prestinenza.it
 

Presepeland: presepe e teoria dell’architettura

PRESEPELAND ( introduzione)
Oggi, 31 di agosto, discutevo con Davide Sani: oziosamente e appassionatamente, come sempre noi architetti.
Siamo arrivati alla conclusione che la figura architettonica dominante dei prossimi 50, se non 100 anni, sarà il presepe.
Risponde all’esigenza fondamentale della modernità di mettere in scena la storia, il dramma, l’inconsueto e la frugalità. Peccato che ciò avvenga negando la temporalità, utilizzando il consueto, rendendo inoffensivo il dramma, abolendo le conseguenze della povertà: il gelo, i cattivi odori, lo sporco, le zecche.
Il presepe lo abbiamo inventato noi italiani.
E poi è l’opera di postproduzione perfetta.
Finalmente dopo Learning from Las Vegas si attingerà nuovamente alla nostra cultura. Learning from Natale in casa Cupiello.
Non so se sarà un bene o un male.
Lo scopriremo insieme nei prossimi post.

11960272_10207455975776597_8680586319530205051_n

PRESEPELAND (dal presepe storico al presepe metropolitano – 1)
La strategia del presepe l’hanno brevettata le Soprintendenze nelle due varianti teoriche brandiana e marconiana (in un prossimo post si tratteggeranno le differenze).

Entrambe hanno permeso di trasformare i centri storici da luoghi in abbandono con abitazioni fatiscenti in gioielli del pittoresco. Ciò è avvenuto grazie all’immissione discreta delle nuove tecnologie (ascensori, aria condizionata, riscaldamenti, impianti elettrici a norma, consolidamento delle murature e dei solai, sostituzione e integrazione di muri e dei decori, riconversione di sottotetti e cantine resi abitabili e inserimenti di autorimesse).

Nel presepe:
A) tutto è ridisegnato anche se tutto, quasi tutto, fa finta di non esserlo e di stare là così da sempre;
B) la tecnologia è di ultima generazione ma è invisibile. La stella cometa risplende ma nessuno vede l’attacco alla presa elettrica.

A un certo punto si è scoperto che non solo i centri storici, ma l’intero ambiente urbano poteva diventare presepe: presepe metropolitano. Bastava che fosse vecchio, anche se squallido e ammalorato. Gli interventi di plastica facciale e le tecnologie invisibili avrebbero sopperito.
E’ nata la corsa alla presepizzazione delle aree dismesse.
La fondazione Prada, esempio straordinario di presepe periferico, funziona tanto bene quanto il Maxxi, che si muove invece sull’ingenua strategia del nuovo (anche se la Soprintendenza ha voluto lasciare a tutti i costi un reperto di antico proprio in facciata, forse per dire che lei, anche se messa all’angolo, non si ritirava dalla partita), per alcuni funziona addirittura meglio.
La Fondazione Prada accoglie, il Maxxi incute soggezione e distacco. Chiedete a questo punto a un artista se preferisca esporre in una vecchia fabbrica o in un edificio disegnato ex novo da una archistar e dalla sua risposta capirete il fascino neanche troppo nascosto del presepe.

Maxxi-piazza11988336_10207464119260179_5530117056200667711_n

PRESEPELAND ( presepe e futuro – 2)
Gli uomini sani, scellerati e con valori indubitabili facevano calcina dei monumenti che non servivano, perchè costruivano i loro. Oggi le demolizioni le lasciamo fare alle menti esaltate dell’ISIS mentre noi, romantici e rosi dai dubbi, siamo ossessionati dal terrore della perdita.
Allo stesso tempo, però, non accettiamo il carattere crudele della storia e la vogliamo riscrivere, per sfuggire dall’ansia del futuro. Se il futuro è cupo, ilpassato, come il bambinello, deve avere sempre il sedere rosa. E il presepe solo trasforma un atto crudele, nascere al freddo e al gelo, in una festa, in una epifania. Il presepe è ottimista, perchè è una visione della storia proiettata verso un futuro di salvezza. Il male, lo sporco, l’irrisolto, che morbosamente ci piace vedere ma non subire, non possono farci più paura nel momento in cui li abbiamo anestetizzati.

11057280_10207466106989871_8613277689643717825_n

PRESEPELAND (paratassi e sintassi – 3)
Il presepe è accogliente come l’architettura eclettica. Se hai una figurina di Balotelli o un soldatino di piombo li puoi inserire tra le montagne di cartapesta senza distruggere la composizione. E difatti i bambini adorano il presepe perchè è tollerante delle diversità che accosta e non integra, è paratattico e non sintattico. Adesso: la sintassi, che presuppone unità ed esclusione, è il modo di strutturare il linguaggio della modernità; la paratassi, che gioca per liberi accostamenti ed è inclusiva, della postmodernità.
Koolhaas è da sempre il poeta della paratassi. Non ci voleva molto a immaginare che sarebbe stato lui a rilanciare l’architettura del presepe.

10646621_10207469512275001_3678251817351538582_n

PRESEPELAND ( pastori del presepe: Martin Heidegger – 4)
Il presepe è ecologico, è la città che ritorna alla natura. C’è una grotta, c’è l’acqua, ci sono le stelle e la cometa, ci sono il bue, l’asinello, le pecore. Le casette sono primordiali e ricordano la capanna di Laugier. Infine ci sono i pastori. Anche se il presepe è inclusivo a un grado massimo, difficilmente potrebbe sopportare l’intrusione di una fabbrica, di un centro Pompidou, del Guggenheim di Bilbao o dell’ultima opera della Hadid.
L’unica tecnologia ammessa è la luce divina: immateriale e trasparente. Anche Heidegger con la sua capanna nella Foresta Nera metteva in scena una epifania: qualcuno lo ha soprannominato il pastore dell’Essere. Heidegger ha ispirato gran parte dell’architettura della reazione: non c’è scritto equivoco sull’abitare che non lo citi.
Forse bisognerà fare qualche studio fenomenologico sul presepe, l’architettura ed Heidegger.

11960191_10207471439563182_5664684063552366760_n

PRESEPELAND ( postproduzione – 5)
Nel presepe non si inventa nulla ma tutto si ricombina. Semmai si aggiunge e si attualizza, come avviene nei presepi napoletani in cui si inserisce la statuina con la faccia di Maradona o del personaggio di turno.
Il presepe è il paradigma del rifiuto alla creazione ex novo e forse il precursore della postproduzione.
Esattamente come sarà la linea vincente dell’architettura di domani o come avviene con questi post di FB che sfruttano immagini esistenti e ricombinano parole già consumate.
La vera ecologia del presepe non è il ricorrere alla natura ma l’ansia continua di riciclo, che, più che essere finalizzata all’ economia di energie, è la conseguenza di una impossibilità, in un’epoca postmoderna, di generare parole nuove, se non appunto in postproduzione.

1538946_10207476933100517_7002118480018427908_n

PRESEPELAND ( luoghi e non luoghi- 6)
Se qualcuno, come è successo guardandone le foto, afferma che la Fondazione Prada stia a New York e non a Milano, ecco che, senza volerlo, svela il secondo segreto del presepe. Che è il non appartenere ad alcun luogo. Strano paradosso: le Soprintendenze, i reazionari, gli Sgarbi e i Settis vogliono i presepi per difendere le identità locali e questi, invece, sono ancora piú anonimi degli edifici dell’International Style o dei grattacieli di Dubai.
Il motivo è che la presepizzazione, che rifiuta di mostrare la tecnologia, fa però ampio uso di tutte le tecnologie e queste sono per forza di cose ovunque uguali. Sono identiche le tinteggiature, le tecniche di recupero della pietra, i trucchi per inserire i motori dell’aria condizionata e gli ascensori, gli infissi in legno antichizzato… E cosí, piú si recupera, piú i centri storici sembrano uguali, più le fabriche diventate contenitori cultural chic sono identiche. Il fascino del presepe non è di essere un luogo identitario ma il non luogo più condiviso dalle nostre immaginazioni sempre più in rete.

11986938_10207485692639500_3667705184839180409_n

11990658_10207485692439495_2557369515197474475_n

PRESEPELAND (conclusioni)
La finzione non è mai innocua. Perchè poi ci comportiamo come nei romanzi che abbiamo letto, come nei film che abbiamo visto, come nei reality che abbiamo seguito. Il risultato è che, inevitabilmente, la realtà diventa finzione e la finzione realtà.
E scambiamo i presepi che ricostruiamo con la storia che ci ha generato. A questo punto è inutile osservare che il tal centro storico non ha più nulla a che vedere con la cittadina medioevale che fu o che il tal palazzo è diventato la mummia dell’importante opera rinascimentale o che la fabbrica ha perso ogni sembianza di verità. Perchè è il simulacro la nuova verità, è la nuova storia. E così la Venezia vera diventa sempre più simile alla sua ricostruzione a Las Vegas e, come diceva Jean Baudrillard, tra cento o forse cinquecento anni noi non riusciremo più a scorgerne le differenze. Eppure sono proprio queste differenze che ancora sostengono la nostra cultura, sono la linfa vitale della nostra idea di modernità.
Si stenta a capire che la polemica contro gli Sgarbi e i Settis non è per distruggere, in nome di un futuro non ben identificato, la nostra tradizione, ma per tutelare per quanto possibile ciò che resta di autentico del senso e cioè del valore della sua storia.

11954635_10207489823822777_7578102880040762789_n

PRESEPELAND (nota tecnica)
Nei presepi al reale si sostituisce il tipico, che è un concentrato di realtà.
Così il pastorello ha tutti i suoi abiti che lo qualificano come tale e porta possibilmente la pecora sulle spalle. E la casa ha tetto a doppia falda e finestra con persiane.
Adesso, il tipico è iconico perchè la caratteristica dell’icona è proprio questa: essere una immagine memorizzabile e di immediato impatto e riconoscibilità. Il paradosso dell’architettura del presepe è che vorrebbe essere la negazione dell’approccio iconico dello star system mentre non ci vuole molto a capire che è un sistema iconico, la cui forza è la banalità, che si contrappone a un altro, la cui forza è l’artata complessità.

11040925_10207491130255437_3187285287339876231_n

PRESEPELAND (fuga dal presepe)
Una strada per scappare dal presepe ce l’ha tracciata Carlo Scarpa.
Consiste nell’introdurre il fattore immaginazione e cioè la nostra temporalità, lasciando l’opera aperta e evitando di porcela restaurata di tutto punto. Il presepe è pigro, e cioè disegnato in tutti i suoi dettagli; la storia è problema, sforzo incessante interpretativo.
Ma non basta. Scarpa ha capito che il restauratore non deve scomparire, ma essere un ospite del racconto esattamente come i pittori rinascimentali che si autorappresentavano nei quadri da loro dipinti. Perchè un racconto in cui non si sente la voce dell’io narrante non è un racconto come si deve. E allora? La storia si fa in tre: con l’opera, con la presenza in trasparenza di chi la ripropone all’attenzione, con lo sforzo ricostruttivo del fruitore. Le soprintendenze ignoranti e i presepisti d’accatto credono che queste due ultime voci siano un inconveniente e cercano di farle fuori; non capiscono invece che sono la via di fuga inventata dalla modernità alla parodia del bue e dell’asinello.
 11061998_10207496168741396_5608690607434666623_n

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

Leave A Response