prestinenza.it
 

Panorama Romano

Luigi Prestinenza Puglisi 3 aprile 2014 Cronache e commenti Nessun commento su Panorama Romano

Novembre 2003: si è esaurito il momento magico dell’architettura romana quando sembrava che una nuova generazione di giovani architetti stesse emergendo da un periodo buio, dal black hole dell’architettura italiana, come lo ha definito il critico americano Bill Menking. Che si sia esaurito un ciclo durato oltre un quinquennio – dal 1997 al 2002- che ebbe un momento magico quando, in un incontro pubblico dell’InArch, un coro di fischi seppellì i giudizi negativi di un noto accademico contro il museo di Bilbao di Gehry, lo si legge nel mutato clima culturale della città, nell’affievolirsi delle iniziative, nella dispersione delle forze non più disposte a lavorare sinergicamente. Anche se oggi, infatti, si inaugura a Roma la Casa dell’Architettura per merito di un Ordine degli Architetti quale quello romano combattivo e incisivo, guidato da un Presidente insieme accorto e sognatore, che è riuscito a concretizzare con un edificio l’ansia di riscatto verso una città da sempre tiepida se non ostile all’architettura contemporanea ( e non è casuale che l’edificio dato dal Comune di Roma per ospitare l’iniziativa sia un tronfio monumento eclettico) la sensazione è che di tensione, soprattutto tra i giovani, oggi ce ne sia meno. Molta di meno del 1998 e del 1999 quando si festeggiarono il Guggenheim di Bilbao e il museo ebraico di Berlino o del 2000 in cui si parlò di architettura del nuovo millennio o del 2001, che segnò l’inizio della parabola discendente. Vorrei che non fosse così. Spero di sbagliarmi. Ma in ogni caso poco male. A ogni esplosione segue una fase di assestamento e, se non c’è più qualcosa che può apparire come un movimento, quantomeno resta una nuova consapevolezza. Alla quale, sia pure in piccola parte, hanno contribuito anche gli incontri del TAC, quando una quindicina di studi in prevalenza romani e comunque gravitanti nella Capitale, tutti caratterizzati dalla giovane età, furono invitati, tutti insieme e per la prima volta, dall’Università. Mostrarono che nonostante le notevoli differenze, c’era una sicura convergenza su almeno cinque punti.

Primo: l’apertura alle sperimentazioni straniere, il rifiuto di chiudersi nell’angusto clima provinciale italiano, il bisogno di capire che il mondo stava andando avanti. Tutti convenivano che fosse impensabile credere che ci potesse essere progresso solo guardando all’indietro alla nostra sia pur ricca e importante tradizione culturale. Ricordo, che negli anni novanta, un cattedratico sosteneva in pubblico che Zaha Hadid, Renzo Piano e Coop Himmelb(l)au, Gehry non si potevano considerare architetti e che il segreto della buona architettura si doveva cercare nella tradizione mediterranea. Oggi, con buona pace del noto professore, i suoi studenti sanno che negli ultimi anni i più significativi eventi nel campo dell’architettura sono avvenuti in lidi mai toccati dal nostro mare; che si impara di più a Rotterdam che a Firenze, a Londra più che a Roma; che non possiamo permetterci di ignorare Norman Foster o Buckminster Fuller mentre possiamo vivere anche senza conoscere lo strapaese di Mario Ridolfi, o la retorica nazionalista di Giuseppe Vaccaro o Enrico Del Debbio. Non è azzardato dire che il libro di testo della nuova generazione è stata la informatissima rivista spagnola El Croquis, con i suoi numeri monografici dedicati agli architetti stranieri contemporanei ( non riesco a ricordare un solo fascicolo, apparso negli ultimi anni, dedicato a un italiano) e che l’occasione per scoprire nuove realtà sono stati i programmi di studio e lavoro all’estero, quali Erasmus e Leonardo, più che le aule mal attrezzate – senza computer, senza proiettori, a volte senza spine- della povera scuola italiana.

Secondo: l’attenzione per ciò che Anceschi avrebbe definito l’eteronomia, contro l’autonomia disciplinare, cioè la chiusura formalista proclamata dalla generazione precedente, in particolare dalla così detta Tendenza che a Roma aveva avuto una delle sue maggiori roccaforti. Quindi: sporcarsi le mani, rompere gli steccati formalisti e guardare la vita, curiosando anche all’interno della biologia, della filosofia, dell’epistemologia, delle geometrie non euclidee, della linguistica… insomma dei vari campi delle scienze contemporanee.

Terzo: l’attenzione per le nuove tecnologie e in particolare per la rivoluzione informatica. Certo senza fanatismi o eccessive fiducie, con la consapevolezza che la tecnologia non solo risolve i problemi ma li crea. Ma anche senza la supponenza di chi crede ancora che non ci sia altra strada per l’architettura che praticare il sapiente gioco dei volumi (euclidei) sotto la luce. E con la certezza – anche da parte di quei progettisti che ancora oggi continuano a preferire conformazioni semplici, materiali corposi e fortemente tattili, grane e pattern- che l’architettura non può fare a meno di confrontarsi con un mondo dove oramai l’informazione e i così detti flussi immateriali hanno assunto un peso crescente.

Quarto: il rinnovato interesse per il magistero di Bruno Zevi, che ha posto fine alla damnatio memoriae di un così scomodo personaggio imposta dalla cultura accademica a partire dalle sue clamorose dimissioni dalla facoltà di Architettura avvenute nel 1979. Ricordo che quando stavo all’università, nella seconda metà degli anni settanta, la voce che girava era che il turbolento professore fosse se non proprio pazzo, certamente un personaggio strano. Verso la fine degli anni novanta, senza cadere nel mito o nel culto della personalità, i giovani invece hanno scoperto che dietro le proposte dell’oramai anziano critico ( morirà nel 2000, ma non senza aver prima ripubblicato i suoi principali libri, scritto la Controstoria, organizzato e gestito un convegno memorabile dal tema Paesaggistica e grado zero e rifondato l’Universale di Architettura) si intravedono alcune strade oggi ancora vitali.

Quinto: il bisogno di concretezza, il rifiuto dell’architettura disegnata, la voglia di agire. Avviene sul versante del mestiere, riscoprendolo, su quello delle nuove tecnologie, adoperandole, o, infine, del coinvolgimento dell’utenza, allestendo iniziative – come nel caso di Campo Boario di Stalker- in grado di smuovere l’opinione pubblica.

Oggi la battaglia si può dire che sia stata vinta. Zaha Hadid non è più considerata uno strano animale quando anche il cauto e, in fin dei conti, tradizionalista DARC, la direzione per l’architettura e l’arte contemporanea del ministero, la sponsorizza; Libeskind è una superstar; alle conferenze di Mecanoo accorrono in mille e Koolhaas è diventato oggetto anche di tesi di laurea. Semmai, il guaio è che li si citi troppo e a sproposito trasformandoli in un oggetto di moda con il pericolo che, come avvenne con l’architettura moderna durante il Fascismo, l’assimilazione sia solo superficiale, limitata al versante della forma.

Torniamo ai nostri progettisti. Tutti i gruppi che abbiamo invitato al TAC hanno avuto un meritato successo. Nemesi, n!studio, Giammetta & Giammetta, Antonella Mari, De Logu hanno realizzato opere eccellenti e sono stati pubblicati dappertutto: dalle italiane Domus, Costruire e Ottagono all’australiana Monument. Altri quale Tstudio, Stipa, GAP, Sciatto hanno ottenuto riconoscimenti e vinto premi e concorsi. Altri quali ian+ e Stalker sono stati invitati all’estero. Altri, quali Centola, hanno affiancato all’attività professionale iniziative sul digitale, inventato un innovativo sito web e pubblicato interessanti contributi su riviste quali L’Arca. Quasi tutti, oggi, sono al lavoro su opere che, se non importanti quantitativamente, hanno comunque un elevatissimo livello qualitativo. Segno che, nonostante il riflusso, la crisi e la stanchezza che segue la felice orgia di un quinquennio, non si torna indietro. Segno che le risorse umane ci sono e – sono sicuro- si risveglieranno non appena si ripresenteranno le occasioni propizie. Ecco un tema di meditazione per strutture, quali l’InArch, il Darc, l’Ordine degli Architetti e l’Università deputate a suscitare idee e energie

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

Leave A Response