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Ripensando Zevi: 8 spunti di riflessione

Ripensando Zevi: 8 spunti di riflessione

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Sono molte le persone di una certa levatura che cercano di lasciare un’immagine di sé stesse costruita ad uso dei posteri. Le Corbusier lasciò la sua opera completa dettata riga dopo riga e Wright arrivò a falsificare le date dei suoi disegni.
Rileggendo il libro Zevi su Zevi, si ha l’impressione che Zevi fu uno di questi. È molto difficile, soprattutto se si ha una grande ammirazione per il personaggio, saper effettuare nei suoi confronti una intelligente opera di decostruzione. D’altra parte è proprio il suo insegnamento che impone tale analisi. Un po’ come nel paradosso di Epimenide, si è costretti in un doppio vincolo: se sei zeviano non puoi essere zeviano, devi farlo fuori. A molti questo passaggio sfugge.

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Credo che la struttura critica di Zevi possa essere considerata, adoperando il termine di Lyotard, una grande narrazione. In questo senso Zevi fa parte ancora della modernità, di quelle visioni dove tutto, sia pure in una chiave tragica, trova unità. Una concezione profetica nella quale etica, estetica e visione religiosa trovano una sintesi sia pure sofferta e disturbata. La storia dell’arte è storia della libertà. E la storia dell’architettura e dell’estetica è la storia di grandi uomini, di titani della libertà. È questo il fascino straordinario della sua opera ma credo anche la sua debolezza di fronte a un mondo che si scopre incapace di visioni unitarie, opera per frammenti disarticolati di senso ed è molto più cinico ed utilitarista nel giudizio di valore.

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Zevi forza gli avvenimenti perchè è più importante il racconto del fatto. In questo senso, la sua storia è racconto non vero ma verosimile. Se si perde la centralità del narrare Zevi apparirà come uno storico minore. Tafuri, alla fine della vita, se ne accorge e riconosce il debito immenso a chi aveva avuto una visione tanto ampia. Mentre gli storici tafuriani, attenti ai fatti ma incapaci di racconto, si sono rivelati in tutta la loro miseria: del resto la grandezza di Tafuri è stata nella sua capacità di inventare, in nome della corretta filologia, un contro racconto, anche questo non (sempre) aderente ai fatti.

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Ho sempre pensato che Zevi non fosse un progettista e che si appoggiasse, nelle opere realizzate, ad altri più bravi di lui quali Radiconcini. Mi sino sempre chiesto perchè insistesse nel farsi passare come un discreto progettista che poi aveva scelto di fare altro. Forse perchè uno dei presupposti della critica operativa è la progettualità ( ed ecco forse una delle falle della critica operativa, intesa in un certo modo).

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Perchè la storia ci interessa? Perchè permette di capire il passato? Fino a un certo punto, anche perchè ogni tot anni i punti di vista cambiano: e una volta i cow boy sono buoni, un’altra cattivi. Credo piuttosto che la storia ci interessi perchè in essa proiettiamo la nostra visione del futuro. La storia è il nostro miglior libro di fantascienza. È come se costruissimo un enorme render, ambientato in uno scenario parzialmente noto, con i nostri miti, inostri ideali, i nostri sogni. Falso come una ricostruzione di Disneyland ma non per questo inutile. Crediamo che il futuro sia fatto di eroi? Ci costruiamo una storia fatta di eroi. Crediamo che il futuro sarà mosso dalle masse? Ci costruiamo una storia di popoli. Si potrebbe dire di più: leggendo la visione del passato oggi egemone nella nostra cultura, possiamo immaginare il nostro prossimo futuro. La storia è la nostra palla di vetro. Nel caso italiano, con visioni così ingessate e nostalgiche, le previsioni non sono per nulla rosee.

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Nella recente storiografia dell’architettura si sono contrapposte due visioni: una profetica che guarda al passato per costruire un futuro dandogli carattere di libertà e una pessimista che guarda al passato per costruire un futuro dandogli carattere di (tragica) ineluttabilità. Ecco la differenza tra la grande narrazione zeviana e la grande narrazione tafuriana. Poi sono arrivati i discepoli che, costruendo sull’aspetto più debole ma certamente presente nelle filosofie dei loro maestri, da un lato hanno confuso la profezia con la operatività e dall’altra l’ineluttabilità del futuro con la filologia più deprimente. Gli zeviani, se si potesse riassumere con una battuta, hanno prodotto storia senza fonti e i tafuriani fonti senza storia.

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Per Zevi è stato fondamentale trovare un nesso tra ebraismo e architettura. La sua ipotesi è che l’ebraismo, a differenza per esempio del cattolicesimo, non congela nello spazio la dimensione temporale. Si tratta però di un falso ideologico , se si pensa per esempio a Einstein che come nessun altro ha congelato il tempo ( è la famosa osservazione di Popper, sulla quale ritorno spesso, di Einstein come Parmenide a quattro dimensioni). Ma anche storico se si pensa che i grandi architetti che hanno esaltato la dimensione dinamica dello spazio sono stati spesso ferventi cattolici.
Credo che sia la più grande forzatura proposta dalla narrazione zeviana. Senza questa idea (anti) metafisica e religiosa della temporalitá avrebbero meno peso le invarianti, e la ricerca architettonica perderebbe la caratteristica di diventare la perenne lotta contro l’idolatria dello spazio.

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Tafuri sostenne che Biagio Rossetti non fosse esistito e che, con il suo libro su Rossetti e l’urbanistica a Ferrara, Zevi, invece che fare buona storia, preparava la politica urbanistica del centro sinistra. L’osservazione, anche se sacrosanta, è in parte fuorviante. Il verosimile è il prezzo inevitabile che si paga alla coerenza dei grandi racconti. In fondo ogni storico reiventa se non inventa i suoi personaggi. E gli storici, anche se infarciti di cultura ebraica, sono come i grandi predicatori cattolici: per salvarti l’anima, qualche libertà se la prendono sempre.

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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