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Elements di Koolhaas e avanguardia del gambero

Sono due i riferimenti che da sempre ossessionano Rem Koolhaas. La cultura pop e la logica manierista del gioco combinatorio su elementi selezionati. Entrambi i temi sono legati al periodo della sua formazione: gli anni anni sessanta e, soprattutto, settanta. Il problema è come conciliare Venturi con Eisenman/Ungers ( in questa logica i due sono più vicini di quanto si voglia far credere). Cioè come inserire l’architettura prosaica, fatta da frammenti anche semplici e volgari in un linguaggio raffinato in grado di trascenderli, pur senza alterare la loro immediata aderenza alla vita, la loro aura pop, la loro fragrante e vitale volgarità. 

Elements non è che la faccia venturiana di questa dialettica. Un catalogo di lacerti presi dalla realtà di tutti i giorni e pronti per essere ricombinati. Sono i nuovi pezzi della Laurenziana ( sempre in mostra alla biennale) per fare la città ( d’autore) generica e così far quadrare il cerchio ( massimo di genericità, massimo di autorialità esattamente nel modo in cui la Laurenziana era un’opera fortemente innovativa perché, pur utilizzando lacerti generici ripresi dal codice architettonico, li rimontava in maniera inaspettata). 

E’ un’operazione culturalmente datata, fuori tempo massimo perché oggi il problema è come superare pop e manierismo e non come recuperarli facendo operazioni pop e manieriste al quadrato. 

Non c’era dubbio però che, mostrando questo aspetto nostalgico e reazionario, Koolhaas avrebbe affascinato i radical chic italiani. Sempre cinquanta anni indietro, sempre alla moda, sempre propensi al formalismo, sempre pronti ad abbracciare l’avanguardia del gambero e non la più difficile, reale e prosaica sperimentazione. In questo senso il SAIE radical chic di Koolhaas sta al SAIE vero come la domestica che spiega la villa di Floriac sta a una domestica vera ( cioè non teleguidata dal regista) ovvero come la vita di “Tutti da Fulvia il sabato sera” sta alla vita vera.

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