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Zucchi, Koolhaas e l’architettura in Italia: cinozucchismo (1)

CINOZUCCHISMO (premessa)

La palazzina alla Giudecca di Cino Zucchi è, per importanza, il corrispettivo della casa alle Zattere di Ignazio Gardella. Anche qui sembra che miracolosamente storia e contemporaneità convivano. Poi ad una attenta analisi si scopre che ne convivono solo i segni. Manca la materialità e la pesantezza della casa antica perchè le cornici sono solo dei tatuaggi senza spessore. Manca la libertà e la fluidità spaziale del Movimento Moderno: le abitazioni sono comuni appartamenti di edilizia commerciale. E il nuovo è solo nei segni che possono essere letti, oltre che come rimandi alla tradizione, come una composizione moderna piacevolmente astratta. Subito, appena lo vidi, questo edificio fu un’apparizione, ma più passa il tempo più mi appare come un tessuto il cui disegno sembra passato di moda. Solo un tafuriano come Biraghi ha potuto mettere quest’opera in copertina della storia dell’architettura italiana, forse senza accorgersi che, più che la felicità di una sintesi, è, come la casa alle Zattere, il resoconto di una sconfitta, di una incapacità congenita che abbiamo di fare i conti con la storia senza cadere nella superficialità, anche elegante, del neostoricismo e del post modern. E vedrete che, proprio per tali ragioni, più tempo passerà e più vi sembrerà un edificio con la varicella. Perchè il destino degli edifici tutti i giocati con i segni è, alla fine, di essere ricondotti a segni elementari di immediata lettura e decodificazione.

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CINOZUCCHISMO (1)
È interessante osservare la reazione da tifo calcistico che si ha quando si parla di Cino Zucchi, che è comunque uno dei più rilevanti e bravi architetti che si muovono sulla scena nazionale. Questo confermerebbe la mia ipotesi che oggi si possa parlare di cinozucchismo per indicare un certo modo di intendere la progettazione architettonica ( l’altra grande corrente è il koolhaasismo, ma di questa occorrerà parlare in altri post).
La premessa del cinozucchismo è, io credo, la liberazione del segno dalle sue connotazioni ideologiche. Un po’ come è stato indicato nell’allestimento fatto da Zucchi stesso dello scorso padiglione Italiano alla biennale: Piero Portaluppi accanto a Giuseppe Terragni, Vittorio Gregotti accanto a Renzo Piano. Fine di ogni ricostruzione etica dell’architettura per un unico progetto di bel costruire ( dove gli stessi Terragni, Portaluppi, Gregotti, Piano sono filtrati attraverso belle fotografie) e dove sono rilevanti il buon gusto, l’aggiornamento stilistico, la buona fattura, gli argomenti di buona conversazione per tirar fuori dal cappello e al momento giusto una citazione colta, aggiornata e possibilmente sorprendente e magari giovanile e pop. In questo universo che è quello della moda, la novità dell’abito, il taglio e il tessuto, sia come fantasia che come trama, assumono valore preminente. Mentre la ricerca tipologica, costruttiva e la strategia funzionale passano in secondo piano. È lo stesso fenomeno che sta avvenendo in altri campi della produzione estetica: penso per esempio alla cucina e a tutti quei settori del design dove i presupposti ideologici sono irrilevanti. Rendendo i segni politicamente innocui, ma tutti disponibili alle scelte del buon gusto, il cinozucchismo opera questa liberazione ma anche questa riduzione dell’architettura a pratica ideologicamente neutra, nella misura in cui lo è un vestito di Giorgio Armani o un piatto di Gianfranco Vissani.

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CINOZUCCHISMO (2)

Alla biennale di Venezia del 2014  Zucchi compie il miracolo della riduzione delle architetture a puri segni sottratti ad ogni ideologia. Lo fa allestendo un prezioso cimitero scandito da raffinate pietre tombali con relative foto. Ma al posto di quelle dei defunti, come ci si aspetterebbe in un percorso segnato da lapidi, belle foto di architetture private dei nomi dei loro autori ( i nomi infatti si trovano in un pannello posto in altra parte). In questo modo diventa difficile, anche agli addetti ai lavori, fare le attribuzioni. E i segni dell’architettura diventano immediatamente disponibili nella loro equivalenza: che importa se è Massimo Carmassi o LAN, Archea o Vittorio Gregotti? Basta a questo punto sapere che l’architettura è genericamente italiana ( è interessante però capire chi non è stato messo in questa imbarcata molto inclusivista – manca per esempio Massimiliano Fuksas- ma è un altro discorso).
L’operazione di annullamento delle differenze tra ricerca e reazione, tra nuove energie e vecchi tromboni che da anni avevano tentato di fare Franco Purini (perchè troppo legato alla vecchia guardia) e Marco Casamonti ( per le vicissitudini giudiziarie) riesce a farla il molto più brillante, accattivante, affabulante e giovanile Cino.

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CINOZUCCHISMO (3)

Se i segni sono sottratti a ogni ideologia non ha più senso rivendicare un’unica cifra linguistica. Visto da questo punto di vista, Zucchi è l’anti-Meier. E infatti alla Giudecca realizza edifici ognuno diverso dall’altro, tanto che sembrano disegnati da mani diverse. Cinozucchismo vuol dire varietas. Fine di qualunque costrizione o dogma in nome della libertà. Si dirà: la stessa operazione la fa Renzo Piano, con una produzione fatta di oggetti non riconducibili ad un’unica linea formale. Ma vi è una sostanziale differenza. Per Renzo Piano l’invenzione di una nuova forma corrisponde alla messa a punto di una nuova tecnologia edilizia o, comunque, di una riorganizzazione della macchina costruttiva. Per Zucchi è una pura rivendicazione di libertà in quanto possibilità di variare. La differenza è tra chi, per rispondere a nuovi bisogni, disegna ogni volta una sedia diversa e la mette in produzione realizzando nel corso della sua vita oggetti di cui è difficile registrare una parentela, se non a livello di metodo, e chi decide di arredare lo stesso tavolo con sei sedie di disegno e colore diverso. Il cinozucchismo, lo vedremo nel prossimo post, evita di entrare all’interno delle strategie produttive, è vertigine dell’immagine. Ed è in questa incantevole facilità che sta gran parte del suo successo e del suo fascino.

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CINOZUCCHISMO (4)

Tra l’high touch etico di Renzo Piano e l’hight touch estetico di Cino Zucchi c’è una abissale differenza. Tanto è vero che il primo lavora principalmente sulle sezioni (che infatti sono diventate il suo trade mark) e il secondo predilige i prospetti. La sezione mette in evidenza la struttura e la tecnologia dell’edificio nonchè il sistema delle relazioni tra gli spazi, la facciata è un vestito i cui tessuti possono essere i più sofisticati.
Zucchi è un inventore straordinario di trame e, come tutti gli stilisti, sa che devono essere varie ma alla fine riconducibili a un solo brand. Se non fossero varie, il pubblico si annoierebbe; se non fossero riconducibili a un brand, l’operazione sarebbe fallimentare. È nell’accurato alternarsi di novità e consuetudine che si gioca il cinozucchismo. Una lezione apparentemente semplice da riprodurre e copiare, in realtà molto complessa. Come sanno nel campo della moda coloro che cercano di rifare i Fendi, i Gucci, gli Armani.

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CINOZUCCHISMO (5)
Il segreto del cinozucchismo è il giovanilismo. Sia nella persona: molti si stupirono quando si scoprì che il curatore che girava con lo zainetto nel padiglione italiano e che tutti chiamavano per nome aveva quasi sessanta anni. Sia nel prodotto che riprende le più giovani tendenze: le trame della architettura olandese di avanguardia, ma non solo: la casa alla Giudecca ricorda le composizioni di Gigon e Guyer. Del resto tutti si stupiscono quando sanno che Giorgio Armani ha 82 anni e notano quanto della sua produzione sia in sintonia con le tendenze più fresche.

L’architettura in Italia ha però dura vita se è tutta proiettata nell’innovazione e nella sperimentazione ( forse lo stesso può dirsi anche per le altre forme di design). Occorre catapultarla nel passato. Ma con un’operazione spensierata che attinge alla leggera vaghezza della nostalgia più che alla pesante profondità della memoria. La risposta disincantata si chiama vintage. E’ la riscoperta dell’avanguardia già collaudata e digerita. i Beatles, i Rolling Stones. E , poiché il vintage è inclusivista a un grado massimo, anche Gianni Morandi e Caterina Caselli. Vi devo ricordare che nei film di Nanni Moretti o di Paolo Sorrentino oggi non manca una canzonetta di quegli anni messa a tutto volume? Solo un’accademia culturalmente ingenua e sprovveduta come la nostra può confondere un’operazione come questa, postmodern e superficiale a un grado massimo ( anche se, poi vedremo, il termine superficiale deve intendersi nell’accezione più alta del termine), con il recupero della storia e della tradizione. Un po’ come confondere Indiana Jones con il Winckelmann.

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CINOZUCCHISMO (CONCLUSIONI)

Chi l’ha detto che la superficialità è superficiale? Andy Warhol, Jeff Koons e tanti altri grandi artisti pur essendolo – ci si consenta il gioco di parole- in superficie, alla resa dei conti non lo sono affatto ( Giulio Carlo Argan, accusando gli iperrealisti di superficialità, prese una delle sue più grosse cantonate da critico). Ma quando è che la trasmutazione avviene? Quando il testo lascia emergere un metatesto. Quando la superficialità diventa una abbagliante metafora del mondo e quindi perde il suo carattere irriflessivo per trasformarsi in uno specchio attraverso cui meglio capire la realtà. Alessandro Baricco è superficiale Fabio Volo è superficiale, ma la qualità dello specchio è diversa. Uno, sia pure a chiazze, riflette, l’altro no. A questo punto la prima domanda è: a quale delle due categorie appartiene l’opera di Zucchi? La mia risposta è: più a quella di Baricco, che di Volo. Ma ve ne è una seconda, più importante e rilevante per la nostra architettura. In che modo i cinozucchisti rielaboreranno la superficialità di Cino Zucchi?

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CINOZUCCHISMO (CONCLUSIONI 2)

Vi è però una profonda differenza tra Jeff Koons e Cino Zucchi, tra i nuovi barbari e il cinozucchismo. Zucchi gioca sempre su un doppio registro. Da un lato elogia il gioco, la leggerezza, il disimpegno dalle tentazioni delle forti ideologie. Dall’altro si maschera dietro la citazione storica, il riferimento colto, la tradizione. Il capolavoro Zucchi lo compie alla biennale di Venezia del 2014, quando, accanto al cimitero dell’architettura italiana del quale abbiamo già parlato, presenta la sua Milano, in cui affianca la gigantografia di un’ opera di Piero Portaluppi e di una di Giuseppe Terragni, dichiarandone così la sostanziale equivalenza. E, poi, estrae dal cappello i grandi professionisti che avrebbero potuto avvalorare l’idea di un universo di segni scaricati da ogni tensione etica. “Non siamo i nuovi barbari – è il messaggio – ma le vestali di una storia finalmente privata delle sue tensioni. I barbari sono, invece, coloro che ancora stanno dietro le barricate dello scontro ideologico”. E’ l’operazione piacentiniana di sempre – tutto va: dall’accademia alla sperimentazione- ma questa volta gestita con la liquida leggerezza di un post-ideologo. Ritornano alla mente le parole di Edoardo Persico. Gli Italiani? Non sanno credere a nulla di preciso. E quindi – sostiene, pur senza dirlo esplicitamente, il cinozucchismo- non credere a niente è proprio la nostra essenza. Ecco come, essendo superficiali, si punta dritto al nocciolo della nostra storia.

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CINOZUCCHISMO (CONCLUSIONI 3)

Sarebbe ingeneroso accusare Zucchi di limitarsi a disegnare i prospetti. Basta vedere i suoi progetti urbani per capire che spesso vi è un  felice lavoro sui volumi e sull’organizzazione degli spazi pubblici. La strategia di Zucchi non è cucire semplici vestiti, ma  intervenire là dove è lasciato spazio alla creatività e non si possa generare problema con committenti e costruttori. La sua è quindi una strategia ultra-realista. Fine quindi dell’utopia, dell’idea che l’architetto sia un produttore di sogni irrealizzabili o comunque difficili e tali da mettere in crisi il mondo della costruzione. In Italia, dove la qualità richiesta è minima e i sistemi costruttivi rudimentali, vuol dire tenere l’asticella bassa, bucherellare i prospetti. All’estero o con qualche cliente privato illuminato è possibile osare di più. Fine anche di un ruolo da intellettuale disorganico: velleitario, utopista, frustrante. L’imperativo è: mettere il carro dove vuole il padrone. Strategia più efficace anche se, guardando alla nostra migliore architettura, ciò avrebbe voluto dire non avere oggi i capolavori dei Terragni, degli Scarpa, dei Ricci, dei Michelucci, dei Pellegrin. Il cinozucchismo dei molti epigoni di Cino produrrà opere piacevoli ma sarà la pietra tombale di questa altra tradizione, quella in cui i fanatici dell’ideologia ancora si vogliono riconoscere. Adelante Pedro cum juicio.

(L’ articolo è in corso di scrittura e sta apparendo a puntate sulla pagina facebook di Luigi Prestinenza Puglisi dove potrà essere letto con i relativi commenti : https://www.facebook.com/luigi.prestinenzapuglisi )

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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