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Non forma e paura

Proviamo a fare una ipotesi: che la paura nasca dalla non-forma. Non riesco a pensare a nulla di più angosciante di uno spazio dove ogni cosa è indistinguibile dalle altre. Non alludo ovviamente a un tutto parmenideo che riduce il cosmo a una unità indifferenziata e senza divenire, come vorrebbe Emanuele Severino: in fondo questo tutto è pur sempre la forma del nostro io, sia pure ipostatizzato. Alludo a un tutto irriducibile a noi, come per esempio un deserto a noi esterno dove non esista destra e sinistra, alto e basso né alcun sistema di differenze: solo sabbia. O come un labirinto di cui non si afferra il bandolo e nel quale, come in un incubo, ci perdiamo. Il massimo di disordine, insegnava Jorge Luis Borges, corrisponde a un massimo di ordine del quale non abbiamo il controllo, non captiamo il senso.

Contro l’indistinto, individuiamo differenze e produciamo strutture, significati. Come avviene quando intravediamo un’orma in un deserto che ci orienta o, almeno, ci comunica una speranza di informazione. In fondo, se ci pensiamo bene, un’orma è solo un modo inconsueto, diverso di disporsi dei granelli di sabbia ma noi la percepiamo come unità, che si differenza dal resto.

È Gregory Bateson che ha posto, credo per la prima volta, il problema in forma sistematica. Forma=informazione= struttura=significato. Senza forma, senza riconoscimento del reale nelle sue differenti manifestazioni, si dà solo il caos, il senza senso, che ci fa precipitare nella sacra paura che angoscia l’uomo primitivo.

Ecco il motivo per il quale questi crea un suo sistema di forme. E perché anche noi , che siamo separati dal troglodita da appena una manciata di secoli, dalle forme siamo ossessionati. Ogni nostro discorso, ogni pratica discorsiva ne organizza di nuove. E così facendo, articola in un sistema riconoscibile le differenze della realtà, conferendo loro significato. Così è il linguaggio, come ha notato Ferdinand de Saussurre che ha insistito sul concetto di differenza significativa a partire dal fonema. Così è la pratica scientifica. Per rimanere all’esempio: vedo un’orma nel deserto e ne deduco che è passato qualcuno forse un’ora fa. Segno di qualcosa che è avvenuto e di cui riusciamo a costruire una ipotesi che ci rassicura sulla nostra capacità di vedere quel che è stato e di prevedere quel che potrebbe avvenire. Forma è infatti relazione, legame tra un qualcosa e un qualcos’ altro. Simbolo –unione- direbbe Ernst Cassirer. Per esempio, nella fisica moderna, tra energia e massa al quadrato per velocità della luce. Non avete mai osservato quanto è importante il concetto di forma per i fisici e per un matematico? Forse più che per un artista.

E allora l’arte? È, continuando nella nostra ipotesi, l’ultima frontiera del senso. Strappa all’indistinto ciò che resta del reale, una volta sistematizzato dalla scienza e dalle altre pratiche discorsive. Dopo di lei forse solo la religione può avvicinarsi di più al nulla dell’angoscia.

L’altro giorno parlavo con un musicista che mi raccontava che la sua principale occupazione è ricavare suono dal rumore, cioè ordine dal caos. Lo razionalizza in una struttura, certo non semplice e non immediatamente riconducibile a un algoritmo. Conveniva che questo è il senso dell’avanguardia. L’ampliamento di un confine, l’assicurare al significato nuovo territorio. Ecco perché forse oggi si guarda con crescente interesse alle geometrie non euclidee, alle matematiche complesse, alla topologia. Sono strumenti – mi verrebbe da dire: fari- che servono per addentrarsi in territori sempre più oscuri. Einstein ha usato le geometrie non euclidee per capire un nuovo mondo, esattamente come gli artisti di oggi per sistematizzare il rizoma, il caos, l’indeterminazione lavorano su frattali, anelli di Moebius e bottiglie di Klein.

Correndo certo il rischio di iper-matematicizzare ciò che forse non lo richiede, e che forse potrebbe essere formalizzato, e con più costrutto, in altro modo.

La forma è quindi luce che si getta sulla realtà, altrimenti oscura che ne viene progettata. E non è un caso che un mass-mediologo attento come McLuhan abbia definito la luce come il medium per eccellenza. Al buio non si dà forma. Come sa anche il bambino che ne ha paura.

Forme come proiezione, illuminazione, spazializzazione di significato. Tentativo di organizzazione, di scrittura di un senso che altrimenti ci sfugge. In forma di architettura i filosofi hanno realizzato – mi verrebbe da dire: proiettato- i loro sistemi. Carl Gustav Jung ha esplicitato il proprio inconscio, altrimenti incontrollato, quando a Bollingen ha realizzato la propria casa. E sempre a una architettura a forma di biblioteca, realizzata ad Amburgo dal 1926 dall’architetto Gerhard Langmaack, è ricorso Aby Warburg per esorcizzare la propria pazzia. Precedendo di qualche anno quel Ludwig Wittgenstein che realizzerà, in forma di sistema filosofico, tra il 1926 e il 1928, con immensa fatica, la casa per la sorella per sfuggire al suicidio che lo ossessiona. È nello spazializzare il tempo, nel cristallizzarlo in una forma sia pur precaria che il divenire ci diventa, almeno per un momento, amico e la paura si acquieta.

 

è apparso su Ventre [anno 9 numero 2]

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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