prestinenza.it
 

Kenneth Frampton – Studies in Tectonic Culture

Kenneth Frampton, Studies in Tectonic Culture. The poetic of construction in Nineteenth and Twentieth Century Architecture, The MIT Press, Cambridge 1996, pagg.430.

Scomparsa per un lungo periodo dal vocabolario architettonico , la parola tettonica, da alcuni anni, è riapparsa e , insieme a altre

parole-totem quali ermeneutica, crisi, Nietzsche, Heidegger , ha preso il sopravvento nelle discussioni di architettura, soppiantandone altre oramai consumate quali tipologia, morfologia, Marx .

Proprio perché utilizzata come parola-totem (cioè segnale di riconoscimento che serve a chi scrive per alludere alla propria appartenenza a un circolo esoterico di addetti ai lavori), la parolatettonica è stata ammantata di una aura di nebulosità e caricata dei più diversi significati, anche tra di loro contraddittori. Così, per esempio, in alcuni testi Loos è stato considerato l’ autore dell’ architettura tettonica per eccellenza e da altri – che sicuramente davano un altro significato alla parola- come l’inventore di una strategia completamente atettonica.

In una tale babele di significati e di interpretazioni, il saggio di Kenneth Frampton ha il merito di definire chiaramente cosa egli intenda per tettonica ; di delineare il sorgere e lo sviluppo di una cultura tettonica nella Francia e nella Germania dell’ Ottocento; di interpretare, in base a questa chiave di lettura le opere di alcuni tra gli architetti più significativi di questo secolo ( Wright, Perret, Mies, Kahn, Utzon, Scarpa); di interrogarsi su quali implicazioni possa avere la tettonica per l’architettura e, in particolare, se fornisca strumenti per togliere l’architetto dalla posizione di stallo professionale nel quale attualmente si è venuto a trovare.

Innanzitutto: cosa è la Tettonica? E’ lo studio della sintassi della costruzione. Del modo, cioè, attraverso cui un progettista, organizza i singoli pezzi di una struttura architettonica secondo una logica costruttiva.

Allo studioso di tettonica, conseguentemente, interessano poco sia i valori simbolici che spaziali dell’edificio. Esattamente così come a uno studioso della sintassi di un’opera letteraria interessano poco e nulla i valori metaforici o il contenuto dell’opera.

Tuttavia mentre in letteratura l’analisi sintattica è sempre e comunque propedeutica a analisi più complesse, in architettura lo studio della tettonica può portare a risultati in una certa misura esaurienti.

Nota Frampton : la costruzione è ” una cosa più che un segno”. Così mentre i segni di un testo letterario rimandano – se non vogliono cadere nel formalismo più autoreferenziale- ai contenuti esterni e cioè, in ultima istanza, al significato extratestuale; le “cose” di un testo architettonico possono rimandare principalmente al loro contenuto interno cioè alla logica formale della loro organizzazione e composizione.

In architettura, dunque, la sintassi di un sistema costruttivo può, essere valore a se stessa, indipendentemente da qualunque altro contenuto: è questo valore sintattico ( o tettonico) che trasforma la banalità costruttiva del sistema trilitico nella poeticità del tempio greco, la semplicità del legno nella magia della costruzione di una casa giapponese, la schiettezza del mattone nella ricchezza decorativa della Borsa di Berlage.

Dietro Frampton, come lui stesso riconosce esplicitamente, c’è molta riflessione italiana ma soprattutto vi è quella di Cesare Brandi che, però, non appare citato in bibliografia.

La chiave di lettura tettonico-sintattica permette a Frampton letture particolarmente interessanti dei protagonisti dell’architettura di questo secolo.

In particolare di Wright di cui viene messa in evidenza la coerenza logica del discorso, la puntuale attenzione alla grammatica della costruzione e la serrata dialettica tra forme e nuovi prodotti industriali.

Illuminante pure la lettura di Scarpa, tolto dalla mistica della creazione – a cui interpretazioni riduttive tendono a relegarlo- e riportato ad una, sia pur esasperata, ricerca di chiarificazione della logica della composizione della forma.

Interessanti in chiave tettonica anche le letture del “quasi nulla miesiano” che riduce l’architettura a scienza del costruire e dell’ascolto kahniano ( “capire cosa il mattone voglia essere”) che trasforma la tettonica in una ontologia operativa.

Le letture di questi architetti, tuttavia, pur essendo convincenti , paradossalmente, non convincono. Nel senso che appaiono spesso limitate e riduttive. Torniamo a Wright. Una lettura in chiave tettonica certamente mette in luce aspetti sinora trascurati dalla critica. Interi capitoli quali quello dell’ Imperial Hôtel o delle Usonian, trovano nuovi spunti interpretativi. Eppure, sottovalutando il fatto spaziale e simbolico, si rischia di svalutare questi stessi progetti che sono più di una combinazione sintatticamente riuscita di pezzi e, inoltre – come esplicitamente fa Frampton – di seppellire il Wright migliore, creatore di spazi spericolati e profetici: quello di Marin County, del Guggenheim, della sinagoga Beth Sholom, del progetto Oasis. Come Sergio Bettini aveva intuito acutamente, non sempre lo spazio é la conseguenza di una tettonica e comunque non è mai riconducibile a essa.

Nel finale del testo Frampton , contro gli attacchi della società contemporanea che tende a ridurre l’architettura a banale tecnica e l’architetto a marginale solutore di problemi pratici, rivendica per la prima una forte autonomia garantita dalla sua specificità tettonica e per il secondo un ruolo centrale di custode del linguaggio. Una difesa posta in questi termini corre il rischio di risultare superata. I progettisti più interessanti di questo periodo stanno, infatti, con successo, lavorando sulla propria marginalità e , insieme, stanno cercando di evitare di centrare l’edificio sull’ asse sintattico-linguistico-tettonico per compromettersi di più con la caoticità dei fatti e degli eventi e la ricchezza, anche sregolata, delle forme della natura, naturale e artificiale. Pensiamo per esempio a Koolhaas, a Gehry, a Eisenman. Si chiude, insomma, una fase – quella delle regole, poste o autoimposte, dell’autonomia dell’architettura- che lo stesso Frampton aveva inaugurato alla fine degli anni Sessanta con la mostra dei Five Architects, per aprirsene un’ altra: quella dell’ibridazione e dell’ eteronomia. Testi tra di loro sia pur così diversi come Architecture and Disjunction di Bernard Tschumi (1996) , The Architecture of Jumping Universe di Charles Jencks(1995) e S,M,L,Xl di Rem Koolhaas(1995) lo fanno pensare seriamente.

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

Leave A Response