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Le Corbusier e l’arte dei cassetti

Luigi Prestinenza Puglisi 5 febbraio 2016 Storia Nessun commento su Le Corbusier e l’arte dei cassetti

LC e l’arte dei cassetti (premessa)
Ho trovato questa immagine inquietante, che non figura in alcun libro di storia dell’architettura contemporanea. Sapete cosa è? È l’interno di una piccola sopraelevazione che Corbù disegna per la madre nella Petit Maison sul lago di Ginevra. È il 1931, l’anno in cui Corbù comincia a costruirsi la propria casa a Parigi: quella con il letto esageratamente alto e il bidet in vista in rue Nungasser et Coli. Anche qui lo stesso accorgimento: alzare il punto di vista per poter osservare il panorama inquadrato da un nastro di finestre. In un unico blocco, a forte connotazione calvinista, sono riuniti i tre componenti che per Corbù rappresentano l’arredo contemporaneo: il tavolo, la sedia e i cassetti più o meno standardizzati. Per ammobiliare una stanza non occorre altro ma, se proprio volete, accanto ci sono i letti.

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LC e l’arte dei cassetti (1)
Nel 1912 i genitori di Corbù godono di una certa agiatezza economica e danno l’incarico al figlio di costruire una grande villa a Chaux de Fonds. Un compitino classicista gestito con grande perizia, se consideriamo che il ragazzo ha 25 anni. Gli affari vanno però male e il lavoro di decoratore e rivenditore di orologi non rende. Il padre, un uomo mite e silenzioso, si incupisce sempre di più. È costretto a vendere tutto. Per un anno va in affittoe poi decide di costruirsi una microscopica casa sul lago di Ginevra. Non più di 60 mq progettata dal figlio e realizzata tra il 1923 e il 1924. Una casa ridotta al minimo di soli 14 metri x 4 per la quale Corbù, oramai precursore dell’avanguardia, inventa una pianta innovativa e introduce, per la prima volta, una finestra a nastro: lunga 11 metri. Il padre non regge, il suo umore e il suo fisico sono compromessi. Muore nel 1926. Nella casa rimane la madre: vivrà 101 anni. Nel 1931 si appronta una piccola sopraelevazione, una stanza in più, forse per ospitare i due figli quando vengono a farle visita. È in questa occasione che probabilmente Corbù inventa il suo tavolo con sedia sopraelevato per poter guardare anche da quella stanza il lago.

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Le Corbusier e l’arte dei cassetti (2)
Osservate il letto a castello: non vi ricorda quello fuori misura della casa atelier di Parigi di un paio di anni successiva? Entrambi sono dispositivi prospettici, per osservare il panorama altrimenti precluso. Ma qui inquieta la sedia: sembra dello stesso tipo di quella usata dal padre nel suo laboratorio (?). Se la sedia su quella cassetteria l’ha messa Corbù, non è azzardato pensare che il baldacchino sia un monumento domestico alla memoria del padre: racconta una morale del lavoro e dell’austeritá che solo con il Cabanon prenderà forma in maniera più compiuta.

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LC e l’arte dei cassetti (intervallo)

Perchè Koolhaas travisa Le Corbusier? Perchè Corbù è un rigido calvinista, Koolhaas un calvinista chic. Uno ama i pantaloni robusti e lisi, l’altro i blu jeans di Prada con i buchi realizzati ad arte. Se non si capisce questo abisso, su cui faticosamente cerchiamo di riorganizzare le nostre identità, è inutile parlare di architettura oggi.

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Le Corbusier e l’arte dei cassetti (3)
Riconsideriamo per un attimo lo spazio concettuale di Le Corbusier. Da un lato vi è l’uomo, che occupa un tavolo e una sedia, cioè il luogo su cui si svolge fisicamente e idealmente la sua attività, di lavoro, conviviale o di riposo, dall’altro le cose ordinate all’interno di cassetti. Nelle sue piante difficilmente troverete altro al di fuori di questa serrata dialettica così ben espressa dal goffo monumento che realizza per la casa dei genitori sul lago di Ginevra. Ecco perchè quando vedete lo studiolo di San Girolamo di Antonello da Messina, nonostante le mille differenze, pensate a Le Corbusier: al centro l’uomo, intorno le cose. È l’arte dei cassetti. Studiatela con attenzione perchè se no, non capirete nulla di Le Corbusier, compresa la sua concezione urbanistica.

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Le Corbusier e l’arte dei cassetti (4)
Osservate attentamente la pianta. Lo spazio è libero da cose e infatti è una promenade. Solo a queste condizioni è una macchina per abitare. Detto per inciso: questa è la prima casa che Corbù ritiene una perfetta macchina per abitare. Che vuol dire: una macchina che vi lascia spazio, vi da spazio, vi mette in sintonia con lo spazio nonostante i suoi 60 metri quadrati.

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Le Corbusier e l’arte dei cassetti (5)

A questo punto anche il letto può entrare dentro i cassetti e lasciare spazio. Al Weissenhof di Stoccarda del 1927, cioè di pochi anni successivo alla realizzazione della piccola abitazione per i genitori sul Lago di Ginevra, l’esperimento è portato alle estreme conseguenze. La casa si trasforma in una cassettiera. Non sappiamo però quanto Corbù ne sia stato soddisfatto: nella sua Opera completa glissa e non pubblica le foto degli arredi. Preferisce mostrare più interni dell’altra casa, quella con la doppia altezza più tradizionale.

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LC e l’arte dei cassetti (intervallo 1)
La petit maison vera e quella ad uso degli architetti.

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LC e l’arte dei cassetti (intervallo 2)
La petit maison vera e quella ad uso degli architetti.

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LC e l’arte dei cassetti (6)
Corbù non doveva essere affatto contento degli interni della casa realizzata al Weissenof in cui i letti scomparivano dentro i mobili. Il suo silenzio sull’argomento nell’Opera completa è eloquente. Alla fine quegli enormi scatoloni fagocitavano lo spazio che avrebbero dovuto liberare. La scomposizione delle pareti ottenuta attraverso i colori non funzionava. E quanto erano brutti e tozzi quei mobili (nel catalogo dell’esposizione, Innenräume, Corbù da la colpa alla parziale esecuzione, ma la giustificazione convince sino a un certo punto, tanto è vero che non riproporrà mai più lo schema). Per fortuna nello stesso anno allo studio si affaccia una ragazzina a cui si potrà affidare il disegno dei futuri arredi. Charlotte Perriand nella sua autobiografia scrive: ” Corbù voleva cassetti, tavoli, sedie”. Sempre nella autobiografia racconta che qualche anno dopo va a Stoccarda a visitare il Weissenhof. Anche da parte sua neanche una parola dell’esperimento degli armadi letto. Racconta solo che ancora i tedeschi si ricordavano di quei porcelloni dei francesi che nell’altra delle due case avevano messo un bidet.

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Quiz
Ecco due versioni della planimetria della casa isolata di Le Corbusier a Stoccarda (rispettivamente sul catalogo dell’esposizione e sull’Opera completa di LC). Vediamo se dal confronto riuscite a trarre qualche ipotesi critica. Credo che si possano trovare almeno 3 spunti di riflessione.

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1- Dal confronto dei disegni emerge uno scontro sulla camera da letto: per LC doveva essere, insieme al bagno, non chiusa in modo da continuare lo spazio del boudoir e far passare la luce. Per i tedeschi non doveva essere così: le stanze andavano chiuse. Come si risolse lo scontro? Sto cercando delle foto. Da una del bagno apparsa sull’Opera completa in cui il muro non arriva a tutta altezza sembra che ebbe la meglio Corbù. Ma…leggete bene la didascalia… il maialismo di Parigi. Ancora LC è arrabbiato e polemico contro i tedeschi.

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2- Il secondo problema sono i casier standard. Nell’altro edificio ce ne erano a iosa ed erano fin troppo goffi. Qui non solo mancano ma è difficile metterli: guardate come è accroccata la cucina nel disegno sull’Opera completa. LC sa che questo problema qui non è risolto e vuole bleffare con il disegno.

3- Il terzo problema è che LC ci tiene a mettere in evidenza la struttura a pilastri. Se no, non si capiscono i 5 punti della nuova architettura che LC lancia proprio al Weissenhof.

LC e l’arte dei cassetti (7)
Le Corbusier è probabilmente nero dalla rabbia: ha sottovalutaro l’importanza del Weissenof non dedicandogli la dovuta attenzione, preso come era ad occuparsi del progetto per la Società delle Nazioni di Ginevra, e il sistema di armadi che si è inventato per l’occasione si è rivelato molto deludente. Ma a questo punto ha una illuminazione: ” A che servono i casiers standard?” si chiede. “A fare spazio” risponde. Ed ecco che per presentare l’edificio mette proprio lo spazio liberato e cioè il paesaggio di Stoccarda che si vede dal terrazzo. “I casiers sono più che dei mobili -ragiona- sono un dispositivo concettuale per liberare l’architettura”. Da li a poco progetterà il nastro del piano di Algeri. Una immensa magnifica, pazzesca cassettiera che solo un genio delirante e disturbato come lui poteva immaginare, per fare spazio alla natura.

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LC e l’arte dei cassetti (prima conclusione)
Ma Le Corbusier era fascista o no? La risposta è: era peggio, era un architetto di razza e avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di costruire le sue utopie: lodò Stalin, implorò Mussolini, lavorò a Vichy e soprattutto ebbe un’idea autoritaria dello spazio per rendere libero il quale l’uomo doveva scomparire.
Pensateci bene: l’idea che gli uomini con i loro spazi privati siano oggetti che in fondo creano confusione, a meno che non diventino cassetti di una cassettiera, è ancora più inquietante e totalitaria di quella che siano ingranaggi di una macchina al cui moto contribuiscono.

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LC e l’arte dei cassetti (seconda conclusione)
Nella sua autobiografia Charlotte Perriand si lamenta che Corbù, dopo aver dato importanza massima al tema dei casiers, ne avesse realizzati pochi. Non capta che il tema dei casiers in fondo ha poco a che vedere con i mobili. I cassetti servono a nascondere ciò che è inessenziale. Un modo per metterci al balcone eguardare il completamente altro da noi. Essenziale è solo la natura nel suo mistero. I casiers sono una strategia dell’occhio, solo una strategia dell’occhio. Bel paradosso per uno che è stato il principale poeta del beton brut.

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About The Author

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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