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Il mistero del bidet di Le Corbusier

Luigi Prestinenza Puglisi 28 dicembre 2015 Storia 1 commento su Il mistero del bidet di Le Corbusier

Il mistero del bidet di Le Corbusier
Pare che la moglie Yvonne non apprezzasse particolarmente l’architettura del marito Le Corbusier e avesse coperto con una “tea cozy” ( fonte:Jencks) il bidet fatto installare dallo stesso accanto al letto matrimoniale della loro abitazione di rue Nungesser et Coli a Parigi. Spinto da curiosità, sono andato a controllare nel secondo volume dell’Opera completa  il progetto e, mentre in pianta il bidet figura, non è rappresentato in alcuna foto. Vi sono due immagini che guardano più o meno in direzione della zona dove c’è anche il bidet ma sono alte e spostate a sinistra e non lo inquadrano affatto ( di queste due ne ho messa una e, poi, per vostra curiosità ho messo anche una, presa da internet, con il bidet). Può essere benissimo che la scelta di non fotografarlo non derivi da alcuna ragione in particolare, ma è strana da parte dello svizzero che era molto analitico nel raccontare i dettagli delle sue invenzioni sui dispositivi igienici presenti negli alloggi. Mi piace immaginare che sia stata la moglie francese ad averlo inibito.
P.S. Tra l’altro la moglie è inquadrata in una foto mentre sistema un oggetto in cucina. Quindi possiamo supporre che avrebbe vista e commentata la pubblicazione.

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Se vogliamo infittire il mistero, cari amici, dobbiamo osservare alcuni particolari inquietanti:
1) un letto troppo alto
2) il bagno diviso in due.
Cosa c’è di strano, mi direte, nel dividere in due il bagno? Nulla apparentemente. Ma in quello di Yvonne c’è la vasca, anch’essa alta, il lavabo e fuori il nostro bidet e un tavolino per il trucco.
In quello di Corbù la doccia, il lavandino e il wc. Che strana dissimetria. Il bidet solo per Yvonne e lontano dal wc e il wc solo per Corbù.
Qualcosa non torna. Possibile che migliaia di esegeti del maestro che ne conoscono ogni respiro non abbiano mai notato niente?
Ma ancora anche voi non avete captato il particolare più strano (si vede che, come i radical chic, vi occupate troppo di teoria e poco di critica, che vuol dire guardare le opere). Ve ne parlerò nel prossimo post.

Intanto ecco il link a un video sulla casa:
https://m.youtube.com/watch?v=4Nn6Ew8RM3s

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L’aspetto più inquietante è che la stanza da letto di Corbù e Yvonne non ha una porta tradizionale. Ma una parete armadio girevole che, quando si apre, amplia la superficie della sala da pranzo inglobando la prima metà della camera da letto e cioè quella con il bidet e il bagno di Yvonne, che è senza porta.
Un particolare trascurabile quello del bidet che diventa, in un certo senso, anche un arredo del soggiorno? Affatto, se pensiamo che un architetto, che disegna la propria casa, ci dedica una cura infinita, perchè la pensa come rappresentazione del proprio io.

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Aggiungiamo un altro indizio: quello risolutivo. Il grande specchio della camera da letto è occultato da un pannello giallo. Forse Yvonne l’ha voluto per motivi utilitari ma Corbù se l’é tolto, come effetto spaziale, dai piedi nascondendolo.
Adesso è tutto chiaro? Avete capito a che gioco sta giocando il grande architetto?

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Vi do un ultimo indizio con queste due immagini. Più di così non posso aiutarvi …vi posso solo riassumere gli indizi precedenti:
Il bidet è dentro la camera
Il letto è troppo alto
La porta è una strana parete armadio
Il soggiorno, quando l’armadio è aperto, si amplia inglobando parte della camera da letto
Il bagno è destrutturato in molte parti
Lo specchio accanto al letto è nascosto da un pannello giallo
In questa casa Le Corbusier rappresenta se stesso

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Dimenticavo di sottolineare il fatto più strano: Le Corbusier nell’Opera completa non solo non mette alcuna foto dove si vede il bidet ma non mette neanche alcuna foto che faccia vedere l’armadio parete che si apre ampliando il soggiorno. E mette una foto in cui non si percepisce bene l’anomala altezza del letto. Come se fosse perplesso a mostrare queste sue invenzioni domestiche.

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Mi voglio rovinare: vi do una chiave di lettura. Spero che non vi confonda le idee.

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La prima spiegazione, la più semplice, attiene al simbolico. La casa è divisa secondo la polarità maschile femminile o, meglio, lo spazio di Corbù e lo spazio di Yvonne. Quello di Corbù è l’Atelier, occupa metà parte della casa e si può tenere aperto o chiuso mediante una porta parete posta all’ingresso. Quello di Yvonne è lo spazio della casa: la sequenza cucina, soggiorno, camera da letto. Anche questo universo può essere delimitato da una grande porta parete. Nello spazio di Yvonne è abbastanza naturale la possibilità di unire soggiorno e camera da letto.
Ovviamente la camera da letto prevede la presenza maschile. E infatti, oltre al letto matrimoniale, ha un doppio sistema di accessori: quello femminile è dedicato alla bellezza e infatti ha il tavolo per i trucchi, la vasca da bagno, il lavabo e il bidet. Quello per l’uomo è dedicato alla virilità: la doccia e il lavabo. Il wc è lontano dalla zona dedicata al bellezza, non perchè -immagino- Yvonne non lo usasse, ma perchè è una funzione che ha meno attinenza con il fascino e più con la brutalità e l’energia.
La casa celebra quindi simbolicamente il matrimonio, l’unione e la diversità di Corbù e Yvonne. Ma questa è solo la premessa, il primo livello di senso di una casa che ne ha probabilmente molti.

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E veniamo al secondo livello di interpretazione che è visivo. Spesso ci si dimentica che Le Corbusier si vedeva in quegli anni più come pittore che come architetto. E che tutte le sue case sono dispositivi ottici: siano questi generati dalle inquadrature delle finestre in lunghezza di villa Savoye o dagli specchi e dal periscopio dell’attico Beistegui. Il letto esageratamente insolito della sua camera ci conferma l’ipotesi. Perchè è tanto alto? Per poter vedere oltre il parapetto pieno della terrazza il verde del parco parigino; per inquadrare un panorama organizzando un punto di vista ( si potrebbe dire: la forma segue l’inquadratura). A questo punto arriva la domanda: e se tutti gli oggetti negli spazi della casa fossero disposti come se fossero inquadrature? E … disposti come? Elementare: secondo le leggi della composizione dei templi greci. Non era quella greca la massima perfezione dell’arte?

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Non ho trovato una immagine più esplicita, ma aiutatevi con la fantasia e mettetevi a capotavola e guardate alla vostra destra: l’apertura ottenuta muovendo la parete armadio vi consente di allargare la visuale sul paesaggio grazie alle vetrate della camera da letto che continuano quelle del soggiorno. Da qualunque punto di vista si osservi questa casa, lo sguardo deve poter traguardare oltre i confini delle pareti.
(Osservate anche come, per la medesima ragione, le pareti non arrivino dritte sino al soffitto)

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Adesso provate a fare questo esercizio: tracciate le linee che vanno dall’occhio di un utente ( che sta a letto, che entra nella stanza, che sta nella vasca o nella doccia ecc…) agli spigoli dei muri e degli armadi che vede ( fatelo con la porta-armadio chiusa e aperta) e confrontate con il modo di comporre le relazioni tra spazi dell’architettura greca. Si troverà una comune volontà di controllo dello spazio: nel nostro caso gli oggetti sono nascosti da muri o armadi ma stanno sempre in bilico tra lo scomparire e l’apparire. Anche il bidet subisce questa sorte. Si vede e non si vede dal letto; e se la porta armadio è aperta, si vede e non si vede dal soggiorno.

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Abbiamo capito perchè il letto è alto, perchè gli ambienti del bagno frammentati, il perchè della porta armadio e perchè un oggetto doveva stare nella posizione dove è adesso il bidet, ma non abbiamo ancora chiaro il punto principale: perchè proprio il bidet? Se il primo livello di analisi concernerne la differenza tra uno spazio maschile e uno femminile, il secondo -visivo- ci porta in Grecia, ma i greci non componevano con i bidet. Adesso ci serve un terzo livello di interpretazione. Se avete pazienza lo affronteremo nel prossimo post.

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Mi ha appena raccontato un caro amico che, quando i sabaudi presero possesso del Regno delle due Sicilie, rimasero sorpresi da alcune piccole vasche che si trovavano nelle case più abbienti e il cui uso era incerto. Erano, scrivevano nei loro report, a forma di chitarra. Forse, sosteneva qualche funzionario, erano adoperate per lavare i neonati.
Naturalmente tutto questo non c’entra niente con Le Corbusier se non per ricordare il naturale e immediato accostamento tra la forma della chitarra e il bidet. Devo a questo punto ricordarvi i quadri puristi del Maestro?

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La storia sui funzionari sabaudi stupiti davanti i bidet delle case napoletane non la dice tutta sul fatto che alcuni di loro dovevano ben conoscere tali oggetti, che avevano una certa diffusione nelle case di tolleranza. Il bidet nella cultura francese pare che fosse adoperato dalle prostitute per lavarsi dopo i rapporti sessuali. E ancora oggi a Parigi l’oggetto può essere visto con un certo imbarazzo. E allora perchè Le Corbusier lo mette in vista ( in relativa vista) a casa propria? Perchè vuole stupire con un oggetto insolito che racconta la sua eccentricità di artista? Forse anche questa è una ragione. Ma se cosí fosse, perchè poi non pubblica le foto in cui si vede il bidet nell’Opera completa? Il suo rapporto con il bidet sembra proprio ambivalente. Forse, con il prossimo post, dovremo indagare meglio sulla sua vita privata. Che a giudicare da certe immagini di alcune sue opere minori non è proprio quella, di un freddo purista, che ci hanno tramandato alcuni libri di testo.

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Con Yvonne stava insieme da oltre i sette fatidici anni quando Le Corbú, nel 1929, incontrò Josephine Baker. Dovette essere una storia breve ma esplosiva, se non devastante, se nel 1930 decise di riaggiustare i pezzi sposando Yvonne e cambiando casa. La Baker era bellissima, di un fascino esotico, selvaggio e primitivo. Una scimmia, una scimmia scatenata. Entrò tanto nella sua testa che gli fece cambiare visione dell’arte: da quel momento la concezione purista cominciò a svanire per una plastica, carnosa, sensuale.

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Scriveva Le Corbusier alla mamma, dalla quale era psicologicamente dipendente, a proposito della Baker: “un cuore tenero come quello di un bambino di un villaggio creolo. Nemmeno un pizzico di vanità. Nulla. La naturalezza più miracolosa che tu possa immaginare”.
Scriveva la Baker di Corbù: ” che peccato che sia un architetto”.
Le Corbù era proprio cotto di Josephine. Da quel momento apolliaco e dionisiaco avrebbero convissuto nella sua ricerca artistica.

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Scrive Corbù di Josephine: ” Posso vedere in lei il fondamento di un nuovo sentimento della musica capace di essere l’espressione di una nuova epoca e che colloca le nostre origini europee nell’età della pietra… Nella cabina del piroscafo, Josephine ha preso una piccola chitarra – un giocattolo per bambini- e ha cominciato a intonare canti negri. Erano meravigliosamente belli, toccanti, ricchi, inventivi, generosi e decenti”. È cotto.
E parla di una chitarra… Vi ricordate che il bidet ha forma di chitarra? Sarebbe puerile a questo punto avanzare un legame stretto tra bidet di casa Corbù, chitarra e ricordo di Josephine, ma non possiamo esimerci dal notare che la forma a doppia rotondità è sicuramente ricorrente nella storia privata dello svizzero. A questo punto, però, abbandoniamo le fantasie private e seguiamo Corbù che va a curiosare nel capolavoro che si costruisce in quegli anni : la Maison de Verre di Chareau, una casa che, guarda caso, è terminata proprio nel 1931, l’anno in cui Le Corbusier si accinge a costruire la sua per rinsaldare il legame con Yvonne

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Lo so bene che, nonostante non l’abbia mai evocata esplicitamente, oramai avete nella testa l’ immagine di Man Ray, della schiena di donna a forma di strumento musicale. Ma la nostra storia è più complessa e vi entrano anche motivazioni igieniche. Non scordatevi che il traditore fedifrago è pur sempre uno svizzero igienista. E lo svizzero scopre che a Parigi c’è un arredatore ebreo che si è messo in società con un olandese, ex collaboratore di Duiker e cioè del più dotato architetto di quegli anni, che sta realizzando una casa unica, in vetro, per un ginecologo ossessionato con la pulizia e l’igiene: il dottor Dalsace. Le Corbusier, con la sua bombetta in testa e la pipa in bocca, di mattina si reca a prendere appunti per copiare tutte le idee più interessanti ( il vetrocemento, l’elettrificazione, le porte pareti, le porte armadio…) e lì in quel cantiere creativo e sperimentale si convince definitivamente che il bidet è più che un sanitario da postribolo. Forse è uno dei simboli della nuova architettura. Del resto perchè negare che la nuova architettura è l’igiene del mondo?

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Il periodo tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta segna per Corbù una fase di passaggio: oramai quarantenne, ha le idee confuse non solo in campo sentimentale e, tra le opzioni che prende in considerazione, c’è un’architettura in cui la tecnologia del vetro, del ferro e dell’elettricità diventano le matrici di una nuova formatività artistica. Ecco perchè in alcune opere, compreso l’immobile di rue Nungesser et Coli al cui ultimo piano si trasferirà, si ispira a Chareau. E si ispira tanto che in certi momenti sembra plagio.

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Nella casa di Chareau tutto danza, e si muovono le pareti leggere che nelle camere da letto filtrano i bagni. In questi vi sono i bidet che ruotano anch’essi per occupare, quando non sono utilizzati, il minore spazio possibile. Sembra un balletto meccanico come solo i grandi artisti contemporanei avevano saputo immaginare.

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È Chareau quindi che con la Maison de Verre conferma che il bidet sia un pezzetto della modernizazione che Le Corbusier va cercando e non un oggetto da postribolo. La forma a doppia curva, poi, lo appassiona ed evoca ricordi. Ma perchè metterlo così a vista? La scelta non dovette essere proprio semplice perchè, a giudicare dal fatto che lo coprì, a Yvonne quel coso in camera non andava giù. Non ci rimane che un’ipotesi. L’ oggetto decontestualizzato, il colpo di teatro surrealista. D’altronde questa dimensione di Corbù presente in quegli anni fervidi ma confusi è stata sottovalutata e opere come l’attico di Beistegui rimosse anche per colpa dello stesso Le Corbusier che ne parlava il meno possibile e solo per vantare l’elettrificazione di porte e pareti scorrevoli. Oggi si direbbe che non aveva ancora fatto coming out. E se il bidet di Corbù facesse parte della famiglia dei sanitari di Duchamp? Un parente povero?

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Ho appena ricevuto questo telegramma: “LPP SUA RICOSTRUZIONE BIDET DI CASA FANTASIOSA ET PRIVA FONDAMENTO STOP PLAGIO DI CHAREAU RIDICOLO ET OFFENSIVO STOP BIDET PRESENTE SALON D AUTOMNE 1929 STOP DIFFIDO INSISTERE STORIE CON SIGNORA BAKER STOP DISTINTI SALUTI LC”

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Il mistero del bidet di Le Corbusier: la storia continua (22)
È la Fondazione Le Corbusier che ci fornisce un dettaglio interessante per riaprire il caso: una dichiarazione di Yvonne sul tavolo della sala da pranzo che disegnò lo stesso Corbù con una lastra di marmo appoggiata su due piedi. Cito la brochure in Inglese: “Corbu’s inspiration for the marble table, with its narrow draining channel cut around the edges, sprang from a mortuary table he saw in a dissection room”. Beata ingenuità di Yvonne nei confronti del suo Doudou.
Tira aria di surrealismo e vi meravigliate di un bidet a vista?
Ma vi è un dettaglio più interessante. Che complica la storia facendo entrare in campo un altro personaggio femminile: Charlotte Perriand.

http://www.fondationlecorbusier.fr/CorbuCache/2049_4187.pdf

Il mistero del bidet di Le Corbusier: la storia continua (23)
Sfatiamo subito un mito: Corbù c’entra poco con l’allestimento del Salon d’Automne del 1929 e con il bidet che ci ha allegato nel suo telegramma. In quel momento stava in viaggio con la sua amata Joséphine. La realizzazione dell’allestimento di Parigi era di Charlotte Perriand e del cugino Pierre Janneret.
Nelle sue memorie la Perriand lo dice esplicitamente: Corbù e la Baker sbarcarono a Bordeaux a esposizione conclusa e, aggiunge con malizia femminile: “Corbù etait conquis”.

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Il mistero del bidet di Le Corbusier: la storia continua (24)
Tanto era sensuale la Baker, tanto era solare la Perriand. Forse anche un tantino androgina, se, come racconta nella sua autobiografia, Le Corbusier le chiese se amasse le donne. Esagerando potremmo dire: una era Dioniso, l’altra Apollo. Corbù usciva di senno per la prima, ma come collaboratrice si serviva della seconda.

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Il mistero del bidet di Le Corbusier: verso l’epilogo (25)

È Charlotte Perriand che ci da la chiave per capire il mistero. Nella autobiografia ci racconta che un giorno Corbù la chiama e le chiede di dargli una mano a sistemare il suo nuovo appartamento a rue Nungesser et Coli.
Leggiamo le testuali parole: ” Corbu me demanda de parteciper avec lui -seul- à l’équipmente de son domaine”. Osservate attentamente il rilievo dato alla parola “seul”, solo con lui.
Tutto lo studio, Pierre Janneret compreso, è tirato fuori. Così la moglie Yvonne. Di lei Charlotte parla con affetto e aggiunge (pensando alla Baker?): se qualcuno gli toccava Le Corbusier “elle se trasformait en tigresse”.

Il mistero del bidet di Le Corbusier: verso l’epilogo (26)
La Perriand rivendica quindi un ruolo decisivo a rue Nungesser et Coli. Non dice, come pensano alcuni, “ho disegnato solo la cucina” che, comunque, porta la sua firma ed è un piccolo capolavoro di funzionalità modernista. Tutto l’appartamento è frutto del lavoro comune con Corbù. Insomma: anche lei, la salutista, è corresponsabile del disegno della camera da letto. Ma nella sua autobiografia parla dell’altezza inusuale del letto ” un lit conjugal anormalment élevé… Pur mieux voir le ciel…plus propice aux jeux de la nuit”, mai del bidet.

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Il mistero del bidet di Le Corbusier (conclusione)
E, allora, questo bidet è il simbolo di una ossessione igienica o è un oggetto con valenze erotiche, dislocato con una tecnica surrealista?
Rappresenta la passione per la Baker, la rinnovata unione con Yvonne o l’asetticità delle tante maison de verre della modernità? Non lo sapremo mai così come non sapremo mai se questa foto della Perriand racconti l’ingenua e salutista felicità di stare al sole o la sensualità della messa in scena del proprio corpo. In fondo siamo tutti un po’ Joséphine.

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About The Author

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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