare, che è quello di ‘stereofonia della realtà’, la sintetizza con un’immagine abbastanza forte e dice: fate finta di essere dei piloti di un aereo, l’aereo viene filmato da una telecamera che sta a terra, le immagini della telecamera a terra vengono viste dal pilota,cioè da voi, se l’aereo precipita il pilota vive in diretta quella che è la propria morte. Con questa immagine molto forte Virilio cerca di far vedere come attraverso un cambiamento d’occhio, una diversa dislocazione dell’occhio da naturale a meccanico, cambia il concetto della realtà non nel senso che cambia la realtà ma che la si percepisce, la si vive in maniera diversa. Quasi ridondante, come appunto un suono in stereofonia.

Diller e Scofidio, due architetti americani stanno lavorando con molta intelligenza nell’ambito dei nuovi media: hanno organizzato locale a New York, a dire il vero molto alla moda, nel quale si è nello stesso tempo osservatori e osservati, in cui il gioco degli sguardi si moltiplica quasi all’infinito, e lo spazio reale e l’ ideale si confondono. Ecco un esempio un po’ snob di stereofonia.

Sul gioco dello scambio degli sguardi, della manipolazione dei mezzi meccanici, stanno lavorando alcuni architetti, con esperienze che per motivi di brevità non riesco a illustrare in questa sede. Vorrei infatti utilizzare il tempo che mi rimane per vedere cosa succede quando le telecamere sono molteplici. Anche in questo caso ricorriamo ad un esempio sicuramente è noto: le gare di automobilismo. Quando si assiste una gara di automobilismo nell’autodromo si sta su un posto e da quel posto si vede che ogni tanto passano le macchine. Che noia! Cosa ha fatto la televisione per rendere l’evento un pochino più eccitante? Ha messo telecamere lungo tutto il circuito dando vita ad un’operazione di dislocazione dello sguardo, per cui noi nello stesso momento possiamo vedere la gara da otto, dieci punti di vista.

In più ha messo una telecamera nel casco del pilota in modo che noi guardiamo la gara con i suoi stessi occhi. Per finire é possibile che una telecamera inquadri una piantina nella quale in tempo reale sono segnate le posizioni dei corridori, in modo che noi possiamo avere una visone sinottica e momento per momento del’evento. Esaminiamo adesso le due caratteristiche di un tale tipo di rappresentazione. Avviene attraverso un’occhio dislocato, cioè un’occhio prevalentemente teorico; mette insieme molteplici punti da cui vedere la realtà.

A questo punto vi faccio una domanda: uno spazio di questo tipo, è ancora uno spazio prospettico o corrisponde ad un’altra modalità visiva? La risposta non è semplice. Io credo che questo tipo di visione sia tipico della visione cubista. Ovviamente la mia affermazione è da prendere cum grano salis, anche perché i cubisti facevano i loro esperimenti agli inizi del ‘900 quando tutte le odierne tecnologie non le potevano neppure immaginare. Ma, come è noto, a volte gli artisti hanno dei lampi di genio o delle prefigurazioni ( o, forse – ma lasciamo in sospeso questo tema, tanto poco influisce sul nostro discorso odierno – noi vogliamo vedere che loro li abbiano avuti).

Ci sono altri progetti di Diller e Scofidio nei quali quello che si vede da un punto di vista, viene dislocato e osservato da altri punti di vista. Molti di questi lavori ci stupiscono ma, a costo di ripetermi, vorrei farvi osservare che le esperienze in cui dislochiamo i nostri sensi sono anche quelle che noi viviamo tutti i giorni quando utilizziamo il telefono, la televisione e Internet. Ed è facile convenire che l’esperienza di essere contemporaneamente in un luogo e in molti luoghi è tipica della nostra contemporaneità.

Non si tratta di una condizione transeunte, episodica o aberrata come vorrebbero farci credere conservatori e reazionari. No, mi sembra che sia diventata una condizione definitiva e mi sembra grave che gli architetti che cominciamo a lavorarci un po’ su siano in fondo pochi e visti come eccentrici.

Oramai mi sembra, che si siano messi in crisi due modalità tipiche della visione, che sono la visione dal punto di vista fisso e la visione dal punto di vista mobile. Qual è la modalità del punto di vista fisso? Se voi state dentro al Pantheon, qual è il vostro punto di osservazione privilegiato? E’ la posizione centrale. L’ opera classica ha quasi sempre un punto di vista privilegiato attraverso il quale la si percepisce. Quale è, poi, la modalità del punto di vista mobile? Ricordo che quando studiavo ce lo avranno ripetuto mille volte, quando ci spiegavano il Bauhaus dicendo che rispetto alle altre architetture richiede il movimento dell’osservatorio che, girando attorno all’edificio, riesce finalmente a rappresentarselo nella sua geometria articolata.

Il tipo di visione odierna, quella nella quale invece viviamo è una visione che vuole non il movimento ma la compresenza. Dicevo prima dei cubisti ma potrei parlare anche delle esperienze artistiche avvenute a partire dagli anni ‘60 in poi, penso, per esempio all’Una e tre sedie di Kosuth, dove lo stesso oggetto veniva presentato nella sua realtà, in foto e attraverso una definizione del dizionario.

Vi è infine la problematica dell’interazione a distanza. L’interazione può avvenire sia in un senso, intervenendo presso l’oggetto, sia nell’ altro intervenendo verso il soggetto. L’interazione cambia lo statuto ontologico degli oggetti. Cerco di spiegarmi: qual era prima la differenza che esisteva tra animato e inanimato? L’animato, quando gli applico un’azione, tende a reagire: se do un calcio ad un cane, se il cane è grosso mi morde, se è piccolo fugge, cioè si mette con me in una relazione di un qualche tipo.

L’ oggetto inanimato invece non ha una reazione. Se provo a dare un pugno ad un muro, il muro non piange, non guaisce, non si lamenta, risponde con la sua sordità.

Oggi, non è più così. E’ sotto gli occhi di tutti che gli oggetti inanimati cominciano a diventare animati, cioè in grado di dare feedback, cioè risposte. Conseguenza: cambia anche una geografia dei comportamenti, un modo di rapportarsi rispetto alle cose.

Siete andati all’ultima Biennale dove c’era il tavolo intelligente? Era una bella presa in giro di un artista il quale aveva messo in una stanza un tavolo che si muoveva e aveva scritto che il tavolo si avvicinava alle persone con le quali si sentiva di condividere un certo feeling. Con la conseguenza che tutte le persone si ponevano nei confronti del tavolo un po’ come ci si pone quando c’è un cagnolino o un bambino, cioè si sperava di captarne l’attenzione; nel nostro caso speravano che il tavolo si avvicinasse.

L’esperienza serviva a far capire quanto abissalmente cambia il nostro modo di porci rispetto agli oggetti, nel momento in cui questi sono capaci di interagire con noi.

Vi sono esperienze fatte da altri artisti nelle quali si tenta una interazione a distanza. Per esempio in una stanza c’è un canarino e in un’altra stanza c’è una pianta, i due oggetti sono legati tra di loro attraverso sensori, quando il canarino canta in una stanza vengono filtrati una serie di messaggi che vanno alla pianta, la pianta li riceve come stimoli e risponde in un certo modo attivando un’interazione a distanza tra pianta e canarino.

L’esperienza può sembrare artatamente complicata e cervellotica. Ma a guardare bene mette in crisi uno dei capisaldi della nostra cultura, che è il pensare all’interazione solo tra oggetti vicini e tra soggetti razionali. Pensate alle possibili conseguenze di un approccio del genere. E a come ragionamenti del genere nelle mani di un buon architetto possano produrre risultati in grado di cambiare il modo di vedere e concepire lo spazio. Sempre che non voglia ostinarsi a lavorare solo sulla virtualità della mente o solo sulla concreta e immediata realtà dell’atto percettivo.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line qui e su www.presstletter.com

1 Comment

  1. lorenzo vittore 9 giugno 2014 at 18:14

    Interessantissimo. Anche se poi nella realtà della quotidianità non riflettiamo mai su questo importante nodo. Eppure le provocazioni di Matta Clark erano nate proprio per mettere in crisi i nostri punti di vista! Le Corbusier, forse, più che la Bauhaus con le sue promenade architectural creò la visione dinamica dell’architettura, oggi demandata alla virtualità della rappresentazione a parete intera o a quelle rare sperimentazioni, anche di qualche architetto nostrano, in cui sono le stesse parti dell’architettura a muoversi e perciò a mutare le proporzioni e le visuali delle parti, i percorsi e le immagini percepite secondo per secondo pur rimanendo fermi. Mi piacerebbe vedere nei prossimi scritti o sulle riviste più esempi appartenenti a questa categoria, vera protagonista della nostra epoca, sottolineata dall’ansia del nostro continuo peregrinare

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