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Colin Rowe: The architecture of good intentions

COLIN ROWE: The architecture of good intentions. Towards a possible retrospect ; Academy Editions, 1994 pagg. 144.

Credo quia absurdum: credo perché è assurdo. Ecco la segreta convinzione che rende il Movimento Moderno assolutamente impermeabile a tutte le verifiche, e lo accomuna alle ideologie di questo secolo che nessun principio di falsificazione ha potuto seriamente smantellare. Afferma Colin Rowe: anche se giudicata morente, la concezione che sostiene l’architettura del Razionalismo è ancora insidiosamente potente, molto di più di quanto i suoi detrattori preferiscano credere.

E lo è in particolare per coloro che ne sentono la crisi, ma nello stesso tempo non riescono a cuor leggero ad abbandonare i suoi principi, la sua sana arroganza. Da qui il bisogno di un approccio critico, che sia grado di svelarne le contraddizioni e insieme la insita grandezza e che Colin Rowe tenta con una analisi per sondaggi: cinque in tutto, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo. I primi tre – sicuramente i più convincenti- investono aspetti di fondo della problematica architettonica: sono una indagine epistemologica, una sull’ escatologia e e una sull’iconografia. Gli altri due – forse i più deludenti- indagano sulle parole di meccanismo e organismo, particolarmente care alla architettura contemporanea.

Epistemologia: gli architetti del movimento moderno hanno voluto essere insieme la reincarnazione di Isacco Newton e di Mosè, dello scienziato e del salvatore. Da qui la confusione tra un’architettura che ha preteso basarsi sui ” fatti” ( empirici, dimostrabili, confutabili) ma che nello stesso tempo voleva incarnare nozioni aeree e indimostrabili quali lo spirito del tempo o la volontà dell’ epoca. Afferma Colin Rowe: ” mentre l’architetto rifiutava i precedenti storici, egli nello stesso tempo si poneva come il risultato di un processo storico, come colui che sapeva interpretare ciò che il momento attuale richiedeva”. Da questa dicotomia si sviluppa un’ idea contraddittoria del progettista, esaltato in quanto solutore di problemi ma inteso, anche, come esteta della tecnica, incarnazione quest’ ultima della volontà dell’ epoca. Ma, o si è praticamente e concretamente tecnici e si rifiuta di fare di ogni problema un caso estetico, o si é esteti e si abbandona qualsiasi velleità di voler trovare a ogni costo soluzioni pratiche. Le Corbusier, Gropius, Mies, vissero in pieno questa contraddizione, con il risultato che alla fine monumentalizzarono la tecnologia , praticando soluzioni che di razionale avevano solo l’intenzionalità.

Capitolo secondo: escatologia. Il movimento moderno ha creato una chiesa. I suoi edifici non sono oggetti d’uso ma icone. Dice Colin Rowe: “l’icona non esiste tanto per la contempazione estetica quanto perché eccita il sentimento religioso. Le virtù estetiche sono secondarie…” Contro la decadenza della storia, il Movimento Moderno impone la sua rigenerazione. Diventa una fede dinamica. Continua Rowe ” il Movimento Moderno é una critica alla società, una esortazione alla riforma, una terapia culturale, una reintegrazione nella normalità, uno sguardo rivolto al futuro. E sebbene nessuna di queste affermazioni sia stata esplicitamente enunciata, tuttavia appariva evidente all’eccitato lettore dal modo in cui erano organizzate le idee, dalle suggestioni subliminali, dal susseguirsi degli eventi”.

Il neofita deve fare tabula rasa dei suoi costumi e dimenticare tutto quello che ha imparato in precedenza. Deve essere preparato a diventare l’uomo nuovo, lo strumento attraverso cui avverrà una rigenerazione sociale. E, finalmente, deve trovare il suo ruolo in una organizzazione dove si può solo scegliere se essere profeti, martiri o apostoli.

Conclude Rowe: c’ é poco da meravigliarci di questa escatologia del Movimento Moderno. La concezione della storia in termini di peccato e redenzione è propria delle grandi religioni – da quella ebraica a quella cristiana- da cui la cultura contemporanea e quindi l’architettura moderna sono nate. E tutte queste culture , bene o male, richiedono un certo ascetismo in cambio della redenzione finale.

Iconografia: la tesi del terzo capitolo è sintetizzata dal disegno di Le Corbusier di una faccia che per metà è sole e per metà é medusa. La società contemporanea é dilaniata da un doppio principio: uno ctonio e uno solare. Il primo simboleggia la morte e la decadenza, ma anche l’oscurità, la stanchezza, lo spreco. L’altro é il vigore, l’energia. Ma soprattutto la vita nel suo sviluppo, la cui essenza é l’economia dei mezzi. Scriveva Mumford: ” l’economia è il principio morale di una lunga disciplina dello spirito che l’uomo occidentale ha sviluppato nel corso dell’ultimo millennio”. Realizzazione perfetta del principio di economia è la macchina: sia questa l’automobile, l’aeroplano o la nave.

Come prenderla a modello? Non attraverso rimandi superficiali ( la somiglianza , per esempio, tra la prora di una nave e il prospetto di una villa), quanto carpendone il principio interno, la logica formale. Spiega Mumford : ” il vero simbolismo dell’età moderna in architettura è la mancanza di simboli visibili”.

L’ Architettura Moderna abbandona, infatti, tutto l’apparato iconografico , di decorazioni, di rimandi espliciti alla natura dell’ architettura ottocentesca e va dritta al suo principio organizzatore. E’ la rivoluzione iconografica del ventesimo secolo: copiare senza scimmiottare. Al carattere estrinseco del pittoresco, dell’ esotico, del teatrale, si sostituisce la forma interiorizzata della macchina, dell’economia, del progresso.

Ma a questi valori crediamo ancora? E sino a che punto, ci chiediamo, è bene che l’ architettura si rifaccia a un simbolismo senza simboli? E, infine, ci riconosciamo ancora nel principio solare che si contrappone all’oscurità della medusa?

Subentra l’ultima riflessione di Rowe che si sviluppa attraverso i capitoli centrati sulle parole chiave di meccanismo e di organismo, I corrispettivi in termini meccanici e biologici del concetto di macchina. Due parole che ci fanno pensare ai sogni infranti degli utopisti che dall’ Illuminismo hanno voluto forzare la complessità del reale entro schemi rivelatisi angusti e riduttivi .

Si chiede Rowe: l”architettura del Movimento Moderno, questa architettura delle buone intenzioni, fondata sulla sabbia di premesse tanto contraddittorie, sta per abbandonarci? Probabilmente si. Anche se non lo farà subito, il suo tempo é contato. Come contato è stato il tempo di altre ideologie basate sul principio della redenzione. Tuttavia , conclude Rowe ” questa fine mi rattrista, per quanto assurdi siano stati i buoni sentimenti, se non altro hanno affrontato il problema della condizione dell’ umanità, mentre adesso si parla solo di linguaggi e di altre fumosità intellettuali”.

L’ analisi di Rowe è affascinante e profonda. Ma pecca di omissione.

Come tanti teorici del Rinascimento che, nonostante il magnifico saggio di Eugenio Battisti sull’Antirinascimento, continuano a dare una interpretazione univoca di un periodo storico altrimenti ambiguo e complesso, Rowe , nonostante le sferzanti intuizioni di Zevi riprese anche in pubblicazioni recenti quali l’ Architettura della Modernità e Concetti di una Controstoria, si è fatto incantare dal mito classicista e meccanicista del Movimento Moderno, e ha trascurato una enorme moltitudine di fenomeni che per comodità possiamo etichettare come Antirazionalismo.

Riducendo il Movimento Moderno alla vulgata Lecorbuseriana ha taciuto di altre correnti, meno ottimiste, per nulla attratte dal mito della macchina, restie a predicare la religione del progresso e ciononostante importanti per la loro carica estetica e la loro testimonianza etica. Per esempio quella espressionista con le sue aperture contrapposte all’organico e alla decostruzione

Inoltre, ha trascurato l’originalità della lezione americana – non riducibile ai pochi cenni del capitolo che analizza la parola chiave organismo- che da Richardson a Sullivan porta a Wright e passando anche per i giochi dei Five e il cinico disimpegno di Philip Jonson approda alla sintesi di Gehry.

Accanto all’architettura delle buone intenzioni, insomma, esistono le intenzioni della buona architettura di cui occorrerà diffondere la storia.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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