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Paul Wijdeveld – Ludwig Wittgenstein, Architect

Paul Wijdeveld, Ludwig Wittgenstein, Architect, Thames and Hudson, Londra 1995, pagg.240

 Il 28 aprile del 1926 Wittgenstein si dimette dall’insegnamento nelle scuole elementari a causa di continui incidenti con gli alunni e i genitori provocati dalla sua intransigenza e, insieme, dal suo originale modo di insegnare.

Il 3 giugno dello stesso anno gli muore la madre.

I due avvenimenti hanno un effetto devastante sul precario equilibrio psichico del filosofo austriaco. Da diversi anni, infatti, Wittgenstein è ossessionato dall’idea del suicidio, alla quale cerca di scappare pellegrinando da un posto all’altro, inventandosi nuove occupazioni, imponendosi ritmi di lavoro frenetici. Così lo descrive Bertrand Russel che nel 1911-12 lo ebbe come studente a Cambridge: ” un artista, intuitivo e lunatico …ogni mattina comincia il proprio lavoro con fiducia e ogni sera lo conclude nella disperazione “. Ma, alla fine, Russel era rimasto coinvolto dalla disturbata genialità di questo ragazzo tanto da perdere fiducia nella propria e vederlo come il proprio erede, colui che sarebbe riuscito a risolvere i problemi di logica simbolica, sui quali stava ossessivamente quanto oramai inutilmente lavorando. Wittgenstein però, a dispetto di Russel, abbandona Cambrige, si trasferisce in Norvegia in una località remota e isolata, per tornare a Vienna e arruolarsi volontario in una guerra che , come annoterà nel suo diario, attraverso il contatto con la morte può fargli capire il valore della vita. Durante la guerra e la successiva prigionia italiana finisce di scrivere il Tractatus Logico-filosoficus, della cui importanza teoretica è convinto ( …la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e definitiva, scrive nella premessa) ma della cui inefficacia operativa è dolorosamente cosciente (… quanto poco sia fatto dall’essere questi problemi risolti).

Tornato a casa, Wittgenstein lascia ai fratelli i propri beni che gli fruttavano una rendita di quasi mezzo miliardo l’anno ( in lire correnti) , pensa di prendere i voti, fa l’aiuto-giardiniere vivendo nel deposito per gli attrezzi e, infine, decide – nonostante il diploma di ingegnere e i suoi brillanti studi a Cambridge- di fare l’insegnante delle scuole elementari nei paesi sperduti della Bassa Austria.

Il fallimento della sua vocazione di insegnante e la depressione provocata dalla perdita della madre preoccupano la sorella di Wittgenstein, Margaret Stonborough che in quel periodo aveva dato incarico a Paul Engelmann , discepolo di Loos, di costruirle una casa.

Margaret decide così di coinvolgere il fratello nell’impresa edilizia, sfruttandone l’inclinazione per l’architettura: Ludwig, infatti, aveva, con insidancabili direttive, aiutato nel 1914 l’amico Eccles ad arredare la sua casa; si era disegnato quasi tutti i mobili del suo alloggio a Cambridge e, infine, era stato il progettista della baita nella quale si era ritirato in Norvegia. Inoltre Wittgenstein avrebbe certamente gradito il comune lavoro con Engelmann: lo conosceva da quasi dieci anni, essendogli stato presentato nel 1916 da Loos e con lui, durante la guerra, aveva passato interminabili giornate ad Olmuz a discutere di arte, di filosofia, di etica e di suicidio. La comune passione per l’architettura di Loos di cui l’uno era discepolo e l’altro ammiratore, avrebbe, infine, garantito un terreno formale di intesa, forse l’inizio di una attività professionale comune. Wittgenstein, invece, in breve tempo emargina Engelmann , diventando di fatto l’unico responsabile della costruzione della casa della sorella.

Il testo di Paul Wijdenveld, Ludwig Wittgenstein , Architect, ricostruisce le vicende relative alla progettazione e all’esecuzione dell’abitazione, salvata nel 1971 dalle ruspe e compromessa da un restauro rozzo e avventato.

Dalla ricostruzione di Wijdenveld, emerge oramai in maniera definitiva che in realtà Wittgenstein modificò pochissimo il primitivo progetto di Engelmann. L’impianto volumetrico rimase pressappoco inalterato, se escludiamo il piccolo corpo aggiunto dell’ingresso; i prospetti furono modificati solo per lievi ritocchi alle dimensioni delle finestre e alle loro posizioni reciproche; la divisione degli ambienti interni non fu alterata, a meno di impercettibili spostamenti dei tramezzi.

Eppure Wittgenstein dedicò alla casa energie immense e enorme attenzione, tanto da confessare che, dopo una giornata di cantiere, si sentiva sfinito. Ogni questione, anche la più banale richiedeva, infatti, un’attenzione estenuante. Ad un fabbro che gli chiedeva se anche un millimetro fosse importante, lui con il suo impaurente vocione rispose che era fondamentale anche il mezzo millimetro. Per decidere l’altezza delle ringhiere obbligava l’operaio a tenerle per ore nella posizione prevista per verificare che fosse effettivamente quella giusta. Gli infissi erano di una sezione talmente sottile che solo una ditta tra le tante consultate fu in grado di realizzarli. L’architetto Groag, anch’egli allievo di Loos, che fu di aiuto nella contabilizzazione delle opere, più volte perse la pazienza di fronte agli sperperi determinati dall’ ostinato perfezionismo di Ludwig; mentre la sorella Margaret concluse scherzosamente che nella realizzazione della casa tutto era importante fuorché il tempo e il denaro.

L’ attenzione esasperata di Wittgenstein alle più minute questioni di dettaglio può però essere una chiave di lettura importante. Wijdenveld la attribuisce al gusto classico del filosofo: “la casa – sostiene- deve essere associata con le tendenze classiciste che ricorrono nella storia dell’ architettura. Comune a queste è la morigeratezza nell’articolazione e l’ornamento, guidata da una regola assoluta della bellezza, in cui è di fondamentale importanza il sistema delle proporzioni”. La tesi appare poco convincente: innanzitutto perché nell’opera di Wittgenstein non si riscontra, come onestamente riconosce lo stesso Wijdenveld , l’applicazione di alcun sistema proporzionale preciso. Le proporzioni che hanno voluto trovare gli esegeti hanno approssimazioni del 5 e più per cento; sono quindi troppo imprecise per essere state fatte proprie da un eterno insoddisfatto che non esitò, a costruzione quasi ultimata, a demolire il solaio del soggiorno per alzarlo di tre centimetri e che Il giorno in cui gli infissi furono montati costrinse la povera Margaret Respinger a passare ore ad aprire e chiuderli per verificare che fossero perfettamente a piombo. La tesi non convince inoltre perché Wittgenstein impiegò non poche delle sue energie per spezzare simmetrie ( per es. eliminando una delle due nicchie della stanza della libreria), infrangere allineamenti (per es. ponendo fuori asse la bucatura della porta d’ingresso rispetto alle finestre sovrastanti), differenziare e disarticolare le parti ( p. es. ideando finestre diverse per ogni facciata).

Per Wittgenstein, inoltre, ogni concezione classica é troppo intrisa di valori connotativi, di riferimenti metafisici. Wittgenstein, infatti, pur apprezzandolo per l’opera di riduzione da lui compiuta, critica Loos che di valori eterni riempie la propria architettura. E intuisce che dietro la semplicità e le nude proporzioni del moderno può nascondersi un delitto ancora più grave di quello individuato da Loos nell’ornamento. Queste case – diceva contrariato a proposito dell’esposizione del Wiener Werkbund del 1932 – ti guardano e ti dicono ” guarda come sono graziosa”.

Da qui, l’ avversione del filosofo verso lo spazio tradizionale, carico di valori tattili, espressivi, simbolici e la predilezione per uno spazio neutro, trasparente, cioè tale da non interferire con i singoli oggetti che lo strutturano e con le persone che lo abitano ” il mio ideale é una certa freddezza. Un tempio che ospiti le passioni, senza che interferisca con queste”.

Proviamo adesso a sostituire al termine “oggetto architettonico” la parola ” fatto” e al termine “spazio” la parola “logica”. Avremo la filosofia del Tractatus: i fatti, come gli oggetti architettonici, devono, infatti, essere depurati da ogni connotazione soggettiva e ridotti al loro semplice valore denotativo; mentre la logica, così come lo spazio architettonico , deve diventare trasparente edificio che ospita i fatti componendoli ma senza alterarli o modificarli.

Questa costruzione rigorosamente scientifica ( su di essa nel 1928 sarà fondato il Circolo di Vienna e il neopositivismo logico) è in realtà il punto di arrivo di una visione ascetica e mistica: la trasparenza non è solo lo sforzo massimo di concettualizzazione del dicibile ma anche l’unica finestra da cui ci è permesso scorgere l’ indicibile: ” non mi interessa -affermerà Wittgenstein- innalzare un edificio, quanto piuttosto vedere in trasparenza, dinnanzi a me le fondamenta degli edifici possibili” cioé, in sostanza, la struttura del mondo ( del mio mondo).

Leitner in uno studio del 1973 aveva brillantemente colto il carattere insieme mistico e anticlassico di una architettura così concepita: ” alla fine l’edificio diventa spersonalizzato e anonimo, grande architettura. La chiarezza non è oscurata dalla funzione. L’austerità non si basa su unità modulari. La semplicità non risulta dalla mera rinuncia all’ornamento. Impossibile reperire dogmi o assunti formali o particolari da imitare. Vi si riscontra invece una filosofia”. Questa “si limita a metterci tutto davanti, non spiega e non conclude nulla. Dal momento che tutto è posto in luce, non resta nulla da spiegare”.

Più tardi , con le ricerche filosofiche, Wittgenstein si accorgerà di quanta metafisica si celi anche dietro questa anoressica estetica del silenzio, dell’assenza, della trasparenza. Glielo farà capire l’economista Sraffa, mostrandogli invece la ricchezza linguistica di un tipico gesto napoletano. Wittgenstein elaborerà allora la teoria dei giochi linguistici e nei suoi appunti, pubblicati postumi, non dimenticherà l’architettura, paragonando la riscoperta complessità del linguaggio al lento stratificarsi di una città.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line qui e su www.presstletter.com

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