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Zucchi, Koolhaas e l’architettura in Italia: koolhaasismo (2)

KOOLHAASISMO (premessa)
Pensate che Rem Koolhaas sia un architetto sperimentale? Sbagliato. Da oggi dovete cominciare a vederlo sotto un’altra prospettiva. Discepolo di Oswald Mathias Ungers, è più vicino a Peter Eisenman che a Superstudio. E poi Superstudio che fine ha fatto? Non conoscete la tragica storia di Adolfo Natalini, nato incendiario morto pompiere?
All’inizio forse vi ha potuto trarre in inganno: ma anche allora, come tutti i postmodernisti, citava, faceva il manierista. Certo citava Le Corbusier e Mies van der Rohe e non le colonne greche e gli archi romani. Ma la sua testa era rivolta indietro. È bastato poco che questa dimensione si esasperasse. Oggi Koolhaas ha inaugurato per Prada una fondazione, dove la parola d’ordine è recupero, e la cui prima mostra è stata affidata a Salvatore Settis. Osservate le immagini. Non ci vuole molto a prevedere che sarà proprio Koolhaas il nuovo Aldo Rossi dell’architettura internazionale. I piccoli radical chic italiani lo hanno intuito e da tempo stanno lavorando alla rinascita del mostro mai sconfitto, mai debellato. Il mostro storicista. Pazienza se cinico a un grado massimo. Non tutti gli Aldo Rossi riescono col buco.

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KOOLHAASISMO (1)
Su un punto Rem Koolhaas e Miuccia Prada sono d’accordo, il lusso è tanto più desiderabile quanto più è cerebrale e quindi spiazzante e autocontraddittorio. Ci vuole poco a fare i nababbi con i rubinetti d’oro: ma che volgarità e mancanza di stile. Invece, se il lusso lo costruisci con il cervello, puoi depistare con mosse ogni volta inaspettate chi ti vorrebbe far concorrenza e chi far diminuire il valore aggiunto ricavato dal prodotto. E poi ti avvicini all’arte, l’unica disciplina che traduce la materia grezza in oro.
E allora? Allora basta con il realizzare opere costose e fantasmagoriche come fanno Zaha Hadid e Frank O. Gehry. Non c’è bisogno, e poi chi li nota più? Recuperiamo il passato, anche il più anonimo e squallido e trasformiamolo in effige dell’esclusività. Per ricordare che di lusso si tratta (anche se concettuale) basta una spennellata d’oro. Applauso dei koolhaasiani che si sono sempre chiesti quale possa essere la pietra filosofale del radical chic.

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KOOLHAASISMO (2)

Se Cino Zucchi articola tessendo trame, Rem Koolhaas disarticola smontando e rimontando sistemi.Se fossero vissuti in un’altra epoca, uno sarebbe stato Masolino da Panicale, in bilico tra gotico e rinascimento e tutto proiettato in una logica additiva; l’altro Paolo Uccello, sempre impegnato a costruire teoremi e a trovare coerenza nello spazio per frammenti delle più varie provenienze, costi quel che costi, anche di abbandonare il buon senso della visione e cader nel surreale.Sicuramente Koolhaas avrebbe voluto essere Michelangelo. E difatti alla biennale di Venezia del 2014 si autodescrive attraverso la Laurenziana: l’opera in cui il montaggio dei pezzi prevale sull’architettura sino a metterla in crisi.

Quella di Koolhaas è un’infinita opera di rielaborazione della storia. Un volerne sondare tutte le potenzialità inespresse.
E se per un periodo è sembrato un artista sperimentale – penso ai grandi progetti presentati in SMLXL- era solo perchè rielaborava l’opera di architetti sperimentali, ne portava alle estreme conseguenze le premesse.

Si è parlato di manierismo. Oggi si direbbe un’arte di ricliclo concettuale; un’immensa opera di postproduzione.
Nell’epoca in cui non si ha più l’energia, la fede e l’ingenuità per creare nuove immagini, non resta che lavorare su quelle esistenti aiutati da un photoshop virtuale.La Fondazione Prada è perfetta postproduzione: le immagini che troviamo pronte nel nostro immaginario – il museo degli artisti, la città metafisica italiana, il tempio d’oro- sovrapposte e photoshoppate direttamente su quelle della fabbrica preesistente.

Photoshop concettuale al quadrato o , per usare un’altra chiave di lettura, strategia del presepe: quella che ha dato forza, che ha fatto la forza delle Soprintendenze italiane.

Con Fondazione Prada l’olandese ci racconterebbe il suo Learning from Italy; per saperne di più, occorre aspettare il prossimo post.

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KOOLHAASISMO (3)

Cosa è il presepe se non una brillante opera di photoshop? Prendete il bue e l’asinello e gli togliete l’odore di stalla, il pastore e lo private dei suoi poveri abiti e della sporcizia, la grotta e la rendete subito piacevole e pittoresca. Presepe quindi come postproduzione.

Al photoshop ci hanno già abituati le Soprintendenze che hanno trasformato in lindi presepi i nostri centri storici. Inoltre con il dov’era e com’era ( che poi non è mai “com’era” esattamente nello stesso modo in cui una persona non è la stessa dopo un lifting) ci hanno costruito una filosofia e una prassi Cederna e Cervellati, Sgarbi e Settis.

Koolhaas da olandese pragmatico e con il senso degli affari capisce che in molte aree geografiche, sicuramente l’europea, il nuovo sarà sempre meno rilevante. Il recupero il motore principale dei processi economici.

E allora dove ispirarsi? Learning from Italy. Basterà solo rendere più accettabile e culturalmente più stimolante il gioco. Trovare gli accorgimenti che facciano piacere il presepe e il dov’era e com’era anche agli amici intellettuali.
I radical chic italiani, privati dei loro maestri storicisti, non aspettavano altro. Presto metà degli architetti sfornati dalle università saranno koolhaasiani ( l’altra metà cinozucchiani).

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KOOLHAASISMO (4)
Ma Koolhaas non è la Soprintendenza. Ha un progetto culturale più ambizioso dove la forma è ridotta a zero per ben altri motivi che la conservazione. Infatti l’architettura non ha bisogno di nuove parole infiocchettate in frasi originali. Deve essere intesa come eterna permutazione, e l’architetto come un instancabile giocatore con un mazzo di carte che, per ragioni esclusivamente artistiche, non ha senso cambiare, ampliare, mettere in discussione (sembra di sentire Giorgio Grassi ne la Costruzione logica dell’architettura). E difatti nell’immaginario koolhaasiano è scomparsa ogni velleità di creazione ( che parola appunto ridicola e volgare) per fare posto agli elementi più banali del costruire. Basta Hadid, basta Libeskind, basta Gehry, basta tutta questa voglia cafona di autorialità, di forme scintillanti, empatiche, stupefacenti. Occorre un passo indietro, un grado zero post-duchampiano come farebbe pensare questo banale orinatoio che ha finalmente trovato, insieme a maniglie, porte e infissi, una vetrina per essere esposto nella più importante mostra di architettura: la biennale di Venezia.

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KOOLHAASISMO (conclusioni)

Scherzando si potrebbe affermare che coolassismo fa rima con onanismo. E infatti viene in mente il marchese de Sade per il quale il sesso non aveva niente a che fare con l’amore ed era semplicemente una permutazione illimitata di situazioni e posizioni. Più seriamente dobbiamo prendere atto che il koolhaasismo nella sua ansia combinatoria implica la riduzione dell’architettura (e il suo conseguente piacere) a pratica intellettuale. Una perversione postmoderna che mette programmaticamente in secondo piano i sensi e il corpo subordinandone le risposte agli stimoli cerebrali che, attraverso il godimento generato dalla trasgressione e dalla conseguente colpa, compensano la paura dell’impotenza. Da questo punto di vista Koolhaas è l’anti Gehry, cioè l’antagonista dell’architetto formalmente dotato che ricerca il puro piacere rifuggendo da ogni teoria.
Vi è di più. Muovendosi sul versante della sintassi e non della formatività, Koolhaas rinuncia all’idea che l’architettura possa, come la natura, generare forme, cioè produrre strutture artificiali organiche. Basta quindi con le ricerche sulla morfogenesi, sulla complessità, sull’autopoiesi, sul morphing. Nel gioco della perversione tramite permutazione questi giochi infantili sono lasciati alla Hadid e ai vari Lynn e Asymptote, come per Sade i racconti d’amore erano lasciati ai romanzetti rosa.
Un programma perfetto per il radicalismo chic, incapace da sempre di fare i conti con il proprio corpo e con i propri sentimenti.

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KOOLHAASISMO (post scriptum: Rem e Zaha 1)

Venticinque anni fa le due strade per l’architettura internazionale le avevano tracciate su direzioni divergenti Frank O. Gehry e Peter Eisenman: la spazialità esuberante del primo contro la sintatticità esasperata del secondo. Vinse Gehry con il Guggenheim di Bilbao, Eisenman non andò oltre architetture che sembravano fatte di cartone e bellissimi testi che molti leggono e solo Iddio capisce.
Oggi le due star che si contrappongono sono Koolhaas sul versante della riflessione, la Hadid su quello della formatività. Ma é mutato il clima culturale e son cadute due torri gemelle. Questa volta è l’intellettualismo a tenere il campo. Che volgarità Zaha, che volgarità: sussurrano i giovani critici che oggi dilagano su stampa e accademia.
Eppure Rem e Zaha un tempo dividevano lo studio nell’effervescente clima londinese dell’Architectural Association. Diventa a questo punto essenziale, per comprendere il nostro presente, tutto koolhaasiano, fare un passo indietro e scoprire cosa abbia unito e poi diviso i due. Perchè non c’è dubbio: Zaha è formativamente più dotata di Rem (così come Gehry lo è di Eisenman) e cercare le ragioni della sua sconfitta è andare a curiosare davanti a un interessante bivio della nostra storia culturale.

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KOOLHAASIMO (conclusioni: Rem e Zaha 2)

Zaha ha sei anni meno di Rem. È una studentessa prodigio, ha il dono del disegno e realizza progetti in grado di lasciare a bocca aperta un navigato lupo di mare come Peter Cook. I lavori di Rem e Zaha negli anni eroici dell’Architectural Association sembrano muoversi in sintonia. Sono indagini sullo spazio ( analizzarlo facendo esplodere i contrari: compresso/aperto, chiaro/scuro, colorato/non colorato, ordine/disordine) e insieme rivisitazioni della tradizione eroica delle Avanguardie e del Movimento Moderno. Mettono studio assieme. La partnership non dura. Due personalità così forti e debordanti non possono convivere in uno stesso spazio. Vi è però di più che un fatto caratteriale. Per Zaha i riferimenti storici, anche al Suprematismo, sono assimilati, digeriti, e infine dati per scontati. Come tutti i bravi allievi, Zaha uccide i maestri sino a cancellarne le tracce.
Per Koolhaas il lavoro di digestione non finisce mai. Con una battuta si potrebbe dire che la sua è l’estetica del ruminante. I meravigliosi progetti degli anni novanta sono una tappa di questo infinito ciclo digestivo.
È possibile un’altra metafora. Se Zaha dà per scontati e superati i delitti per diventare regina del proprio regno, Rem è come il tiranno che deve sempre trovare un puntello in una storia che è costretto continuamente a riscrivere. Sa che, come nei gialli, si gestisce l’attenzione del pubblico giocando sempre di sorpresa.

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KOOLASISMO (conclusioni: Rem e Zaha 3)

E adesso vediamo se avete capito la ragione dell’incompatibilità tra Rem e Zaha.
La differenza è nella rete, nel cheapscape.
Zaha è mesopotamica, si forma leggendo Le mille e una notte dove una recinzione di cantiere non potrebbe mai trovare posto in una villa di lusso. Koolhaas è calvinista e si forma leggendo l’etica del capitalismo di Weber. Che trasforma in estetica. E l’estetica del capitalismo ama i capelli lunghi, i pantaloni stracciati, i vestiti lisi, le reti da pollaio e le recinzioni da cantiere purchè nobilitate dalla operosa virtù dell’intelligenza. È questa estetica del cheapscape che lo avvicinerà a Prada e lo allontanerà da Zaha ( se non captate la differenza o pensate che l’estetica calvinista venga a costare meno di quella mesopotamica, non avete comprato mai un paio di pantaloni stracciati e non capirete mai le due linee dell’architettura contemporanea oggi: sospendete la lettura, vi meritate Biraghi).

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KOOLHAASISMO (tornando indietro)
Ci sono architetti che scrivono quasi più di quanto progettano. Chi scrive ti racconta una storia e vuole fartela credere. Ieri questa storia si chiamava teoria. Oggi, dopo l’evoluzione della specie, si chiama concept. Come distinguere una teoria dell’homo theoreticus da un concept dell’homo oeconomicus?
Come distinguere Le Corbusier da Prada?
Ecco la domanda alla quale Rem non risponderà mai neanche sotto tortura, lui è l’anatra lepre, se lo guardi da un lato è concept, dall’altro è teoria. Da un lato Prada, dall’altro Le Corbusier.

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KOOLHAASISMO (capolavori 1)
Quali sono i capolavori di Koolhaas? Escluderei Villa dall’Ava, precorritrice di un nuovo agire ma troppo scolastica, e la Kunsthal: la sua sofisticata strategia spaziale, senza una spiegazione di Koolhaas, non la capiresti mai. I due capolavori, a mio avviso, sono la casa a Floirac e la biblioteca di Seattle.
Dopo Seattle la produzione di OMA è rappresentabile con un grafico in caduta libera: un progressivo inaridirsi in cui l’architettura diventa un fatto sempre più trascurabile, in cui si ingigantisce la dimensione sintattica e si inaridisce quella semantica. Quest’ultima frase vi ricorda qualcosa? Era Gandelsonas a proposito di Eisenman, ma l’influenza dell’americano sull’olandese sarebbe un altro discorso, chissà se avremo tempo per affrontarlo. Non nel prossimo post, in cui si svelerà il segreto della casa di Floirac. Non rispondete, anticipandomi, per favore, che è l’ascensore.
Non è l’ascensore.

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KOOLHAASISMO (capolavori 2)
Per alcuni il segreto della casa a Floirac è l’ascensore. In effetti è una invenzione straordinaria ma , pensateci bene, non è questo che fa l’architettura anche se la aiuta a vendere al grande pubblico. E neanche la struttura cosí apparentemente inverosimile, cosí incuriosente e brillante.
Il segreto è che a Floirac convivono tre configurazioni spaziali che potrebbero raccontare riassumendola la storia dell’architettura. La casa a patio che entra nel terreno, la glass house, la struttura chiusa con patii che aprono al cielo ( e con un ricordo al situazionista Constant). Diversamente da Dall’Ava dove il tentativo di far convivere gli opposti era scolastico e cervellotico, qui appare risolto. Certo Koolhaas lo può ottenere con spazi giganteschi e dilatati, ma tanti architetti hanno avuto a disposizione spazi ancora superiori e realizzato edifici meno interessanti. Come le architetture antiche erano un microcosmo che raccontava un macrocosmo, qui è messo in scena lo spazio dell’architettura in tre episodi. E l’ascensore? La sua funzione è collegare i tre mondi spazialmente diversi.
Ma un po’ è la poetica della prima Zaha, mi direte. Lo vedremo nel prossimo post.

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KOOLHAASISMO (capolavori 3)
Anche la casa a Floirac è un compendio di citazioni, ma a differenza di Villa dall’Ava passano abbastanza inosservate, compresa la più evidente, la facciata a gruviera che è ripresa da Constant, un riferimento raffinato ma poco noto. Esce fuori invece lo spazio che pur composto paratatticamente ( cioè per accostamento di pezzi diversi) è unitario anche per merito dell’ascensore che attraversando i diversi ambienti ( ogni pianta di ogni piano sembra disegnata da una mano diversa) li collega e non solo fisicamente.
E difatti quelli sono per Koolhaas gli anni dello spazio. La tradizione del Movimento Morderno è dissezionata e riconfigurata soprattutto per sondarne le valenze spaziali: piani inclinati, intrecci tra percorsi e ambienti, dialettica di pieni e vuoti, elementi mobili che mettono in crisi la staticità delle configurazioni. È la stessa strada che sta percorrendo Zaha ma con molta minore ansia teorica, potremmo dire con più piacere per il testo che per il metatesto, e quindi facendo a meno della stampella delle citazioni.
A un certo punto, però, Koolhaas cambia strada. La svolta avviene con la biblioteca di Seattle, il suo secondo capolavoro. E in parallelo con la grande caccia alle streghe. Cioè alle archistar.

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KOOLHAASISMO (caccia alle streghe e Koolhaas 2.0) 

La biblioteca a Seattle è Koolhaas al suo meglio: una riflessione funzionalista sugli spazi che porta a una forma inconsueta, forse inaccettabile a una estetica funzionalista. È ancora la logica dei suoi progetti anni novanta: del trarre le estreme conseguenze da principi condivisi, dell’ oggetto scultoreo a forte valenza spaziale, del pezzo unico, del vestito esuberante e spiazzante firmato dall’archistar.
Ma è proprio in quegli anni che si scatena la caccia alle streghe. Una campagna mediatica, soprattutto nelle riviste specializzate, senza precedenti.
La archistar da divi sono trasformati nei colpevoli di tutti i mali delle città. Risultato? Nessuna -tranne forse la regina Zaha- vuole piú sentirsi chiamare in questo modo. Tutte riconvertono la propria immagine (controprova: provate a chiedere a un qualsiasi grande architetto se si sente una archistar).
Rem, a differenza degli altri, capisce che deve riconvertire anche la propria produzione. Scrive un pezzo raffinato sull’architettura generica il cui senso, alla fine, sembra ispirato al miglior/peggior Nanni Moretti: “mi si nota di più se mi metto in mostra o se mi pongo in disparte?”. La risposta sarà: “meglio far finta di mettersi in disparte”. Nasce il Koolhaas 2.0.

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INTERVALLO SULL’ASCENSORE

E adesso un intervallo sull’ascensore.
Edifici e progetti di Koolhaas non si capiscono se non si comprende come l’indagine sulla funzione determini la forma, spesso in modalità paradossali, da qui anche l’interesse per il metabolismo giapponese che fu un funzionalismo coerente e delirante.
E l’ascensore? Inaspettatamente troviamo un buco nel solaio della casa senza che l’architetto abbia minimamente pensato a un parapetto ( anche a villa dall’Ava il parapetto non lo si riusciva a mettere sino a quando non si trovò la soluzione dei bandoni stradali arretrati rispetto al filo delle pareti). Certo come strategia per la sicurezza di uno che si muove su sedia a ruote e dei suoi familiari, amici e collaboratori domestici non è niente male…
Pensateci bene: è la formula perfetta del radicalismo chic; da un lato la riduzione del problema all’essenza più prosaica ( che genera l’invenzione funzionale ), dall’altro l’incapacità di essere normali.
Atteggiamento incarnato al meglio dal film sulla casa di Floirac: lo snobismo di banalizzare -la funzionalità raccontata dalla donna delle pulizie- ma solo per rendere il tutto sofisticato al quadrato.
Se Nanni Moretti fosse stato un architetto, forse sarebbe stato un Koolhaas di provincia.

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KOOLHAASISMO ( e l’Italia)
La prima lettura italiana di Koolhaas fu un libro di Jacques Lucan tradotto dall’Electa: ne metteva in risalto lo snobismo avanguardistico di matrice ungersiana. Nel 1996 cercai di darne una lettura più funzionalista con una monografia della Universale di architettura. Mi sembrava che la novità del personaggio, a differenza di altri postmodernisti, fosse il recupero della tradizione del Movimento Moderno e l’attenzione, in quegli anni fortissima, al tema dello spazio.
Poi ci furono le letture di Boeri in senso milanese ( non saprei spiegare bene questo termine ma credo che dia abbastanza l’idea di uno sperimentalismo che ibrida moda e argomenti sociali, salotto e rivoluzione) e le interpretazioni che, anche facendosi forti della svolta koolhaasiana, sempre di più sono andate in direzione neo-tradizionalista o, come si ama dire, dell’autonomia. Koolhaas oggi appare infatti come il personaggio perfetto per saldare riflessione disciplinare ( in senso postmodernista) con ansie di retroguardia radical chic. Insomma Eisenman e Superstudio.

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KOOLHAASISMO (decostruttivismo e postdecostruttivismo)

Di Koolhaas come del decostruttivismo e del postdecostruttivismo si possono dare due letture. La prima, prospettata da Hans Ibelings, vede questi fenomeni come l’ultima variante del postmodernism, mettendone in risalto l’eccessivo formalismo, l’attenzione spasmodica alle icone sia pure nella versione no-logo, il circo mediatico …
La seconda fu prospettata da Bruno Zevi e vedeva nell’opera di questi architetti un affrancamento dal postmodernism attraverso una rinnovata attenzione ai temi spaziali, una freschezza di linguaggio, il gusto della sperimentazione …
Come ho affermato tempo fa, non senza forzatura retorica, le punte del decostruttivismo servirono in Italia per infilzare tromboni e reazionari.
Oggi sembrano spuntate e anzi proprio con queste i neotradizionalisti, mettendosi un tocco di rossetto avanguardista, stanno puntellando quell’edificio sgangherato ma ultra resistente che si chiama autonomia disciplinare, cioè la casamatta dell’accademia. È l’eterna storia che dopo i Sant’Elia prima o poi arrivano i Piacentini.

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KOOLHAASISMO (conclusione)
Ci sono architetti che per essere apprezzati hanno bisogno di importi il loro punto di vista e di farti dimenticare le risposte che invece vengono dal tuo istinto, dal tuo corpo.
Per ottenere il risultato, è necessario da parte di questi progettisti produrre una infinità di testi – libri, articoli, statement, conferenze- che diventano strategicamente più importanti delle loro costruzioni.
Per convincerti che il re non è nudo, devono essere apodittici e convincenti, irretendoti con il potere dell’ideologia ( che impropriamente chiamano Teoria).
Solo cosí anche quando delle conseguenze di questa ideologia se ne vedranno tutti i punti irrisolti e oscuri, non defletterai un attimo: è lo stesso motivo per il quale fedi quali il comunismo o il fascismo, per le quali valgono le stesse strategie di convincimento, non crollano neanche davanti ai loro peggiori fallimenti.
Rem Koolhaas fa parte del super club dell’ideologia: un consesso che unisce personaggi del calibro di Le Corbusier e di Aldo Rossi. Il fatto che molte sue opere siano buone e un paio dei capolavori, rende il pericolo ancora più grave e il personaggio ancora più interessante. In fondo siamo sempre attratti da chi ci presenta un mondo molto tagliato. E questo fa parte dell’arte. Basta non crederci troppo. E bilanciare la debolezza con il credo, anche questo in parte irrazionale, che i veri architetti non hanno bisogno affatto di spiegarti i loro edifici.

Fine

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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