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Franz Schulze – Philip Johnson: life and work

FRANZ SCHULZE: Philip Johnson: life and work ; Alfred A. Knopf, New York, 1994 pagg. 465.

Mies Van der Rohe e Philip Johnson hanno momenti di tensione mentre lavorano insieme al progetto del Seagram Building. Si scontrano una sera di inverno del 1955, durante una cena nella Glass House, l’ abitazione costruita sei anni prima da Philip per se stesso.
Mies accusa Johnson di averlo copiato male: la Glass House, dice, ha una cattiva soluzione d’ angolo , non è curata nei dettagli, ha il soffitto troppo alto. Johnson incassa. Contrattacca criticando Berlage, l’ adorato maestro di Mies. Mies si infuria. 
Anche Frank Lloyd Wright ha rapporti di odio e amore con Philip che lo aveva definito il più grande architetto dell’ Ottocento e , in occasione della mostra al Museum of Modern Art del 1931, seppellito con una battuta : “ma Wright vive ancora?”. Wright lo ripaga con eguale moneta: “ Ciao Philip, sei ancora vivo?” gli chiede quando lo incontra per le scale di un campus di New Haven. Non ancora soddisfatto, recatosi in visita alla Glass House, gli chiede “ Devo levarmi il cappello? Sono dentro una casa? ” Poi , continua : “la tua casa è una gabbia di scimmie per una scimmia sola”. 
Bastano questi due aneddoti per capire che i rapporti di Philip Johnson con i colleghi non sono stati mai idillici. “ Johnson “dice Brendan Gill “ tratta gli amici come nemici e viceversa”. 
Peggiori, sono i rapporti con i critici, che lo ripagano con eguale moneta. 
Lo stesso Brendan Gill, accusato da Johnson di non capire nulla di architettura, in un articolo apparso sul New Yorker di Novembre ricambia il veleno, soffermandosi compiaciuto sugli aspetti più torbidi , ridicoli e ambigui della sua esistenza
Michael Sorkin del The Village Voice paragona Philip all’ ex presidente Reagan, sostenendo che entrambi sono i figli di una società che alle immagini oppone il vuoto dei concetti. 
Alexander Tzonis e Liane Lefaivre, in un articolo su Casabella intitolato “ Il cinico e il capitale”, ricordano di Johnson il passato filonazista, la commistione con il potere politico, il sostanziale disimpegno etico. 
Le critiche, tuttavia, non ridimensionano il personaggio. Nonostante tutte le perplessità che si possono nutrire sull’ uomo – ci ricorda Frank Schulze in una biografia edita dalla Knoff- Philip Johnson è una preziosa chiave di lettura per capire lo sviluppo dell’ architettura moderna in America.
Negli anni del primo dopoguerra con Henry Russel Hitchcock gira per l’ Europa alla scoperta della architettura del razionalismo, pubblicizzata poi con la mostra del 1931. Con Alfred Barr collabora al Museum of Modern Art, contribuendo a trasformarlo in una struttura culturale di livello internazionale. Più tardi lavora alla diffusione della koinè del linguaggio Internazional Style, nella sua declinazione miesiana, ma poi si da da fare per scardinarla: nel 1959 dichiara morta l’architettura moderna, apre agli sperimentalismi linguistici , alle spericolate ricerche di Eisenman , ai giochi del postmoderno, sino ad approdare, con la mostra del 1988, alle spiagge del decostruttivismo.
Sembrerebbe un percorso strutturato da dilanianti tensioni creative e da un continuo maceramento interiore. In realtà – lo nota bene Schulze nella biografia – vi è una sostanziale continuità e una profonda coerenza che può essere rintracciata nell’ adesione di Johnson ad una lettura estetizzante della filosofia nietzschiana e al capovolgimento della questione “ Cosa è giusto “ in “ Cosa è elegante?”. 
Vista in questa luce l’ opera di Johnson ha una sostanziale continuità: è la versione colta del neoclassico plastico. Dove la parola neoclassico sta per un desiderio di stile, di classicità congelata e sovrastorica, mentre la parola plastico sta per il bisogno di superfici lucide, rifinite, incapaci di invecchiare, simili alle materie plastiche protagoniste di questa epoca. 
Proviamo adesso a rileggere, sotto questa luce, la biografia di Johnson. 
Cominciamo dalla mostra del 1931, che apre la cultura americana ai fermenti del razionalismo europeo. Johnson e Henry Russel Hitchcock la impostano in termini di stile, nonostante le vibrate proteste del sanguigno Mumford, che del razionalismo vede soprattutto l’ aspetto etico. A seguito di questa impostazione vengono sottovalutate le esperienze che meno si possono ricondurre ai canoni astratti e geometrizzanti dell’ International Style , quali per esempio la scuola di Chicago e la lezione di Wright. Philip, infatti, non ama il funzionalismo: “ preferirei dormire nella navata della cattedrale di Chartres, che in una casa dotata di tutti i comfort” dirà in una conferenza a Yale. Ama, invece, il rigore, le proporzioni, la nuova concezione della monumentalità ( nel primo dopoguerra , detto per inciso, si farà promotore di un concorso per un monumento al quale Mies non darà alcun credito e Wright risponderà: “ a me i monumenti non interessano”).
Preferisce il razionalismo freddo, dapprima quello di Oud (“il più grande architetto sulla scena mondiale” , dirà) e poi di Mies per la cui architettura nutrirà una profonda passione: nel 1947 Philip gli organizza al Museum of Modern Art una importante retrospettiva. In stile miesiano sono i suoi primi lavori. La Glass House, la casa per la Rockfeller a New York, le case Oneto, Hodgson, Wiley quasi rasentano il plagio. Nel 1954, infine, i due collaborano professionalmente: Johnson assicura a Mies la progettazione del Seagram Building e ne diventa coprogettista. Nonostante l’ intensa opera di promozione a suo favore, Mies non ama Philip. Snobba le sue richieste, probabilmente perché capisce che Johnson riduce il suo ascetico strutturalismo a moda: monumentale o neoclassica. Nel 1933 , in un articolo apparso su una rivista filonazista, Philips vede , infatti, Mies come il maestro per l’ arte del III Reich mentre nel dopoguerra lo accosta ai meno compromettenti Schinkel e Ledoux. 
Problematici anche i rapporti tra Johnson e Wright, che certo non possono essere ridotti alle battute fulminanti degli aneddoti che ci sono stati tramandati. Johnson, in realtà, contribuisce a sminuire l’ eredità wrightiana, leggendo la sua opera in termini stilistici e dimenticandone le profonde componenti morali e funzionali. Dichiara che l’ architettura è fatta di percorsi e che Wright è ineguagliabile nel crearli e nell’ organizzarli. In una intervista al critico Jenks, afferma che Wright dopo Richardson è l’ architetto americano che ama di più. Ma così dicendo trascura Sullivan , che non ama, e rende incomprensibile la genesi dell’architettura moderna americana che si fonda sulla continuità Richardson, Sullivan, Wright. Dichiara che il metodo wrightiano è inimitabile , marginalizzandolo in un astratto empireo. Scrive un discorso, per il centenario dell’ American Institute of Architects, di grande apprezzamento anche se abbastanza velenoso da creare non pochi problemi all’ Istituto, secondo il cui statuto un membro non può criticare pubblicamente un altro. 
Il discorso termina con un apprezzamento di Taliesin West, la residenza estiva di Wright: Johnson descrive il percorso dal deserto alle costruzioni e poi sino allo studio di Wright dove “ c’è un dardo di luce che penetra da una altezza di circa tre metri e più” . Conclude: “amici miei questa è l’ essenza dell’ architettura”.
Anche Johnson ha una sua Taliesin: è l’ appezzamento di terreno da lui comprato a New Canaan dove costruisce prima la Glass House (1949) e, poi, altre strutture ( la casa per ospiti nel 1953, il padiglione con fontana nel 1962, una galleria per la sua collezione di opere d’arte nel 1965, la galleria per le sculture nel 1970, lo studio libreria nel 1980 , e, infine, le cosiddette Lincoln Kirstein Tower e la Gerhy Ghost house , costruite ultime nel 1985). Alla Glass House, si recano in pellegrinaggio critici, amici, snob di tutte le razze. Due differenze: Taliesin è una scuola, New Canaan è un punto di incontro; Taliesin è un complesso organico che cresce e si trasforma nel tempo, a New Canaan le nuove costruzioni , tutte rigorosamente monofunzionali, si affiancano alle vecchie che rimangono sempre identiche a se stesse. 
Gli stili cambiano ma le opere restano, quasi a formare un repertorio di forme possibili, tutte egualmente assolute: è la ricetta del post-modern di cui Philip sarà il grande sacerdote o la grande whore ( prostituta) come scherzosamente lui stesso si definirà.
La stagione dell’ eclettismo comincia ufficialmente alla fine degli anni ’50 con il Lincoln Center un complesso in stile littorio nell’ Upper West Side di New York ( “accademico ad un grado nauseabondo” secondo Zevi) ma può essere anticipata al 1953 quando realizza la Guest House nella sua tenuta a New Caanan in stile orientaleggiante.
Durante gli anni sessanta realizza gli edifici più convincenti, caratterizzandoli con una forte carica espressiva e materica : tra questi il la Roofless Church del 1960, il Museum for Pre-columbian art del 1963 , la Kline Science Tower del 1965, e il reattore nucleare ad Israele. 
Nei primi anni settanta Johnson in partnership con Burgee guida uno dei più importanti studi americani, segnato dalla cifra post-moderna.
Due le opere emblematiche di questa stagione: l’ edificio della AT&T del 1984 , il grattacielo che mette in crisi le cattedrali di vetro dello skyline newyorkese e la Crystal Cathedral del 1980 , il tempio californiano di cristallo che sfida le chiese di pietra.
Lo studio prospera e realizza grosse opere. Quasi tutte in uno stile disimpegnato; alcune sconcertanti quali gli uffici a Pittsburg a forma di cattedrale gotica (1984) , il complesso abitativo a Dallas in stile ottocentesco (1985) e un college a Houston (1986) che sembra ricopiato dai disegni di Ledoux. 
Riceve importanti riconoscimenti : tra questi la medaglia d’ oro dell’ American Institute of Architects nel 1978 e il Pritzker nel 1979. 
A lui fanno riferimento due generazioni di architetti attratte dall’idea dell’affrancamento dell’architettura dai suoi condizionamenti materiali e dal mito dell’autonomia disciplinare: quelli della generazione di mezzo e i più giovani che egli incontra a Yale, dove insegna. Già negli anni settanta è un sostenitore dei Five Architects e del loro ripiegarsi sulla disciplina intesa come fatto esclusivamente linguistico: ” Sono – afferma- architetti di talento: come per millenni gli artisti prima di loro , sono interessati alla architettura come arte. Io mi sento particolarmente vicino a loro in questo mondo dominato dal funzionalismo e dalle ricerche sociologiche”.
Con Eisenman, Johnson collabora allo IAUS ( Institute for Architecture and Urban Studies) che diventerà un importante centro di ricerca, di attività didattiche e culturali e alla vita della rivista Oppositions che, tra l’altro, nel 1977 gli dedicherà un numero monografico. 
A New York, a cominciare dagli anni ’70, al Century Club di New York Philip è il capotavola negli incontri conviviali di una ristretta cerchia di professionisti : M. Graves, R. Stern, R. Meier, j. Robertson, F. Gehry, c. Gwathmey, Eisenman. 
Nel 1991 è incaricato di scegliere due architetti americani da presentare alla Biennale di Venezia.
Sceglie, sia pur sotto suggerimento, Eisenman e Gehry. Il gesto ha un alto valore simbolico. Johnson, che nel 1931 ha contribuito ad imporre all’architettura americana una direzione formalista mutuata dall’ Europa, staccandola così dalla sua tradizione autoctona, presenta nel Vecchio Continente, a distanza di sessanta anni, i due frutti più emblematici di questo cambiamento di rotta: Eisenman – il terrorista formale, secondo l’azzeccata definizione tafuriana- che rappresenta la generazione della scomposizione e della decomposizione, e Gehry che , come ha intuito Zevi, sta costruendo la nuova sintesi. 
Philip Johnson – possiamo concludere con Schulze – è stato sicuramente la levatrice dell’ architettura americana di questi anni.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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