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Architetti d’Italia. Marco Casamonti, l’inaffondabile

Architetti d’Italia. Marco Casamonti, l’inaffondabile

Chissà perché, mentre pensavo a cosa scrivere in questa quarta puntata sugli architetti italiani, dedicata a Marco Casamonti, mi venivano in mente le parole di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.
Premetto che non voglio vendervi Casamonti come uno sciacalletto né tantomeno come una iena. Ma, se volessimo utilizzare questa citazione per dire che c’è stata nell’architettura italiana una progressiva perdita di autorità che ci ha portati da personaggi che godevano di un’aura indiscussa ad altri che, invece, non possiamo non vedere nel loro aspetto umano, troppo umano, beh, credo proprio che questo sia successo.
Chi erano i Gattopardi e chi i Leoni? Ci viene da rispondere: PiacentiniPontiRogers. E poi Gregotti e Portoghesi. Solo dopo questi grandi personaggi sono venuti Boeri e Casamonti.
Pur diversi, erano tutti accomunati dall’aver capito che, in un Paese nel quale l’architettura ha un valore trascurabile, si può contare a condizione di avere sulla testa tanti cappelli. Sono stati professionisti ma anche professori d’università. Impegnati nelle vicende politiche: chi a tappetino, chi a cuscinetto, chi con quella distanza critica che non esclude la ricerca dell’incarico professionale. Tutti sono stati direttori di importanti riviste. La critica operativa, in effetti, la hanno inventata loro, non certo Bruno Zevi. Controllando la pubblicistica di settore, con pressione diretta e indiretta, hanno orientato i giudizi di valore, affidando la propria immagine alla voce critica che più gli è apparsa benevola: la loro. Ed è a causa di questa tragica confusione se in Italia progettisti di grande valore sono appena conosciuti mentre altri, legati alle famiglie delle riviste, godono di una fama immeritata.
Insomma, anche i Leoni non sono stati così leoni e neanche i Gattopardi. Tuttavia, nessuno di loro ha mai visto messo seriamente in discussione il suo status di mostro sacro. Neanche Piacentini per il suo legame con Mussolini e Portoghesi per quello con Craxi.  Forse perché i Leoni e i Gattopardi di ieri, a differenza di Boeri e Casamonti, non dovevano fare i conti con i social di oggi.

Archea Associati, Mercato San Lorenzo, Firenze 2014

UN COSTRUTTORE DI NETWORK

Marco Casamonti una rivista l’ha letteralmente inventata: Area. Boeri con Domus e Abitarenon credo abbia reso felici i propri editori. Casamonti, per lungo tempo, la propria rivista la ha fatta crescere numero dopo numero. Ha puntato su fascicoli monografici, gli unici che riescono a contrastare il dominio di Internet, su una grafica curata con belle immagini e sull’assenza di complicazioni culturali. Si può – ci ha insegnato – parlare di architettura anche senza troppe riflessioni.
È la formula Casamonti: chi compra la rivista, la compra per essere informato, intrattenuto con quanto di meglio si produce, non certo per essere indottrinato. Qualcuno ha notato che Casamonti è il Berlusconi dell’architettura italiana. Come tutti i paragoni è insieme illuminante e fuorviante, ma c’è abbastanza su cui riflettere.
Grande comunicatore e dotato di una simpatia innata, Casamonti è stato uno straordinario costruttore di network e Area e le altre riviste, che ha instancabilmente fondato, hanno funzionato da catalizzatori.
È stato, infatti, a partire dalla metà degli Anni Novanta, il capofila di un vasto raggruppamento della generazione dei quarantenni e cinquantenni sbucata sulla ribalta nazionale. E non penso solo all’associazione Aida di cui è stato una delle anime, ma anche a un costume casamontiano che si è diffuso in molte regioni.
Ha vissuto da protagonista il terremoto culturale degli Anni Novanta: quando una vecchia classe di residuati bellici era stata messa in minoranza e una nuova generazione di architetti stava per prendere il sopravvento. Da personaggio geniale quale è, ha intuito che presto le tensioni più innovative si sarebbero esaurite e che a guadagnare sarebbe stato non tanto chi si schierava su un versante o sull’altro, ma chi sapeva giocare su entrambi. E che nella contemporaneità si vince più per empatia, comunicando passione, che per intelligenza, spaccando in due il capello con astruse teorie.

LUCI E OMBRE

E, così, con empatia ha cavalcato il rinnovamento e, insieme, la tradizione e i valori più spendibili dell’accademia. Da qui il recupero di personaggi che giacevano per varie ragioni nel dimenticatoio: per esempio Paolo Portoghesi, messo da parte per i suoi passati postmoderni e le sue simpatie per il disciolto PSI.
Inutile dire che è stato promosso professore ordinario giovanissimo, pur senza avere padri, madri, zii e nonni in accademia.
È in nome di una generica ma totalizzante qualità che Casamonti costruisce, anche grazie all’ausilio di un eccellente studio che gli sta dietro, i propri progetti. Che una volta si rifanno ad Álvaro Siza, una volta alle avanguardie degli Anni Settanta, una volta alla neo-ecologia, un’altra alle città di pietra. Tutte opere che ci raccontano del sorgere di un nuovo, raffinato eclettismo, caratterizzato da riferimenti scelti con gusto e cura.
Personaggio brillante e lavoratore infaticabile, Casamonti ha girato per l’Italia, l’Europa e il mondo come una trottola. Ha promosso premi, ha messo insieme energie, ha tessuto alleanze. Passa ore al telefono anche per blandire coloro che lo criticano. Sa conquistare clienti e sponsor perché parla un linguaggio schietto e prammatico che riescono a comprendere. In questo senso non è né un radical chic con tendenze populiste e pauperiste alla Boeri, né un cultore della superficialità colta e snob alla Cino Zucchi.
Poi per Casamonti – troppo chiacchierone, un po’ smargiasso, ingenuamente scoperto – sono venute le vicende giudiziarie. Sulle quali non mi voglio attardare. Colpevole o innocente? Non lo so. Se è colpevole è giusto che venga condannato, se innocente riabilitato. In ogni caso una colpa, e grave, ha ai miei occhi di critico e non ha niente a che vedere con l’ottenimento e la gestione degli appalti: aver contribuito ad avvelenare il pozzo della cultura, rendendola un accessorio strumentale e, per questa ragione, trascurabile.

Archea Associati, Cantina Antinori, San Casciano Val di Pesa 2004-13

LA CANTINA ANTINORI

Nella puntata precedente parlavamo di Boeri l’inossidabile rispetto alle proprie sconfitte. In questa per Casamonti dobbiamo fare considerazioni simili, se non doppiamente stupite e sorprese perché la galera non è un’esperienza che passa liscia come l’acqua. I discendenti dei Leoni e dei Gattopardi hanno energie indomite. Sanno risorgere come l’araba fenice.
E se Boeri, che vicende giudiziarie non ne ha subite, inventa il Bosco verticale, l’ex amico Casamonti risponde con la cantina Antinori. Contro l’ecologia, il paesaggio. Quasi un capolavoro. Si trattava di un tema difficile, da far tremare i polsi. Inserire nel contesto toscano quasi trecentomila metri cubi, migliorando l’ambiente invece che compromettendolo, era opera da pochi. Segno che la buona architettura non necessariamente deriva da ragionamenti teorici complessi né da brillanti elucubrazioni. Passeranno anni prima che in Italia si riesca a realizzare un’opera tanto importante.
Intanto Casamonti, doppiamente inaffondabile, pare avere imparato la lezione. Continua a muoversi come una trottola per il mondo, appare di meno, evita di costruire raggruppamenti di cui è il leader ma che al momento giusto gli volteranno le spalle, frequenta i mercati esteri dove ci sono commesse più sicure. Una cosa è certa: di lui sentirete presto riparlare. Avrebbe detto Indro Montanelli: arrieccolo.

Luigi Prestinenza Puglisi
Articolo pubblicato su Artribune il 14 marzo 2017

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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