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Architetti d’Italia. Cino Zucchi, l’eclettico

Architetti d’Italia. Cino Zucchi, l’eclettico

Per dovere di correttezza, inizio questo pezzo su Cino Zucchi con un errata corrige. Nel secondo articolo della serie, dedicato a Fuksas, la pecora nera, avevo affermato che Zucchi aveva evitato di inserire Massimiliano Fuksas nella mostra di cui era curatore al Padiglione Italiano della Biennale di Venezia del 2014.
Zucchi, che è persona attenta, prontamente mi ha scritto che Fuksas era stato da lui invitato, ma si era rifiutato di partecipare. E alla mia maliziosa illazione che a volte certi inviti si fanno per vederseli rifiutati, ha obiettato che non è stato così perché apprezza la gran parte delle opere dell’architetto romano.
La risposta mi ha fatto riflettere. Non tanto perché sia riuscita a confutare l’ipotesi che l’accademia, demonizzando Fuksas, ritrovi una coesione che non riuscirebbe mai a trovare attraverso un’idea condivisa di architettura. Ma perché ci racconta di un Cino Zucchi, meno accademico e più inclusivista di quello che pensassi, che, senza inibizioni di sorta, avrebbe accostato Fuksas a personaggi così diversi quali, per esempio, Adolfo NataliniRenzo PianoMassimo CarmassiRenato RizziElasticospaItalo RotaRoberto Collovà.

ROMPERE LE RIGHE

Avrei dovuto pensarci prima. Nello stesso padiglione della Biennale si fronteggiavano due gigantografie: un’opera di Giuseppe Terragni, l’altra di Piero Portaluppi. Un messaggio semplice e perentorio: tutto va.
Trent’anni fa un accostamento simile avrebbe determinato una polemica interminabile. Vi immaginate le reazioni di Leonardo BenevoloBruno Zevi o Manfredo Tafuri? Avrebbero sparato a mitraglia.
Everything goes”, avrebbe detto Paul Feyerabend. Ma con la differenza che, mentre l’illimitata libertà preconizzata dal filosofo austriaco avrebbe dovuto rendere più stretti e avveduti i nostri filtri di valutazione critica, quella raccontata da Cino Zucchi ci invita a un rompete le righe disimpegnato e inquietante. A guidarci è oramai solo il gusto, quel piacere che si rallegra, senza porsi troppe domande, se una volta un’opera è melodicamente tradizionalista e un’altra asciuttamente razionalista, o se, magari, è allo stesso tempo entrambe.


I Fili d’Erba di Cino Zucchi per l’azienda Pedrali in provincia di Bergamo – foto Filippo Romano

BOERI-CASAMONTI-ZUCCHI

È la medesima ricetta portata avanti da Stefano Boeri e da Marco Casamonti.  La stessa che Franco Purini aveva cercato di somministrarci, senza riuscirci, anche perché lui stesso non ne era intimamente convinto. Si chiama eclettismo. E ha avuto, se vogliamo essere giusti, un merito storico: traghettare la ricerca italiana oltre il manierismo, oramai inconcludente e asfittico, che proveniva dagli Anni Sessanta e Settanta (ed ecco perché Purini non poteva esserne troppo convinto).
Della grande triade eclettica, Boeri, Casamonti, Zucchi, l’ultimo è il più autorevole, anche perché il più coerente (Boeri ha qualche inclinazione per il manierismo alla Koolhaas e Casamonti ha meno ansie sperimentali). Tolto l’episodio infausto della curatela del Padiglione italiano, inoltre, Zucchi non si è mai compromesso culturalmente, né ha avuto scivoloni rovinosi sul versante professionale come quelli accaduti alla Maddalena dove erano impegnati Boeri e Casamonti. Dei tre, infine, è, formalmente, il più dotato: per questo motivo, una posizione sostenuta da lui ha grande peso.

ECLETTISMO E VARIETAS

In cosa consiste l’eclettismo di Zucchi? Nel riuscire a coniugare in un’unica opera tensioni contrapposte. La casa che per prima ci accoglie alla Giudecca, per esempio, si integra nel difficile contesto veneziano e, allo stesso tempo, ha una immagine vivacemente contemporanea grazie alla libertà della composizione delle bucature e alle grandi cornici che la disegnano come un’opera astratta. Pazienza se le cornici sono un richiamo alla tradizione e la negazione della tradizione stessa.
Come per tutti i miracoli, vi è un prezzo da pagare: quando i segni sono sottratti all’ideologia, non ha più senso rivendicare un’unica cifra linguistica. E anche i fili conduttori, che legano opere diverse della stessa mano, diventano labili. Sino al limite di lasciare spazio alla realizzazione – come avviene alla Giudecca stessa – di edifici ciascuno diverso dall’altro, come se fossero disegnati da progettisti in concorrenza tra loro.
L’imperativo di Cino Zucchi è la varietas. Cioè la fine di qualunque costrizione o dogma in nome della libertà. Si dirà: la stessa operazione la fa Renzo Piano, con una produzione di oggetti non riconducibili a un’unica linea formale. Ma vi è una sostanziale differenza. Per Renzo Piano l’invenzione di una forma corrisponde alla messa a punto di una tecnologia edilizia o, comunque, di una riorganizzazione della macchina costruttiva. Per Zucchi è una pura rivendicazione di libertà in quanto possibilità di variare. La differenza è tra chi, per rispondere a nuovi bisogni, disegna ogni volta una sedia diversa e la mette in produzione, realizzando nel corso della sua vita oggetti di cui è difficile registrare una parentela, se non a livello di metodo, e chi decide di arredare lo stesso tavolo con sei sedie di disegno e colore diverso. Insomma: pura vertigine dell’immagine. Ed è in questa facilità che sta gran parte del suo successo e del suo fascino. Ecco perché Zucchi è un inventore di trame. Se non fossero varie, il pubblico si annoierebbe; se non fossero riconducibili a un brand, l’operazione sarebbe fallimentare.
È nell’alternarsi di novità e consuetudine che si gioca la scommessa progettuale. Una lezione apparentemente semplice da riprodurre e copiare, in realtà molto complessa. Come sanno, nel campo della moda, coloro che cercano di imitare i Fendi, i Gucci, gli Armani.

Cino Zucchi Architetti, Centro Direzionale Lavazza, Torino © CZA

PAROLA D’ORDINE SUPERFICIALITÀ

Chi l’ha detto che la superficialità sia superficiale? Andy WarholJeff Koons e tanti altri grandi artisti, pur essendolo – ci si consenta il gioco di parole – in superficie, alla resa dei conti non lo sono affatto (Giulio Carlo Argan, accusando gli iperrealisti di superficialità, prese una delle sue più grosse cantonate da critico). Ma quando è che la trasmutazione avviene? Quando il testo lascia emergere un meta-testo. Quando la superficialità diventa una abbagliante metafora del mondo e quindi perde il suo carattere irriflessivo per trasformarsi in uno specchio attraverso cui meglio capire la realtà. Alessandro Baricco è superficiale, Fabio Volo è superficiale, ma la qualità dello specchio è diversa. Uno, sia pure a chiazze, riflette, l’altro meno. A questo punto la domanda è: a quale delle due categorie appartiene l’opera di Zucchi?
Sarebbe ingeneroso accusare Zucchi di limitarsi a disegnare i prospetti. Basta vedere i suoi progetti urbani per capire che spesso vi è un felice lavoro sui volumi e sull’organizzazione degli spazi pubblici. La strategia non è cucire semplici vestiti, ma intervenire là dove è lasciato spazio alla creatività e non si possa generare problema con committenti e costruttori.

LA FINE DI UN RUOLO?

La sua è però sempre una strategia ultra-realista. In Italia, dove la qualità richiesta è minima e i sistemi costruttivi rudimentali, vuol dire tenere l’asticella bassa, spesso limitandosi a bucherellare i prospetti in un gioco stucchevole come la musichetta di un jingle. All’estero o con qualche cliente privato illuminato è possibile osare di più.
Fine, quindi, di un ruolo per l’architetto. Quello di intellettuale disorganico: velleitario, sognatore, frustrato, utopista e soprattutto costruttore di linguaggio.
L’imperativo sembra invece essere mettere il carro dove vuole il padrone. E piacere. Strategia efficace e professionalmente vincente anche se, guardando alla nostra migliore architettura, ciò avrebbe voluto dire non avere oggi i capolavori dei Carlo Scarpa, dei Leonardo Ricci, dei Giovanni Michelucci, dei Luigi Pellegrin, dei Maurizio Sacripanti.
Perché Giuseppe Terragni non è Piero Portaluppi ed è proprio lungo questa sottile ma, alla fine, incolmabile differenza che si misura la nostra civiltà architettonica.

Luigi Prestinenza Puglisi
Articolo pubblicato su Artribune il 28 marzo 2017

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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