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Rem Koolhaas: una morale amoralità

Luigi Prestinenza Puglisi 3 aprile 2014 Personaggi 1 commento su Rem Koolhaas: una morale amoralità

L’accusa più frequente lanciata a Rem Koolhaas è di amoralità. Ricordo, per esempio, un articolo apparso sul The Architects’ Journal nel quale la sua opera veniva smontata in nome della buona architettura, del senso comune, del riformismo sociale. E non sono pochi i critici, anche in Italia, che antepongono all’olandese altri architetti. Paolo Portoghesi, per esempio, nella raccolta di profili , I grandi architetti del Novecento (Newton & Compton,1998), non tralascia Gehry ed Eisenman, dei quali, pur da posizioni tradizionaliste tenta una lettura positiva, ma evita di occuparsi di Koolhaas, anteponendogli numerosi personaggi meno noti e, probabilmente, meno interessanti.

 

Famoso ma poco amato, Koolhaas gioca sull’antipatia. Ha capito che occorre colpire, stupire, provocare. E anche i suoi estimatori si meravigliano non poco delle ultime uscite: realizza un negozio a New York per Miuccia Prada e, nello stesso tempo, scrive della povertà di Lagos. Esamina il miracolo economico cinese e realizza il museo Guggenheim di Las Vegas all’interno di un hotel dove si gioca con le slot machine . E’ guest editor di un numero di Wired dedicato al prossimo secolo ( Wired , June 2003) e fa l’elogio degli spazi spazzatura e della civiltà dello shopping. Adesso con AMO, che ha affiancato allo studio OMA, cerca di elaborare strategie, anche di immagine, per inventare, strutturare, finanziare nuovi progetti, non necessariamente di architettura.

 

La formula funziona. Koolhaas è oramai un fenomeno mediatico. Baciato dalla notorietà, é accettato anche da quell’establishment che, tendenzialmente, lo disprezzerebbe ma che, ben conoscendo le regole del potere, non si sognerebbe mai di essere arrogante con chi ha successo. Nel 2000 gli hanno assegnato il Pritzker. Insegna ad Harvard nella più tradizionalista e ambita accademia americana. Va, da sempre, a cena con Philip Johnson e una ristretta elite di personaggi dello Star System. Insomma: non possiamo certo parlare di un incompreso, di un escluso o di un uomo d’avanguardia nel senso ottocentesco del termine.

 

La forza di Koolhaas è, soprattutto, nell’appeal presso i giovani: le sue conferenze raccolgono folle di estimatori sotto i trenta anni e continui riferimenti ai sui progetti si intravedono nei lavori che gli studenti preparano nelle facoltà di architettura. Scrivi un libro su Koolhaas: venderai almeno 10.000 copie che andranno in mano a ragazzi oggi sempre più in crisi nel bazzicare università distanti anni luce dalle realtà urbane che le circondano. E vi è una ragione: in fondo sono loro a vivere le contraddizioni denunciate dall’olandese: vestono o vorrebbero vestire Prada ma si appassionano di temi sociali. Leggono No Logo di Naomi Klein e forse Impero, scritto da Negri e Hardt ma non si lasciano sfuggire le ultime occasioni di shopping. Lottano contro lo sfruttamento delle multinazionali nel terzo mondo ma non rinuncerebbero a un watt di elettricità o a una goccia di petrolio. Vorrebbero guadagnare cifre colossali ma non disdegnano il rigore calvinista.

 

La tentazione di liquidare il fenomeno Koolhaas come frutto di una moda o di una temperie generazionale è forte. Ma così facendo, credo, che ci si areni nella difficoltà di chi, avendo solo strumenti tradizionali e inadeguati, non riesca a spiegare il nuovo e quindi lo esorcizzi. Se Koolhaas vogliamo spiegare, non possiamo farlo solo attraverso la lente tradizionale dell’utopia classica.

 

Dal dopoguerra ad oggi, sono poche, anzi pochissime, le tendenze che si sono affrancate da questo principio che vede la storia dell’architettura contemporanea come la prefigurazione di un mondo migliore che, richiede a livello pratico, una continua rivoluzione delle funzioni e, a livello metaforico, delle forme. Costruisci case tradizionali? Ti faccio vedere che si può vivere in modo diverso. Continui a vivere nelle città odierne? Ti mostro un piano di una metropoli dove c’è più verde (per esempio la Ville Radieuse), più spazio per la tua privacy (p.es. Brodoacre City), un migliore rapporto con la tecnologia ( per es. Plug in city).

 

Durante gli anni settanta c’è stato – forse anche grazie all’influsso della pop art – un certo filone di pensiero che ha cercato di smantellare un concezione così totalizzante, riportando l’architettura dal perseguimento dell’utopia alla vita di ogni giorno. In questa prospettiva credo si debba leggere il fortunato Learning from Las Vegas di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Stefan Izenour apparso nel 1972.. La tesi sottesa dal libro è tanto semplice quanto affascinante: Las Vegas, non pianificata e non progettata dagli architetti, è molto più interessante delle città del razionalismo. Se non capiamo perché ciò sia avvenuto, corriamo il rischio di continuare a aumentare una distanza sempre più incolmabile tra i desideri del mondo e gli imperativi categorici dei progettisti.

 

Nel 1978, appena un anno, dopo l’uscita della ristampa di Learning from Las Vegas, il trentaquattrenne Koolhaas pubblica un libro non meno fortunato che lo fa conoscere internazionalmente: Delirious New York . Simili, anche se più sofisticate, le tesi: New York, la capitale del XX secolo, è una città bellissima indipendentemente dagli architetti. Anzi se la analizziamo attentamente, scopriremo che, il grattacielo, la tipologia edilizia prevalente a Manhattan, è proprio l’antitesi di quanto il Movimento Moderno ha predicato. Nel grattacielo le funzioni si accostano senza integrarsi, non c’è rispondenza tra interno e esterno, non si possono applicare i principi della composizione architettonica.

 

Perché, continua Koolhaas, la città di New York è così attraente? Perché incarna il fantastico metropolitano, il desiderio di densità sociale. E’ la proiezione architettonica di un immaginario. La concretizzazione di una molteplicità di potenzialità che, esplose, danno forma al principio di irrealtà del reale secondo il quale ciò che effettivamente accade è più utopico, imprevedibile e, in fin dei conti, più desiderabile di qualsiasi astratta utopia fondata su principi razionali. Provate a girare per New York o a viverci e vi accorgerete quanto questo esperimento urbano, mai progettato da alcuno – se non attraverso una debole griglia e poche ma essenziali regole sui distacchi- sia riuscito.

 

Se vogliamo essere conseguenti, dobbiamo allora augurarci la fine dell’utopia intesa come un progetto esterno all’effettivo andamento delle cose. E imporci di scoprire l’aspetto fantastico, irreale, creativo interno ad ogni fenomeno. Pensando a un approccio i cui metodi siano vicini a quelli del surrealismo, l’unica poetica che è riuscita a trasfigurare il reale lavorando al suo interno. Salvator Dalì, insomma, più che Le Corbusier ( si osservi l’interesse con il quale Koolhaas affronta l’ artista spagnolo in Delirious New York).

 

Se surreale è la realtà metropolitana, il punto di vista dell’architetto non può che essere cubista. Il mondo odierno, sempre più frammentato, sarà ricomposto in un mosaico di osservazioni dislocate e dissociate. Nulla oggi, è più interessante e più pazzesco del vero. Accostamenti paradossali possono produrre nuovi e utili strumenti di comprensione e di trasformazione, più efficaci dei tradizionali.

 

Non ci vuole molto, a capire che la anti-utopia propugnata dall’architetto olandese, più che essere una radicale antitesi all’ utopismo tradizionale, ne è piuttosto uno sviluppo. E’ una utopia cercata non fuori ma dentro la realtà. Se l’approccio è apparentemente amorale (nel senso che si tuffa nelle contraddizioni della realtà senza esorcizzarle) e i metodi che appronta appaiono a volte poco standard, lo é per rispondere a una sorta di astuzia della ragione che non vuole essere scavalcata dagli avvenimenti e preferisce rimettersi in discussione piuttosto che essere messa da parte, come accade alle teorie di colleghi più tradizionalisti. In fondo l’obiettivo di Koolhaas è pur sempre fare della buona architettura. Trovare lo straordinario nel banale è, infatti, tutt’altra cosa che produrre il banale. Anzi si avvicina molto a quella ricerca dello Spirito del Tempo di cui il Movimento Moderno ha fatto la propria bandiera. Sarebbe un grave errore di valutazione credere che nei progetti di Koolhaas ci sia populismo o adattamento passivo. Vi è piuttosto uno spirito aristocratico, snob e elitario. Si veda per tutti l’arroganza con la quale Koolhaas descrive le obiezioni che una signora (“con la borsa della spesa ” come dice) muove ai propri progetti: nel caso, oltretutto uno dei suoi peggio riusciti: l’IJ Plein.

 

Anche se, in nome dell’immaginario metropolitano, Koolhaas non esita a dichiarare morto e sepolto l’armamentario dell’architettura del passato, non si fa gran fatica a trovare nei suoi progetti numerose citazioni riprese da Le Corbusier, Mies, i costruttivisti russi, Constant… Si osservi villa Dall’Ava o la casa a Floriac: non si può che rimanere colpiti dalla padronanza con la quale gioca con i frammenti del Movimento Moderno. E se i dettagli sono duri, troncati, sciatti lo sono perché derivano da una attenta disattenzione. Un po’ come capita a certi vestiti contemporanei apparentemente mal tagliati o ai jeans artatamente strappati. Certo nei suoi scritti l’architetto olandese elogia la fretta dell’oriente, la capacità di crescere a ritmi vertiginosi, la sbrigatività degli architetti cinesi che sfornano un progetto al giorno. Ma i lavori che escono dal suo studio richiedono, invece, energie, spreco di tempo, continui aggiustamenti. Insomma: i riferimenti alla cultura della velocità sono tutt’altro che affrettati. E dietro la proposta di nuovo c’è sin troppa rielaborazione storica. Anche nelle indagini: le tavole apparse nel numero di Wired, con le indagini eseguite dagli studenti di Harvard sono brillanti mappe tematiche che ricordano una lunga tradizione anglosassone di visualizzazione di concetti astratti. E’ strano che molti accademici non se ne siano accorti: in fondo nessuno più di Koolhaas è in sintonia con la tradizione disciplinare. Solo che, invece che copiarla, se ne appropria reinventandola, all’interno di un discorso post-cubista e neo-surrealista.

 

Allo stesso tempo, è raro trovare nella produzione teorica contemporanea un progettista più attento ai problemi, alle potenzialità, ai miti della contemporaneità. Basti per tutti osservare i progetti per l’ampliamento del MoMA di New York o per il Centro per le Arti Contemporanee a Roma. Due lezioni sulla pluralità di modi in cui oggi si usa il museo. Su come una struttura architettonica si debba porre nei confronti del pubblico, contemperando le esigenze del singolo e del consumo di massa. Siamo ben oltre l’approccio di tanti suoi contemporanei che si limitano a proporre magnifici ma sostanzialmente tradizionali spazi scultorei. Idem per i lavori alla grande scala: il Sea Trade Center, la Biblioteca di Francia, il centro di Almere, Euralille… sono tutti saggi di metodo. Come ha intuito Francesco Tentori, in realtà il nuovo Le Corbusier è lui. In nessun progettista contemporaneo vi è tanta ansia metodologica, una così brillante capacità di indagare i nessi tra forme, usi, società.

 

E’ un complimento non da poco, ma anche, secondo il mio punto di vista, in un’epoca così crudamente disillusa, una accusa. Come Le Corbusier, il quale confonde l’arte con la vita, la poesia con lo spirito del tempo, le sue proiezioni per bisogni effettivi, Koolhaas alla fine è, nei suoi momenti migliori, pur sempre un visionario, che finge di non esserlo.

 

Apparso nel libro Dutch Touch a cura di Michele Costanzo e Hans Ibelings

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line qui e su www.presstletter.com

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