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Curzio Malaparte e la sua casa a Capri

Luigi Prestinenza Puglisi 5 febbraio 2016 Personaggi 1 commento su Curzio Malaparte e la sua casa a Capri

Per uno strano paradosso, gli architetti esaltano casa Malaparte, mentre invece dovrebbero considerarla come una vergogna, anzi la vergogna, almeno per loro. Perchè non è bella? Certo che è bella, anzi è bellissima. Il fatto è che a renderla tale è stato un cliente arrogante e impossibile, come Curzio Malaparte, che con l’aiuto del capo mastro si è sostituito all’architetto, inventando la scala rastremata che ha reso famosa l’opera. Insomma: più esaltiamo casa Malaparte più diamo ragione a quei clienti che sostengono che dopo il primo “disegnino” si deve fare a meno di quel rompiscatole dell’architetto. Tanto la casa viene benissimo lo stesso, anzi meglio.

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Quale è il segreto di Villa Malparte? Non certo i dettagli costruttivi: sciatti e a volte paesani. Sono le relazioni. E in particolare l’inversione che Malaparte riesce a realizzare capovolgendo la logica formale dell’educato ma deludente compitino schizzato da quel settentrionale polentone di Libera. Il focus del progetto non sarà più il tozzo volume edilizio ma la terrazza. La scala rastremata è lo strumento per attivare l’ inversione di priorità progettuali: sottomettere il pieno e dare valore al vuoto e cioè all’orizzonte, al vento e al mare.

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Ci sono automobili, come le decappottabili che sono promesse di felicità. Ti fanno immaginare il vento che ti accarezza i capelli. In realtà non è così (provate a andarci a velocità sostenuta o sotto il sole) ma non importa. Lo stesso è per l’architettura. Ci sono edifici che promettono la felicità di chi può abbandonare per un attimo la sua materialità. Edoardo Persico poneva il sogno di libertà all’origine dell’architettura contemporanea. È il famoso passo della conferenza Profezia dell’architettura dove attribuisce la nascita dell’ architettura moderna all’impressionismo di Wright e non al cubismo. Non mi sognerei certo di dire che la casa di Malaparte è impressionista. Ma condivide lo stesso sogno.
Se non si condivide questo sogno di felicità non si capisce granchè dell’architettura contemporanea.

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L’interno di Casa Malaparte è essenziale ma per ospitare oggetti esageratamente plastici e carichi di suggestioni. Come se lo scrittore conoscesse -è il caso di dire- a pelle che per far risaltare qualcosa devi metterla in guerra con il suo contrario. Il baroque minimalism che oggi va di moda tra coloro che non sanno rinunciare a entrambe le polarità lo ha inventato lui.

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Forse pensare a Malaparte come artista barocco è eccessivo, ma il romanziere è sicuramente attratto dal surrealismo che poi è un prodotto dell’animo barocco. E cosa c’è di più surreale di fare un giro in bicicletta proprio sulla piattaforma di un tempio?

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È una strana casa, casa Malaparte: accoglie e nello stesso tempo respinge. Da un lato pone al proprio centro il focolare domestico e si chiude tra quattro pareti come le dimore introverse della tradizione mediterranea. Dall’altro sfugge attraverso bucature che la trapassano da parte a parte e che non sono nè le vetrate di Mies né le finestre in lunghezza di Le Corbusier (lo stesso focolare domestico è una finestra ricavata con gusto virtuosistico). La sensazione, amplificata dal pavimento in pietra del soggiorno, è stare in un esterno. O in una nave. Una metafora (quasi) perfetta della nostra inquietudine, del senso surreale del mondo che è insieme interno ed esterno (ho letto in una didascalia che il disegno qui sotto riportato è di Libera, se così fosse – qualcuno può confermarlo?- sarebbe interessante approfondire questa inaspettata convergenza).

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Il fatto che Malaparte chiamava la sua villa a Capri “casa come me” ci racconta che la villa è un telescopio interiore: serviva a rappresentare l’interiorità di chi l’abitava. Molte case rappresentano in un modo o nell’altro il proprietario specie se è lo stesso progettista. Ma sono pochissime quelle dove l’ operazione è stata condotta sino all’estremo. Due tra le più significative sono di non architetti: la casa realizzata dal filosofo Wittgenstein per la sorella e dallo psicanalista Jung a Bollingen per se stesso. Vi è anche la casa a U realizzata da Toyo Ito per la sorella. Torniamo a casa Malaparte: è proprio il rapporto proiettivo che al di là di ogni documento esclude Libera. E rende poco pertinenti le osservazioni critiche su dettagli costruttivi e scelte formali che non possono più essere osservati con l’occhio dell’architetto ma del romanziere.

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Il salone di Casa Malaparte non è perfettamente simmetrico. Delle 4 finestre che si fronteggiano a due a due, una coppia non sembra rispondere a regole. Sui lati corti una porta è centrata mentre quella sulla parete opposta non lo è ( e oltrettutto non ha la stessa altezza della vicina finestra). Si fa un gran parlare, per gli ambienti, di proporzioni e di regole auree. La mia opinione è che in questa casa, come in quella della sorella di Wittgenstein, la geometria giochi un ruolo che non ha nulla a che vedere con le regole classiche o classiciste e neanche con le regole della composizione euritmica che tanto piacciono agli architetti.

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È difficile pensare a Casa Malaparte come a un luogo di delizie. A partire dalle due camere da letto, una per Malaparte, una per la “favorita”, alle quali si accede da due porte simmetricamente abbinate poste alla fine di un corridoio austero a sua volta illuminato da due corridoi simmetrici senza altra funzione che quella di portare la luce poichè terminano con una finestra ciascuno. Le due camere sono monacali, poco adatte a celebrare un’idea felice e rilassata dell’amore. La camera di Malaparte, e solo quella, si apre su uno studio ancora più claustrale. Dovunque, in questa casa, si respira uno strano odore di morte. E in fondo anche il paesaggio è trattato come una natura morta.

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Qui giace la Favorita. Non riesco a pensare a nulla di meno invitante. Malaparte mi sembra per molti aspetti l’anti d’Annunzio.

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Lo so che adesso qualcuno si scandalizzerà. Ma la domanda è: e se casa Malaparte non fosse che un lotto nell’isola dei morti, il quadro di Arnold Böcklin tanto amato da Hitler? In fondo ogni casa concepita come telescopio interiore è una meditazione sul problema che non riusciamo a rimuovere: la morte.

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Luigi Prestinenza Puglisi. E’ nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. E’ il direttore della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ) ed è il curatore della serie ItaliArchitettura ( Utet Scienze Tecniche), una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni. Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che si può scaricare gratuitamente dal sito www.presstletter.com ed ha una pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/La-storia-dellarchitettura-contemporanea-di-lpp/289706921182644. Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura, (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il recentissimo: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura. Chi non volesse spendere gli 8,90 euro che costa, lo può leggere gratuitamente on line su www.presstletter.com

1 Comment

  1. Vincenzo Ariu 5 febbraio 2016 at 19:03

    Seppure mi capita spesso di non condividere le sue riflessioni, in questo caso credo che lei abbia colto la vera natura della villa progettata da Curzio Malaparte. Basta leggere i famosi e straordinari romanzi come “la pelle” per rendersi conto della ricerca di un “sublime” distacco dalla miseria della realtà, per poi esserne parte e contemporaneamente vittima sacrificale.

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