prestinenza.it
 

Architetti d’Italia. Stefano Boeri, l’inossidabile

Architetti d’Italia. Stefano Boeri, l’inossidabile

È inutile che cerchiate di ridimensionare il ruolo e la figura di Stefano Boeri. Se ci provate, resterete delusi perché lo vedrete crescere giorno dopo giorno. Anche quando sbaglia, soprattutto quando sbaglia. Stefano Boeri, infatti, è uno dei pochi architetti italiani che sa capovolgere la sconfitta, trasformandola in vittoria.
Zygmunt Bauman parlerebbe di lui come di un architetto liquido. Infatti Boeri è anche un politico, un direttore di riviste, un professore universitario, un organizzatore di eventi, un ecologo. Non ci meraviglieremmo se un giorno diventasse deputato, ministro della cultura o direttore di un importante centro di ricerche. Assessore alla cultura del comune di Milano lo è già stato. I post sulla sua pagina Facebook, scritti in politichese, concilianti e mielosi, fanno pensare che prima o poi ci riproverà.Architetto liquido, però, fino a un certo punto: in realtà Boeri cerca di ripercorrere, aggiornandola, una solida strada, ben battuta dalla tradizione; occupando una molteplicità di ruoli in modo da godere dei benefici che uno può apportare all’altro. Lo hanno preceduto personaggi quali Ernesto Nathan RogersVittorio GregottiPaolo Portoghesi: essere un operoso professionista, fare il critico gestendo una rivista o una istituzione importante, insegnare all’università, schierarsi nello scontro politico, possibilmente con un partito d’opposizione o, comunque, di sinistra.

DIFFICOLTÀ E RIPARTENZE

Ma, mentre i suoi predecessori hanno saputo giocare con accortezza, Stefano Boeri sembra essere in difficoltà. Da politico è stato sfiduciato dal sindaco Giuliano Pisapia che lo vedeva come un antagonista; Matteo Renzi, per il quale Boeri si è speso, non lo ha accolto proprio a braccia aperte; a Mendrisio, dove aveva insegnato, non gli hanno rinnovato l’incarico; come direttore di Domus e di Abitare ha conseguito risultati poco brillanti per non dire disastrosi, anche se non solo per colpa sua, poiché la crisi delle riviste è un dato di fatto, a prescindere dai direttori; vi è stato lo scandalo della Maddalena con i lavori del G8 dal quale è uscito con la fedina penale pulita ma con l’immagine a pezzi; infine, il complesso rapporto con MarcoCasamonti con il quale Boeri aveva attivato una alleanza culturale, fatta di reciproci riconoscimenti, naufragata in seguito alle vicende giudiziarie di quest’ultimo.
Come architetto, Boeri è bravo. Ha realizzato buone opere che però non vanno oltre la maniera. Con un occhio alla ricerca d’avanguardia, ricordano lavori fatti da altri. L’edificio della Maddalena, una bella struttura di cui l’Italia si sarebbe potuta vantare con i partner del G8, poteva essere firmato da OMA e il brise soleil rimanda a Herzog & de Meuron. L’edificio di Marsiglia rielabora intuizioni formali dell’Institute of Contemporary Art a Boston di Diller Scofidio + Renfro.
Quando ero ragazzo, c’era un gadget della Galbani, un pupazzo che stava sempre in piedi. Grazie all’artificio di una base riempita di acqua e della parte alta riempita d’aria, il pupazzo potevi spingerlo a terra e si rialzava sempre. La pubblicità lo dava come sempre_in_piedi.
Anche Stefano Boeri lo è. Credo che sia dovuto ad almeno cinque ragioni.

Il progetto di Boeri per l’ex Borsa di Shanghai (courtesy Stefano Boeri Architetti)

LE RAGIONI DEL SUCCESSO

La prima è che fa parte dell’élite italiana degli intellettuali radical chic, quella che sbaglia sempre ma cambia per tempo e lascia alle spalle i propri errori, senza però mai rinnegarli (allora era giusto fare così). Anche lui è stato extraparlamentare e adesso renziano, anche lui – come Massimo Cacciari – ha cinguettato con Marx, Lenin e Ho Chi Minh e ha suggerito di votare sì al referendum di Renzi, anzi di votare “assolutamente sì”.
La seconda è nel potere compensatorio dei molteplici ruoli; se ne va male uno, per esempio il politico, gli altri, per esempio il professionista o il professore, sopperiscono. Un po’ come i compartimenti stagni di una nave, che permettono il galleggiamento anche in presenza di falle.
La terza è l’estrema abilità e intelligenza con la quale Boeri si muove passando da posizioni conservatrici a posizioni di avanguardia. Dialoga con Vittorio Gregotti, con Adriano Celentano e con Rem Koolhaas. Ragiona del lascito della Tendenza e, allo stesso tempo, promuove i più impegnati nel campo della ricerca architettonica, senza peraltro dimenticare lo star system. Alle sue feste dell’architettura si alternano progettisti che hanno al loro attivo speculazioni di centinaia di migliaia di metri cubi; collettivi che valorosamente e senza risorse combattono la cementificazione; intellettuali di buona famiglia seguaci di Toni Negri e di Mario Tronti; ed è presente Cino Zucchi che, insieme allo stesso Boeri, promuove gite in vespa alla scoperta di Milano ricordando Nanni Moretti. Nell’ultimo suo libro, La città scritta, che è la pubblicazione della tesi di dottorato, Boeri parla del ruolo importante che hanno avuto nella sua formazione gli scritti di Carlo Aymonino, Vittorio Gregotti, Aldo RossiBernardo SecchiGiancarlo De Carlo: non si potevano citare personaggi più diversi, quasi a sancire un eclettismo insieme colto e indifferente.
La quarta ragione è nell’appoggio della stampa, dal Sole 24 Ore al Corriere della Sera. Qualsiasi iniziativa che Boeri attivi riceve l’onore della cronaca.
La quinta ragione è nell’intuito mediatico del personaggio: pochi hanno saputo parlare di estetica della sconfitta affrontando le proprie vicissitudini in uno spazio offertogli da Koolhaas alla Biennale di Venezia e pochi sono talmente bravi, astuti e intelligenti da invitare a discutere i propri avversari non appena lo critichino.
Forse proprio per questa sua posizione attenta al nuovo e al nuovissimo, ma prudentemente alleata con il vecchio, anche il più stantio, Boeri ha solidi meriti culturali. È lui la cinghia di trasmissione tra le ricerche innovative che vengono dall’Europa e l’accademia che riesce sempre a coinvolgere e a lambire. Nota Gaetano Di Gesu“La principale opera di Boeri è il lavoro di selezione su quello che è ritenuto urgente nella cultura in generale e nello specifico dell’architettura e della fenomenologia della città in particolare…”. Boeri, infatti, è stato tra i primi a parlare della metropoli diffusa, della città generica e delle ricerche di Koolhaas sulla nuova (non)forma urbana.
Grazie a questa capacità di evidenziare temi, e su questi tessere alleanze, Boeri ha un grande fascino sui giovani più spregiudicati e aggiornati, spesso i più intelligenti. Da qui il ruolo di talent scout. Alla sua scuola si è formato, per esempio, Joseph Grima, per molti anni (direi fino a che non lo è più potuto essere per limiti di età) l’enfant prodige della critica e della pubblicistica italiana; Joseph è stato, infatti, uno dei più giovani direttori di Domus.

Nanjing Vertical Forest – courtesy SBA – Stefano Boeri Architetti

IL TRIONFO DEL BOSCO VERTICALE

Ma la ragione del successo planetario di Boeri è e sarà il Bosco Verticale. Non si tratta di un’idea nuova perché ci sono decine di precedenti, per esempio di Emilio Ambasz o di James Wines. E, progettisti più giovani, quali Édouard François e François Roche, da più tempo di Boeri, e con maggiore raffinatezza formale, lavorano sul tema del verde negli edifici.
Inoltre non mancano i punti deboli del progetto: è caro e difficile da mantenere, sovietizza il lusso con una gestione centralizzata, impedendo ai condomini di curarsi personalmente del loro verde; contribuisce alla gentrificazione dell’area in cambio di un po’ di greenwashing.
Ma, così dicendo, sfuggirebbe la novità del Bosco Verticale: il fatto che è diventato un simbolo, un trade mark, e che è penetrato nella coscienza collettiva.
Nell’architettura non vincono necessariamente i più talentuosi o gli antesignani ma i più convincenti, spesso i semplificatori che, con straordinaria bravura – perché ci vuole bravura –e un pizzico di fortuna, sintetizzano la complessità di un concetto nella felicità di uno slogan.
Bisogna riconoscere che un prodotto così appetibile erano decenni che gli architetti italiani non lo sapevano più confezionare. Il Bosco Verticale, con la perentorietà di una icona penetrata immediatamente nell’immaginario collettivo, promette infatti la coesistenza dello sviluppo in verticale con il mantenimento di un equilibrio ecologico. E, nei Paesi in forte sviluppo economico, quali la Cina, devastati dallo smog e dalla polluzione atmosferica, il Bosco Verticale appare come una delle poche soluzioni possibili da praticare e sperimentare. Ma anche a Milano, dove smog ce ne è di meno, è diventato una presenza amica e rassicurante. Un luogo rispetto al quale orientarsi e dove darsi gli appuntamenti. Abbiamo bisogno di verde e di civiltà e il Bosco verticale ce li offre entrambi.
Ancora la tecnologia non è pronta. Ma, anche quando, quasi cento anni fa, il Movimento Moderno prendeva piede, la tecnologia non lo era per le invenzioni di allora. Le prime grandi vetrate, per esempio, erano disastrose dal punto di vista delle rese termiche e acustiche. Ma, poi, si è capito come realizzarle e oggi si possono produrre vetri perfettamente isolanti e a tenuta.
È, similmente, prevedibile che al centesimo Bosco Verticale – e già ne hanno ordinati decine – i costi di mantenimento saranno dimezzati e le prestazioni triplicate. E Stefano Boeri, nel frattempo diventato Ministro dell’ecologia, del prossimo governo colorato politicamente non si sa come, scriverà una autobiografia in cui ci mostrerà la coerenza di tutto il suo complesso e (im)prevedibile zigzagare tra Koolhaas, Gregotti e Celentano. Suggerisco il titolo, rubandolo da Moravia: Gli (in)differenti.

Luigi Prestinenza Puglisi
Articolo pubblicato su Artribune il 28 febbraio 2017

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

Leave A Response