prestinenza.it
 

Kay Kaiser su Gunnar Birkerts

Luigi Prestinenza Puglisi 1 aprile 2014 Personaggi Nessun commento su Kay Kaiser su Gunnar Birkerts

Kay Kaiser, Gunnar Birkerts. Metafore ed espansioni sotterranee, Universale di Architettura n.33, Testo & Immagine, Torino 1998, pagg. 96, Lit. 14.000

Gunnar Birkerts nasce in Lettonia nel 1925. La lascia , con la sua famiglia, nel 1944 a seguito dell’invasione russa. Si trasferisce in Germania per studiare alla Technische Hochschule di Stoccarda dove conosce le opere dei maestri del Razionalismo: Mies, Le Corbusier, Gropius. Alle algide opere di questi preferisce, però, le fluide composizioni di Scharoun e le toccanti sinfonie di Mendelsohn e Asplund. Non insensibile al simbolismo materico del Goetheanum di Rudolf Steiner, scopre, infine, una intima passione per le articolate composizioni spaziali di Eero Saarinen che decide di andare a trovare, quando nel 1949, lascia la Germania, diretto verso gli Stati Uniti.

Con Saarinen , Birkerts lavora per quattro anni, impegnandosi nel progetto per il General Motor Technical Center. Lasciato lo studio di Saarinen, Birkets lavora per tre anni da Yamasaki un professionista di successo che, con risultati per la verità molto discutibili, cerca di conciliare la purezza volumetrica con la morbidezza di ornamenti filigranati vibranti e leziosi.

Messosi in proprio nel 1959, Birkerts realizza alcuni edifici di maniera. Alcuni, quali la residenza a Northville (1960), di sapore miesiano, altri, quali la chiesa protestante a Ann Arbor (1963) e la casa Freeman (1965) attenti alla lezione volumetrica di Louis Kahn. Nel 1965 si fa tentare dall’estetica delle macrostrutture, realizzando per il Tougaloo College un campus in cui gli edifici si intersecano brillantemente tra di loro per dar vita a una ” città a strati”, segnata dalla forte coesione degli spazi accademici e abitativi.

L’opera che lo rende noto al pubblico internazionale è l’ingegneristico Federal Reserve Bank a Minneapolis del 1969, un raffinato edificio a ponte sospeso su due piloni posti a una distanza di 84 metri, che risponde poeticamente alla sfida di realizzare una piazza che attraversa l’edificio e, insieme, di collocare il nucleo operativo della banca nei piani interrati, in ambienti liberi da condizionamenti strutturali. La lezione miesiana è definitivamente introiettata e superata in uno slancio vitale , non privo di valenze espressive.

Tra il 1970 e il 1974 alcuni edifici, quali il Museo per le arti contemporanee di Houston, segnano una regressione minimalista, che può essere letta sia come una momentanea adesione alla linea vincente dell’International Style, sia come una indignata reazione alla poetica del Kitsch propugnata negli stessi anni da Venturi e dalle correnti Pop.

Nonostante il successo professionale, Birkerts non si adagia su una cifra stilistica o un linguaggio ben definito. Anzi, le successive opere sondano altre direzioni di ricerca, per puntare verso un sempre più materico espressionismo. D’ora in poi se un carattere comune si vuole trovare alla sua vasta produzione è il rispetto ossessivo per l’ambiente naturale che arriva sino all’annullamento dell’architettura, nascosta sotto terra in edifici di notevole interesse, se non altro per le loro valenze ecologiche.

Birkerts – riconosciuto come il più accreditato specialista di edifici ipogei- ha dimostrato che in situazioni particolarmente difficili, caratterizzate da delicate preesistenze ambientali o architettoniche o dalla mancanza di spazi verso i quali espandersi, è possibile realizzare cubature interrate anche consistenti giocando con luci e affacci. Due, in particolare, le strategie proposte. La prima, sperimentata nella scuola di Legge dell’ Università del Michigan (1974-1981), ricorre a cannocchiali luminosi ottenuti attraverso coraggiosi tagli nel terreno e grandi vetrate inclinate che lasciano passare la luce, incanalata anche da specchi collocati in posizioni stategiche, e che permettono a chi utilizza l’edificio di affacciarsi verso l’esterno. Nel caso dell’ Università del Michigan, per esempio, è possibile dalla vetrata che delimita i tre piani ipogei osservare gli edifici neomedievali circostanti. La seconda strategia, sperimentata nell’espansione della biblioteca centrale dell’università della California (1987-1993), ricorre a una tecnica , concettualmente ripresa dal Tougaloo College, che potremmo definire della costruzione per strati. La struttura viene interrata solo per tre lati mentre il quarto , attraverso la ridefinizione delle quote del terreno, viene portato alla luce. Lucernari, posti in posizioni strategiche, completano l’illuminazione. Proiettato all’esterno, l’edificio sotterraneo perde il suo isolamento e la sua separatezza: da oppressivo e tombale diventa avvolgente e protettivo. Un accurato landscaping ridefinisce la zona di intervento: nel caso dell’università della California, le fenditure richiamano i canyon circostanti, sia perché ne riprendono la forma frastagliata sia perché – grazie a alberi e specie vegetali appositamente piantati- ne hanno la medesima vegetazione. Pensata come fattore di equilibrio ambientale, la nuova costruzione si inserisce, senza detrimento, anche accanto alle preesistenze architettoniche, in particolare accanto all’edificio a forma di Ziggurat, realizzato alla fine degli anni sessanta da William Pereira, che i committenti volevano a tutti i costi preservare.

Le due strategie – dei cannocchiali e degli strati- possono essere adoperate entrambe contemporaneamente. Ma non sempre con risultati convincenti. E’ il caso della Marriot Library dell’università dello Utah (1992-1996) dove i due piani interrati a ferro di cavallo formano con la preesistenza cinque cortili attraverso i quali la luce filtra anche verso i piani sotterranei della struttura originaria.

Lungo un medesimo registro ecologico si muovono gli edifici fuori terra: attraverso giochi di masse, alludono – spesso con similitudini sin troppo scoperte- alle forme naturali, in genere stratificazioni e formazioni rocciose . Il progetto per l’ Ambasciata americana di Caracas (1989-1996), per esempio, si ispira alle Ande; il Grasis Residence (1996) alle forme del complesso montagnoso di Rocky. In alcune opere, Birkerts si rifà anche a temi mitologici, aprendo alla poetica della luce. La Biblioteca Nazionale della Lettonia (1989, in corso di costruzione), forse il suo capolavoro , riprende la leggenda della montagna di cristallo, un simbolo, tratto da temi cari all’espressionismo tedesco nel cui alveo Birkerts si è formato, che allude alla Natura assoluta e incontaminata e insieme alla sofferta lotta del Paese per la Libertà.

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line qui e su www.presstletter.com

Leave A Response