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Politiche di centro e di periferia

Politiche di centro e di periferia

Da un po’ di tempo a questa parte sembra che le istituzioni abbiano preso a cuore la questione delle periferie. All’argomento hanno accennato nelle loro esternazioni un sempre maggiore numero di personaggi politici, in primis il Presidente del Consiglio.

Recentemente il ministro Franceschini ha costituito presso il Mibact la Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanea e Periferie Urbane. Un segnale particolarmente importante anche se si fa fatica a capire perché l’arte e l’architettura contemporanea siano accostate alle periferie e non all’intera città.  La ragione è probabilmente tattica: nel senso che si ritiene che interventi artistici e architettonici mirati possano rigenerare le aree meno qualificate e oggi abbia poco senso continuare a operare solo in parti selezionate del contesto urbano, come per esempio i centri storici.

Renzo Piano ha da diverso tempo individuato il problema come nodale e, nominato senatore a vita, ha costituito un laboratorio formato da giovani, il G124, per approntare soluzioni progettuali in tal senso. I centri storici, ha sostenuto, bene o male sono stati salvati attraverso una meticolosa opera di tutela avvenuta nel tempo, oggi il problema è scoprire la bellezza delle periferie, intervenendo con azioni anche semplici – e in questo senso l’arte contemporanea potrebbe avere un ruolo – ma sistematiche e tra loro coordinate.

Puntare l’attenzione sulle periferie appare oltremodo importante. E in questo momento, caratterizzato dal disagio sociale, necessario. Tuttavia così facendo si corre il rischio di dimenticare l’unitarietà dell’organismo urbano e la diretta connessione tra le politiche che investono il centro e quelle che interessano le restanti aree. Non si può, infatti, pensare che ci sia una parte storicizzata e un’altra che dalla storia è esclusa, senza che ciò generi un meccanismo di esclusione e di segregazione.  Che porta alla presepizzazione e mummificazione del centri storici, vissuti come spazi in cui si rappresenta una storia edulcorata se non fittizia della città. Mentre la mancata attenzione in termini di qualità della restante parte riduce la periferia a un semplice dato quantitativo: dove basta raggiungere un tot di metri quadrati di verde, di spazi per la sosta, di attrezzature pubbliche che, oltretutto, spesso rimangono solo sulla carta.

Chissà perché ma quando penso alla scissione tra centro e periferia viene in mente la divisione che sino a poco tempo fa si faceva tra persone sane e handicappate. Una divisione che ha avuto il merito di portare all’attenzione dell’opinione pubblica i problemi di questi ultimi: per i quali sono stati approntati scivoli, bagni, ascensori, maniglioni. Ma che non ha alterato significativamente il modo di vedere e organizzare lo spazio. Nel senso che alla fine si progettava come sempre, salvo aggiungere questi accorgimenti ad hoc. Solo in seguito il problema dell’handicap è stato assimilato culturalmente. Si è capito che tutti handicappati lo siamo in parte perché vediamo poco, perché sentiamo poco, perché ci muoviamo goffamente o perché siamo mancini o fuori peso e che un buon progettista non si limita solo ad ideare qualche soluzione per chi si muove su una sedia a ruote ma progetta in maniera diversa: appunto per tutti.

Tornando al nostro tema: credo che per abbandonare l’assurda divisione tra centro storico e periferia occorra cominciare a ragionare nei termini del continuo urbano e della qualità diffusa. Evitando per i primi le rigide politiche di tutela che li hanno reso spesso la parodia di se stessi e per le seconde il lassismo che ha permesso di accettare qualsiasi brutto progetto o qualsiasi speculazione nel momento in cui erano osservati semplici dati quantitativi. Vuol dire, anche, cominciare a pensare alle politiche di localizzazione in maniera diversa. Per esempio, a Roma per quale ragione il Senato deve stare a due passi da Piazza Navona e non in un’area periferica da riqualificare?

Pensare al ridisegno delle periferie implica, infine, risolvere una contraddizione tra i tempi imposti dalla legge del quindici e quelli richiesti dalla legge del dodici. La prima ci dice che la realizzazione di una qualsiasi opera pubblica in Italia comporta una gestazione che dura anche quindici anni, sicuramente oltre dieci. Si pensi per esempio ai tempi che ci sono voluti a Roma per realizzare l’Auditorium, il Maxxi, di cui oltretutto è stata realizzata solo una metà, e la ancora incompiuta Nuvola dell’Eur. La seconda recita che qualsiasi attività economica non può funzionare se per farla partire occorre oltre un anno, cioè dodici mesi.

Come uscire da questa insanabile contraddizione che sta distruggendo l’economia italiana, impedendo o mortificando l’attuazione di investimenti significativi? Credo che ci possa essere una sola risposta: facilitando e velocizzando i processi di trasformazione. Se si vuole puntare alle periferie bisogna che il tema della velocità ridiventi centrale e vada di pari passo con quello della qualità. Inutile dire che ciò vorrebbe dire una drastica riduzione del numero dei cancelli burocratici da varcare e di tutto l’elefantiaco apparato normativo che ci portiamo dietro. Ma con questa avvertenza. Che semplificare a un livello non basta perché se si cambia una norma nazionale e poi questa va in contrasto con quelle regionali e comunali non si ottiene nessuna facilitazione ma semmai altro incartamento. Semplificare vuol dire in primo luogo eliminare i livelli normativi. Cominciare a pensare che tante leggi regionali e tanti regolamenti comunali non hanno senso. Insomma operare in questo campo una rivoluzione copernicana. Speriamo, visto che il termine “rivoluzione copernicana” oggi va di moda tra i politici, che qualcosa si possa muovere in questo senso.

 

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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