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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine

Luigi Prestinenza Puglisi 5 febbraio 2016 Storia Nessun commento su Le Corbusier e le orecchie di Joséphine

Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (1)

Ecco un disegno in cui Le Corbusier ritrae Joséphine Baker. E’ rappresentata come una divinità o forse una scimmia o entrambe. Il disegno è intensamente plastico e racconta più che con mille parole la relazione dell’architetto con la cantante e danzatrice di colore. C’è un particolare che colpisce. Joséphine, al centro del palcoscenico e della musica, è raffigurata senza orecchie.

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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (2)
Osservate anche le foto della moglie Yvonne. Mai una volta che si vedano le orecchie. Ha sempre un fazzoletto o un cappello che le nascondono.

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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (3)
Probabilmente in quegli anni le orecchie non si mostravano, ecco forse il perchè dei fazzoletti o delle pettinature molto coprenti di Yvonne e dei ritratti mutilati di Joséphine. Ma allora perchè Le Corbusier insiste nel suo lapsus anche in questo disegno della madre novantunenne?

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C’è però un ritratto della Baker; rappresenta Joséphine che dorme. L’orecchio c’è ed è disegnato con cura e in primo piano. Viene spontaneo metterlo in relazione con gli occhi chiusi. Nel momento in cui ci astraiamo dal mondo, il mondo continua a raccontarci di esistere. C’è un universo, dei suoni, che, in un altro modo rispetto alla vista, ci collega alla natura.

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No, non preoccupatevi: sto scherzando e al disegno che ho tracciato sul volto di Joséphine non attribuisco alcun valore scientifico. Che rassomigli a uno dei primi schizzi di LC per Ronchamp è solo una (costruita) coincidenza. Non sono uno di quegli studiosi, un po’ paranoici, così ben descritti nel Pendolo di Foucault da Umberto Eco, che vedono dappertutto tracce di quello che vogliono dimostrare. Nel prossimo post affronteremo Ronchamp ma, a parlare di orecchie, questa volta sarà Le Corbusier.

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In effetti l’ipotesi che la chiesa di Ronchamp sia un grande orecchio deriva dallo stesso Le Corbusier che parla di forme acustiche: “Le forme -dice- fanno rumore e silenzio, alcune parlano e alcune ascoltano”. Da qui la tesi, avanzata qualche anno fa da Luca Ribicchini, di una puntuale corrispondenza tra la pianta della chiesa e la sezione coronale dell’orecchio. Per lo studioso, addirittura, l’altare è posizionato nel punto in cui si trova la coclea: insomma, la chiesa raccoglie i suoni del paesaggio che vanno direttamente a Dio.

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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (7)
La tesi dell’oreccchio celato dietro la pianta di Ronchamp è molto suggestiva, ma, esaminata con attenzione, fa acqua da tutte le parti. Il padiglione auricolare, per esempio, dovrebbe essere sul davanti, verso la vallata e non sul retro. E, poi, se dico che una ragazza è bella come un fiore, vado forse a cercarle i petali in testa?
No, la metafora dell’orecchio e delle forme acustiche va interpretata in altro modo.

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Per il Padiglione Philips, LC utilizza un’altra metafora: lo stomaco.
Verrebbe da sorridere pensando allo stomaco come produttore di rumori. E agli spettatori assorbiti dalla bocca ed esplulsi dall’ano di questo edificio.
Eppure l’idea acustica di Ronchamp si chiarifica. Il rumore è il metabolismo della natura visto attraverso l’immagine dello stomaco. E il metabolismo della natura è il segreto nome di Dio. Altro che la rappresentazione in pianta dell’orecchio. Il suono della vita all’opera: questa è la verità che deve captare l’orecchio. Non a caso il Padiglione è l’unico edificio in cui Corbù ammette un co-autore e questi, guarda caso, è un musicista: l’ingegnere e compositore Xenakis.

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Su wikipedia, a proposito del Padiglione Philips e di Xenakis c’è un brano molto interessante: ” La struttura del Padiglione era basata sulle stesse concezioni formali che Xenakis aveva già utilizzato nel suo brano Metastaseis, da lui composto quattro anni prima. La natura “duale” di queste opere (“Metastaseis” ed il Padiglione Philips) è un esempio della teoria meta-artistica di Xenakis, secondo la quale un’espressione artistica basata su un calcolo matematico può essere realizzata indifferentemente dal tipo di media utilizzato.” Pensateci: è l’idea del Modulor. Trovare l’espressione artistica basata sul calcolo matematico che visualizzi la recondita simmetria dell’universo. Il fatto è che questa simmetria non produce armonie, nel senso tradizionale, ma suoni terribili ai quali non siamo abituati.
E adesso, per favore, ascoltatevi questo brano.

Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (10)
Thanksgiving del 1935. Corbù si trova a Chicago all’hotel Drake. Ha trascorso la notte con una prostituta (di colore, come Joséphine?) procuratagli dal suo traduttore ufficiale. Corbù è impenitente: a New York qualche giorno prima aveva passato notti non meno intense con la Harris. Come un bambino, mette in testa il coperchio della zuppiera del breakfast. Se non si comprende questa dimensione, si capisce poco dello spazio indicibile di Le Corbusier. Che è lo spazio sonoro di Dioniso, il dio bambino, che si confonde con quello visivo di Apollo. E Dioniso non ha paura di apparire ridicolo. In fondo uno dei libri che Le Corbusier amava di più era Ubu roi di Alfred Jarry.

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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (11)

La cosa strana del Padiglione Philips è che Corbù delega il progetto architettonico a Xenakis e si butta a capofitto in quello multimediale. Dialoga direttamente con il compositore Edgar Varèse che provvede alla musica. Il Poeme electronique è una saga sulla storia e sul destino del mondo. Le immagini sono splendide, scelte una per una da Le Corbusier. Eccone quattro. Non notate niente? Proprio niente?

Adesso, se avete notato quello che ho notato io, siete pronti a vedere per intero il filmato.
https://m.youtube.com/watch?v=WQKyYmU2tPg

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Le Corbusier e le orecchie di Joséphine (fine)
Per quale motivo LC inserisce in sovraimpressione nel Poeme electronique tante forme a doppia curvatura? Non lo sapremo mai, come non sapremo mai il perchè del bidet a vista nella camera della sua abitazione che, osserviamo, ha la stessa morfologia. Forse perchè la doppia curva ha l’intensità plastica di un cerchio sottoposto a deformazione, o ricorda l’orecchio che percepisce il rumore del mondo, o semplicemente un grembo. Certo è che è una forma – come lui la chiamava- acustica di sesso – se le forme hanno un sesso- femminile. Non ne sappiamo di più ma in fondo l’arte, così come le ossessioni personali, non sempre deve essere spiegata, neanche se a produrla è stato il più teoricamente prolifico degli architetti.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

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