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Bart Lootsma – Superdutch. New Architecture in the Netherlands

Bart Lootsma, Superdutch. New Architecture in the Netherlands, Thames & Hudson,London 2000, pagg. 264

E’ il momento dell’architettura olandese. Dopo la spagnola, la francese, l’americana. Lo testimoniano l’attenzione delle riviste per la produzione di Wiel Arets, van Berkel & Bos, Erick van Egeraat, Meccanoo, MVRDV, Neutelings Riedijk, NOX, West 8. E il riconoscimento internazionale per l’opera di Rem Koolhaas, culminato con l’assegnazione del Pritzker; il successo editoriale del suo ultimo libro S, M, L, XL che si dice abbia superato le cinquantamila copie;i numerosi incarichi professionali che vanno dai negozi Prada ai piani territoriali per un centro aeroportuale in Olanda; il dibattito, anche su organi di stampa non specialistici, sulle tesi urbanistiche espresse nella mostra Mutations a Bordeaux da lui curata.

Cinque ragioni possono spiegare il fenomeno.

Gli Olandesi, innanzi tutto, rifuggono la nostalgia e la ricerca stilistica. Non hanno assorbito il Post Modern, e hanno inteso il decostruttivismo più come uno stimolo ad ampliare il proprio campo di ricerca che come una moda. Nel 1990, ad un simposio organizzato dalla università di Delft Kooolhaas aveva imposto il titolo “ How Modern is Dutch Architecture”. Con l’obiettivo di riproporre, contro i pericoli opposti del conservatorismo apocalittico e luddista e del supermodernismo disincantato e accattivante, la tradizione del Movimento Moderno, ma intendendola come metodo, tensione verso la contemporaneità, ricerca di innovazione tipologica e contenutistica. In sintesi: un atteggiamento né timoroso né riduttivo verso le sfide della globalizzazione e della rivoluzione mediatica.

Seconda ragione: gli architetti olandesi hanno capito, prima e più degli altri, che esiste uno stretto rapporto tra businnes e ricerca. Non sperimentano per stupire gli addetti ai lavori, come spesso accade con i prodotti formalisti di scuola americana, ma per produrre nuove ipotesi economiche con conseguenti ripercussioni comportamentali e sociali. E’ una linea vincente questa, anche rispetto a quelle adottate da altri paesi europei, in particolare l’Italia, nei quali, per produrre sviluppo economico, si punta, viceversa, prevalentemente sulla conservazione e museificazione dell’esistente.

Vi è, poi- ed ecco il terzo aspetto – un bisogno quasi ossessivo, una modalità calvinista, di concepire l’architettura come risoluzione di un problema piuttosto che come sua rappresentazione. Da qui un atteggiamento severo e minimalista: se si rappresenta con il massimo dei mezzi espressivi, si risolve solo con il minimo di mezzi tecnici e economici.

Quarta ragione. Viviamo in un’epoca di opposizioni tra corporeità e virtualità e, in genere, tra naturalità e artificialità. Gli spagnoli, Moneo in testa, intendono l’architettura come strumento di opposizione, di resistenza alla mediatizzazione del nostro ambiente. Gli americani della Columbia University, da Asymptote a Greg Lynn, lavorano sull’altro versante. Gli olandesi abbracciano entrambi gli estremi con opere che, giocando sulla naturalità dell’artificiale e, viceversa, sulla artificialità del naturale, riescono a chiarirne le strette interrelazioni. Accusati spesso e a torto di cinismo, sono loro, Koolhaas in testa, che mostrano quanto labili siano i confini tra ciò che è vero e ciò che è immaginato, tra realtà e finzione, tra progresso e conservazione. Non era difficile aspettarselo da un popolo che da centinaia di anni lotta con la natura, e ha realizzato paesaggi che oggi ci appaiono deliziosamente naturali ma che, per essere stati strappati al mare, sono drammaticamente artificiali.

Ultima ragione. A partire dagli anni ottanta la cultura olandese, dopo un periodo di relativo isolamento, ha esercitato uno sforzo considerevole per aprirsi alle ricerche internazionali, assimilandole e rielaborandole. Bart Lootsma , nella sua introduzione, sottolinea la rilevanza assunta dalle occasioni di incontro internazionale e elenca meticolosamente i nomi degli architetti stranieri invitati a tenere conferenze e, poi, a realizzare opere in Olanda. Tra questi: Rossi, Meier, Graves, Siza, Coop Himmelb(l)au, Bofill, Holl, Vandenhove, Grassi, Tschumi, Libeskind, Krier, Piano, Kurokawa, Foster, Jahn, Eisenman. Vi è inoltre il benefico influsso delle istituzioni che si occupano di architettura con iniziative di grande respiro quali il Netherlands Architecture Institute (Nai), fondato nel 1990; dell’attenzione degli organismi politici verso la qualità, la ricerca, l’innovazione in edilizia; dell’apertura di credito che si dà anche ad architetti giovanissimi. Insomma Koolhaas, Arets, van Berkel, NOX, MVRDV vivono, diversamente che in Italia, in un Paese dove l’architettura è sentita come una risorsa per la modernizzazione del Paese.

Il libro di Lootsma, oltre ad avere il merito di soffermarsi in dettaglio su questi aspetti, mostra sinteticamente numerose opere di eccellente qualità architettonica, alcune quali il divertente bagno pubblico a Groningen di Koolhaas o i lavori dell’atelier van Lieshout, non particolarmente note in Italia. Nonostante una impostazione grafica un po’ troppo alla moda – con fotografie a volte malamente tagliate da una pagina all’altra in modo da dare l’impressione che si articolino quasi come in un film – il libro raggiunge l’obiettivo prefissatosi, e comunica tensione sperimentale e energia innovativa.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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