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Rem Koolhaas and Bruce Mau – S, M, L, XL

OFFICE FOR METROPOLITAN ARCHITECTURE: REM KOOLHAAS AND BRUCE MAU. S, M, L, XL. 010 Publishers, Rotterdam 1995, pp. 1345

 Nel 1978 Rem Koolhaas scrive Delirious New York. Il testo ha un immediato successo e catapulta l’autore, giovanissimo, sulla scena internazionale. Il libro affronta la storia di New York e dei suoi edifici. In realtà è un manuale di critica operativa, un manifesto che , prendendo atto della radicale bellezza di New York, cerca di spiegare il motivo per il quale questa città quasi per nulla pianificata abbia dato forma alla nostra contemporaneità riuscendo in un obiettivo che è , invece, miseramente sfuggito agli architetti e agli urbanisti del movimento moderno con le loro congelate utopie metropolitane.

New York – spiega l’ Autore – è riuscita a produrre la cultura della congestione, e, inoltre, è riuscita a esprimere la tecnologia del fantastico, un ideale che forse poco a che vedere con le regole della composizione architettonica ma che, in effetti, riesce a produrre manufatti edilizi certamente non meno interessanti di quelli che escono dalle accademie, vecchie o nuove, delle nostre scuole di architettura.

Con le 1345 pagine di S, M, L, XL (che significano small, medium, large ed extra large) Koolhaas, a distanza di quasi vent’ anni , riaffronta il tema della modernità nella sua antitetica estraneità alle regole dell’architettura tradizionale.

La modernità contrappone all’integrità la frammentazione, alla contemplazione la fruizione dinamica, alla sincerità strutturale la scissione tra interno e esterno. La modernità, insomma, dà vita a quella potremo definire un’estetica politeista, una sommatoria di credenze non più legate a un ideale unificante.

“Le contraddizioni ” dice Koolhaas nell’introduzione di S,M,L,XL ” non possono essere evitate” E aggiunge ” La coerenza imposta sul lavoro di un architetto è il risultato di un lavoro di cosmesi o il risultato di autocensure. “

La struttura di S, M, L, XL è sintomatica di questo approccio: la produzione di più di venti anni di attività di Koolhaas è divisa solo in relazione alla grandezza del progetto. Il padiglione espositivo è trattato in small, l’edificio in medium, il quartiere in large, e il progetto urbano in extra large. In mezzo ai progetti innumerevoli scritti collocati, come dice l’Autore stesso, come episodi autonomi e non come elementi di interconnessione.

“Il volume -conclude l’ architetto olandese- può essere letto nel modo che si vuole.”

Se in tutto il libro non è possibile trovare una chiave di lettura unificante è possibile tuttavia trovare numerosi spunti che ci possono aiutare a costruire un diverso approccio che Koolhaas chiama ” un nuovo realismo”, intendendo con questo termine una visione disincantata e aderente alla realtà delle cose così come queste ci vengono prospettate dalla società metropolitana nella quale viviamo.

Già nel volume Delirious New York, era stato osservato, quanto un mezzo meccanico semplice quale l’ascensore abbia mutato il nostro modo di organizzare gli spazi verticali: non più unitarie articolazioni spaziali legate per mezzo di atri a più livelli o scalinate monumentali, ma interminabili sovrapposizioni di piani tra loro indipendenti. Da qui la nascita di un nuovo tipo, il grattacielo, fondato su un assunto che per un razionalista di scuola lecorbusieriana non può che suonare come anatema: la scissione tra uno spazio interno flessibile, sostanzialmente inespressivo e uno spazio esterno caratterizzato da una immagine immediata e aggressiva.

Negli scritti di S, M, L, XL Koolhaas si sofferma su un altro prodotto della civiltà metropolitana: le reti di interconnessione. La metropolitana, l’automobile, il treno , l’aereo e, su scala virtuale, i mezzi di comunicazione di massa uniscono anche percettivamente, luoghi distanti rendendoli di fatto contigui: gli aeroporti di due continenti diversi, per esempio, possono essere tra di loro più vicini e formalmente interconnessi di due aree periferiche di una stessa realtà urbana.

Le reti distruggono la città compatta, isotropa e omogenea. Subentra la metropoli groviera: uno spazio fatto di zone particolarmente dense ( i centri storici, le stazioni, i centri commerciali) che si alternano ad altre assolutamente vuote o banali ( le aree dismesse o inutilizzate ). La tecnica moderna, insomma, destruttura l’ urbano, riducendolo a una sommatoria di parti che si interconnettono tra di loro non più secondo la logica dell’unitarietà formale , ma – come ha osservato anche Marc Augé in ” Un ethnologue dans le métro” – secondo strategie che si stabiliscono di volta in volta in relazione ai mezzi e agli scopi della comunicazione.

Svanisce definitivamente la concezione classica che presuppone un approccio temporale unitario e sostanzialmente statico, ma è superata anche la fluida concezione spazio-temporale dei protagonisti del movimento moderno da Rietveld a Mies a Wright. Per questi ultimi, infatti, la forma si disvela attraverso il percorrerla e cioè attraverso il tempo del movimento umano, mentre invece nella metropoli sono le diverse temporalità con le cadenze disomogenee dei mezzi utilizzati , che permettono letture alternative dello spazio , rendendo impossibile la scelta di una particolare configurazione da assumere come riferimento o , tantomeno, come modello.

Ma se la temporalità destrutturata della metropoli ha un suo fascino, perché non trasformarla in principio cosciente della produzione architettonica? E, ancora, perché ostinarci a voler strutturare la realtà in forme unitarie quando la giustapposizione, l’assemblaggio, l’elenco, il sovrapporsi, l’incontrasi, il confrontarsi, il variare casualmente possono dare luogo a strategie formali più attuali e interessanti di quelle scaturite dai soliti concetti di utilitas, firmitas e venustas?

Ma vi è di più. Che senso può avere – dice Koolhaas in una conferenza tenuta nel novembre scorso a Singapore- l’ostinata ricerca del bel comporre, l’ottuso perseguimento di identità storiche e nazionali, il culto della storia in una società quale la nostra divorata dall’esigenza tecnica e economica dell’ omogeneizzazione? Conclude: “invece di resistere alla globalizzazione in nome di falsi ideali umanistici noi dovremmo teorizzarla. Vederla come una pagina bianca su cui lavorare. Percepirla come una liberazione”.

La tesi principale di Koolhaas – la città con le sue contraddizioni e la sua esplosiva spontaneità è molto più interessante di tutte le più rigorose utopie moderniste- richiama alla mente Bob Venturi e il suo Learning from Las Vegas. Negli scritti su Atlanta o Singapore che compaiono all’interno di S, M, L, XL l’elogio dell’esistente può suonare , anche più che in Venturi, come una profanazione della cultura architettonica e urbanistica predominante. Una apostasia che viene poco apprezzata soprattutto dalla cultura anglosassone. Per il critico del The Architects’ Journal , che lo ha stroncato di recente, Koolhaas è il simbolo della resa dell’architetto di fronte al suo compito di prefigurare realtà migliori e alternative rispetto alle attuali. L’ Architectural Review lo ignora. E gli americani dell’ Architectural Record lo citano come un eccentrico: interessante ma da tenere a distanza.

Più favorevoli gli sono invece i francesi e gli italiani che, da sempre avvezzi ai funambolismi e ai paradossi della ricerca linguistica, intuiscono che dietro l’eretico realismo, si nasconde il solido idealismo di uno spirito autenticamente neoplatonico.

La resa di Koolhaas di fronte alla realtà può , infatti, essere interpretata come l’ennesima astuzia della ragione europea tesa a carpire, per incarnarlo, lo Spirito del Tempo in cui si trova a operare. Mentre l’americano Venturi si limita a lavorare sul versante fenomenico e cioè sul kitsch urbano, riciclandolo in chiave ironica; Koolhaas cerca di interpretare l’essenza della realtà metropolitana, la forma della modernità, i fondamenti di una realtà destrutturata. Da qui il rifiuto di ogni soggettivismo espressionistico, il carattere ascetico delle sue architetture ma anche l’esasperato formalismo e l’estenuante intellettualismo (che- detto per inciso- trapela anche dall’ultra costruito S,L,M, XL).

Se Koolhaas è decostruzionista, lo è nello stesso modo in cui il platonico Mies Van Der Rohe è stato un modernista: per rispondere a una impellente necessità storica, per dare forma a una laica religiosità dell’intelletto. Per nulla incline all’urlo della Coop Himmelblau, poco propenso all’intellettualismo posteuclideo di Eisenman , lontano dall’estetizzante amoralità di Johnson, sospettoso dell’esuberanza formativa di Zaha Hadid, in fondo l’ ideale di Koolhaas è di sapore calvinista: rendere l’architettura, che paragona a una palla al piede, sempre più leggera, trasformandola nell’ icona del vivere stesso.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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