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Ordine e disordine

Luigi Prestinenza Puglisi 16 settembre 2014 Questioni di teoria 1 commento su Ordine e disordine

Sintassi e paratassi

Non sempre l’ordine è indice di intelligenza. Alcuni malati mentali dispongono ossessivamente gli oggetti nello spazio. Per esempio allineano meticolosamente le scarpe ai fianchi del letto o dispongono arredi e oggetti di una camera secondo fili che solo loro vedono, e che sarebbero i raggi visivi di immaginate forze benefiche o oscure, con una tecnica che ricorda quella degli architetti: penso per esempio ai progetti di Eisenman per Venezia o al museo ebraico di Berlino di Libeskind.

D’altra parte Hegel aveva già notato che è attraverso metafore legate all’ordine dello spazio che si articolano e, non senza velleità simboliche, le prime forme del pensiero, tanto che nel suo sistema dell’estetica aveva relegato l’architettura a un ruolo minore nella storia della filosofia dello spirito.

Si può affermare però anche il contrario: che non si può avere organizzazione logica che non sia ordinata e che la stessa teoria dell’informazione è basata sull’idea di struttura.

Difficilmente un architetto può evitare di imbattersi nell’apologo di Menenio Agrippa, che vede la buona società organizzata come un corpo umano in cui ogni parte abbia ruolo e funzione. E dove la bellezza è un insieme sistematico delle parti in cui non puoi aggiungere o togliere nulla senza distruggere l’effetto complessivo. Mostro è, infatti, colui che si pone al di fuori di questo sistema ordinato, rompendone l’equilibrio: che per esempio ha l’apertura delle braccia pari alla metà invece che all’intera altezza del corpo, o una testa che invece di stare sul collo parte direttamente dal torace.

L’ordine, in sostanza, come sintassi rispetto alla quale sono possibili solo piccole variazioni, nei o strabismi – come quello di Venere- che invece che mettere in discussione la regola, la rafforzano con una finta apertura: quella della libertà vigilata consentita all’eccezione alla norma.

Non è un caso che gli architetti, quando hanno voluto affrancarsi dalle catene dell’ordine, hanno dovuto mettere in questione l’approccio sintattico, per esempio, rifacendosi all’opera aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962. Anche in questo caso si tratta, però, di libertà vigilata, sia pure con regole più tolleranti. L’opera aperta è pur sempre una metafora del Mondo, di una società programmaticamente mutevole e democratica, e non rigida e autoritaria, ma fondata su principi e regole inderogabili.

Il più notevole passo avanti nell’acquisizione di un’idea moderna di ordine è la poetica dell’elenco o della paratassi. E’ teorizzata dalle avanguardie ed ha la sua massima espressione nel collage. Tuttavia, fatica a essere assorbita dalla ricerca architettonica, forse perché gli architetti sono, rispetto agli artisti, più ossessionati dall’idea di unità. Per quanto ardui siano stati i tentativi di Bruno Zevi di mettere l’elenco come una delle sette invarianti del linguaggio moderno dell’architettura in un celebre testo del 1973, si contano sulla punta delle dita gli architetti che tale poetica dell’elenco l’abbiano fatta effettivamente propria, intendendola come uno strumento per scardinare un’idea unitaria di ordine.

Notava Marshall Mc Luhan che la paratassi è stata suggerita forse dal modo di comporre un giornale: in cui notizie diverse si affiancano secondo un approccio non più organico: tanto che possono avere lo stesso peso la notizia di una guerra, il viaggio di una diva e la pubblicità delle supposte. Ma, è con l’elettronica che la paratassi entra nella nostra esperienza comune. Se a un computer metti una diversa memoria o inserisci un altro hard disk, non diventa un mostro ma solo una macchina più potente. Il concetto è intuito alla Architectural Association da alcuni giovani promettenti, tra questi Rem Koolhaas e Bernard Tschumi, che cominciano a orientare le loro ricerche proprio a partire da una nuova idea di ordine o, se vogliamo, di disordine: è dato sovrapponendo ordini diversi come nel caso del parco de La Villette o affiancando frammenti architettonici di Mies e di le Corbusier.

L’idea della paratassi piace, i tempi sono maturi anche in oriente, dove sul tema lavora la scuola di Toyo Ito, e in breve tempo non c’è corso di progettazione  architettonica che non la applichi. Oggi solo pochi reazionari continuano a parlare di unità dell’opera, mentre la maggior parte dei progettisti pensa al proprio lavoro in funzione di criteri deboli di ordine, di Small, Medium, Large, Extralarge. Alla metafora del corpo si è sostituita quella del capo di abbigliamento prêt-à-porter.

Koolhaas e la paratassi

Il canto del cigno della paratassi è stata la XIV biennale di architettura di Venezia, curata da Koolhaas. Per capire il senso della quale occorre partire dal problema della dialettica ordine–disordine e cioè della monumentalizzazione del banale come risposta alla banalità del monumentale; ovvero, per dirla ancora in un altro modo, la valorizzazione della prosaica e disorganizzata realtà di tutti i giorni in antitesi all’organico mondo dell’Utopia, al Corpo della metafora di Menenio Agrippa.

In pratica la proposta di Koolhaas, in linea con le precedenti opere dell’architetto, è consistita nella riproposizione della tecnica dell’ assemblaggio di pezzi ready-made.

Con la differenza che, mentre in passato i lacerti erano frammenti tolti dalla architettura eroica del Novecento e cioè citazioni letterali di opere dei Maestri o anche delle avanguardie radicali o situazioniste, oggi i frammenti Koolhaas cerca di prenderli dal catalogo della comune edilizia. Da qui la mostra Elements. Che può disorientare, sembrando un immenso SAIE o MADE Expo, ma in realtà deve intendersi come una operazione duchampiana di poeticizzazione dell’empirico attraverso la sua riconcettualizzazione. E, insieme, come una risposta alla teoria di Summerson avanzata nel libro Il linguaggio classico dell’architettura. Nel libro – si ricorda- si sosteneva che per molto tempo l’architettura ha parlato attraverso il montaggio degli ordini, cioè di un insieme organico fatto da tanti elementi codificati e consolidati. Ebbene l’operazione di Koolhaas sembra essere la stessa ma vista in chiave anti-sintattica: trovare gli elementi base per costruire il linguaggio non più nell’organicità combinatoria classica ma negli accostamenti di componenti standardizzati della città generica; scale, balconi, sanitari che siano.

Costruzione troppo cervellotica? Certamente. Non sarà sfuggito che proprio alle Corderie c’è uno spazio, al quale Koolhaas ha posto particolare attenzione, dedicato alla Laurenziana di Michelangelo. Vista come una operazione appunto di montaggio di pezzi ( quelli del codice classico) ma perturbato da un contesto, caratterizzato dalla temperie del tardo rinascimento e del genio disturbato di Michelangelo, in grado di rendere tale montaggio non banale ma poetico. Koolhaas, insomma, Michelangelo della città generica e del disordine.

Una costruzione mentale sofisticata e delirante. Auto-esaltatoria. Ideologica nel senso peggiore del termine, se vogliamo usare una terminologia marxista. Manierista a un grado estremo. E, come tutte le costruzioni deliranti, intelligente e spiazzante. Quasi inutile aggiungere però che, così congegnata, più che un’apertura al nuovo, questa biennale sembra essere un consuntivo di una certa idea di ordine e disordine risalente agli anni settanta e, come abbiamo detto, poi articolata tra le aule dell’Architectural Association. D’altra parte, da sempre, le grandi mostre non inaugurano i cicli ma li chiudono.

Dis-ordine

Due esempi ci fanno capire che oggi un nuovo concetto di ordine o, se vogliamo, di disordine sta subentrano al paratattico.

Chiunque abbia libri, sa che è sempre un problema collocarli. Se li organizzi per autore sarai nei guai quando vorrai lavorare su un argomento e, se per temi, quando ti servirà l’intera produzione di un autore.

Lo stesso problema  è stato risolto in altro modo con le merci, evitando di scontrarsi con le costrizioni dell’ordine fisico. Il compito è esternalizzato a  un software  gestito da un computer che, in base a parole chiave, risponderà alle diverse domande di chi cerca, indicandogli il posto, del tutto arbitrario, in cui si trova nello scaffale l’oggetto cercato. A un ordine se ne sostituiscono molti, tutti fisicamente assenti, tutti compresenti.

Secondo esempio: sta diffondendosi un nuovo modo per noleggiare le autovetture che permette di affittarle in qualsiasi ora e solo per il tempo che servono. Le si troverà non più nel parcheggio dell’autonoleggio ma in strada mediante smartphone. Con un programma di geolocalizzazione si individua la più vicina con la certezza che si potrà lasciarla dove si vuole, tanto verrà trovata con lo stesso sistema dal prossimo avventore.

Insomma, all’ordine nello spazio reale si è sostituito quello nello spazio virtuale. Più comodo, più efficiente, più gestibile.

Dopo la sintassi, dopo la paratassi, è il dis-ordine: parola con la quale si esprime l’indifferenza dell’ordine fisico rispetto all’ordine virtuale.

Ovviamente non si dovrà mandare ogni configurazione spaziale a ramengo, solo perché poi il disordine lo si può gestire elettronicamente. Ma, a questo punto, la realtà fisica non ha più bisogno di essere organizzata secondo schemi mentali unidirezionali, orientati una volta per tutti ( si consideri anche il paradosso: il parcheggio dell’autonoleggio era ordinato, il parcheggiare casualmente nello spazio urbano invece non risponde a un criterio di ordine. Tuttavia il nuovo approccio, alla resa dei conti, riduce il traffico perché permette un migliore utilizzo delle risorse e quindi produce ordine, effettivo e molto più efficace di quello fittizio del parcheggio con le macchine della stessa ditta tutte allineate).

Gli artisti, che sono straordinari sensori, da tempo hanno intuito l’esistenza del dis-ordine. Per esempio rivalutando a fini espositivi, spazi utilizzati per altri scopi. Insomma: sottovalutazione del luogo, relativa indifferenza per il contenitore. Per la disperazione degli architetti che, invece, volevano costringerli all’interno di spazi adibiti esattamente per lo scopo.

Questo almeno, sino a quando Lacaton & Vassal al Palais de Tokyo a Parigi non hanno intuito che si poteva agire differentemente. Che l’ indifferenza poteva diventare una metafora estetica. Delocalizzando il luogo rispetto al suo contesto, depauperandolo della sua storia e introducendo un artato disordine, hanno prodotto dis-ordine. O sarebbe meglio dire: rappresentato dis-ordine perché la loro è stata un’operazione più retorica che reale. Non me ne farei un cruccio: quante opere del movimento moderno hanno rappresentato più che risposto ai problemi della civiltà della macchina? Certo è che oggi chi ancora parla di ordine, di sintassi e di paratassi poco sembra comprendere questo importante cambiamento di direzione. Cambiamento che -occorre sottolinearlo?- non porterà solo  a contenitori apparentemente indifferenti come nel caso del Palais de Tokyo, esattamente come la civiltà della macchina non ha portato solo alla cucina di Francoforte.

 

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

1 Comment

  1. Marcello 7 ottobre 2017 at 10:44

    Mi sembra un’ottima analisi. Tema fondamentale è l’ordine virtuale della possibilità di fruizione, come per il car-sharing, e mi viene da aggiungere sempre e comunque la qualità dello spazio di utilizzo in se.
    Io non ho visitato il Lacaton & Vassal al Palais de Tokyo a Parigi, ma sottopongo un’altro spunto di riflessione evidenziato da uno dei due Aires Matues alla conferenza tenuta al SAIE nel 2016.
    L’architettura è di qualità a prescindere dalla funzione per cui viene creata e può ospitare la vita in molteplici modi. Ad esempio i vari riutilizzi di edifici storici che fanno rivivere chiese o palazzi per altre funzioni rispetto a quella per cui sono stati realizzati; in opposizione al presupposto di form follows function moderno.
    Indubbiamente loro sono esperti dell’approccio ad elenco per quanto riguarda le varie tipologie di sezione che accorpano nei loro progetti, ma la cosa più importante che secondo me ha fatto notare con questa affermazione è che è fondamentale il valore dello spazio di partenza più che dell’utilizzo che se ne fa. Come per il car-sharing è più importante la facilità di utilizzo dell’auto piuttosto che la sua chiara individuazione a occhio nudo.
    Svincolarsi dal banale ordine o ordinarietà della sequenza spaziale e di utilizzo di materiali sarebbe un grande passo avanti per l’architettura ma anche un’evoluzione culturale notevole.
    Trasportare questa proposito di utilizzo dello spazio in modo efficace piuttosto che in modo preconcetto nel residenziale, mi sembra un grande tema da sviluppare anche per il background culturale italiano e la normativa stringente, che hanno sempre privilegiato un approccio più repressivo e conservatore rispetto a tendente all’innovazione e allo sviluppo.
    Seguendo l’obiettivo della buona architettura e alla fruibilità, sarebbe bello, per la situazione italiana poter operare e seleziona gli edifici storici di qualità, da tutelare, e dare più margine di lavoro agli architetti per quelli che invece questo requisito non hanno. Forse sempre seguendo le idee di Koolhaas, per il quale la storia ha un’emivita odiosa, più se ne abusa e più perde di qualità.
    Purtroppo il confronto con grandi architetti, per chi fa la professione da poco tempo, è sempre difficoltoso. Le idee di grandi progetti non possono, sempre, funzionare per chi lavora invece con piccole commesse. Mi saprebbe suggerire qualche lettura per chi, seguendo questa idea di disordine e di elenco, lavora in ambito residenziale e con interventi a scala ridotta?
    Mi sembra che l’architettura residenziale giapponese e dei paesi nordici abbia, forse, già intrapreso questa strada.

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