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Architetti d’Italia. Benedetta Tagliabue, l’indipendente

Architetti d’Italia. Benedetta Tagliabue, l’indipendente

Alla domanda su chi sia oggi il migliore architetto italiano, la risposta sarebbe immediata: Renzo Piano. E anche chi volesse rispondere in modo diverso, indicando Massimiliano FuksasGuido Canali o un altro, si sentirebbe in dovere di giustificare perché non abbia indicato proprio Piano.
E il miglior architetto donna? La risposta è più difficile. Probabilmente l’interlocutore proverebbe a fare qualche nome: forse Maria Giuseppina Cannizzo, forse Patricia VielGuendalina Salimei o Claudia ClementeMaria Alessandra Segantini o Teresa Sapey. Pochi risponderebbero Benedetta Tagliabue. Eppure, di tutte le progettiste italiane attive sul mercato internazionale, è lei che ha realizzato le opere più impegnative e più celebrate.
Credo che ci siano almeno tre ragioni che giustifichino l’amnesia.
La prima è di carattere generale: si conosce poco l’altra metà della professione, nonostante negli ultimi tempi ci siano state alcune iniziative per promuoverla. Provate a elencare più di 15 progettiste: anche un addetto ai lavori fa fatica.
La seconda ragione è che Benedetta Tagliabue ha lasciato l’Italia, si è stabilita a Barcellona e non ha seguito il cliché messo a punto da altri architetti, quali Piano e Fuksas, i quali si sono fatti conoscere all’estero ma poi, pur mantenendo lo studio fuori Italia, sono tornati. Nessuno è profeta in patria, ma se si vuole essere riconosciuti, dopo aver guadagnato oltralpe le mostrine, in un modo o nell’altro si deve pur rincasare.
La terza ragione è che la Tagliabue è legata al nome di Enric Miralles, il genio dell’architettura spagnola scomparso il 3 luglio del 2000.
Non è un caso inconsueto: spesso le donne patiscono un rapporto asimmetrico con un socio.  Solo Zaha Hadid, che io sappia, ha capovolto i ruoli per inventarsi un partner valletto, pur lasciandogli margini di autonomia teorica e di gestione dello studio; tanto alla fine nessuno avrebbe mai creduto che il fascino delle architetture di lei sarebbe mai potuto dipendere dalle elucubrazioni di lui.

Enric Miralles & Carme Pinós, Cimitero di Igualada, 1985-1996

CARRIERE EROICHE

Ci sono donne che rimangono succubi di un partner per sempre e altre che, pur subendolo all’inizio, sono riuscite a uscire dal cono d’ombra maschile. Per esempio Amanda Levete e Francine Houben.
Ve ne sono, però, due che hanno condotto un’impresa ancora più eroica. Sono Odile Decq e, appunto, Benedetta Tagliabue. Entrambe sono riuscite a custodire la memoria rispettivamente di Benoît Cornet e di Enric Miralles, prematuramente e tragicamente scomparsi, senza che questa le soffocasse come una cappa vedovile. Ne hanno portato a compimento l’opera interrotta e nello stesso tempo hanno operato in proprio, superando un ambiente scettico, se non ostile nei loro confronti.
Il caso della Tagliabue è stato forse più difficile di quello della Decq. Seconda partner di Miralles, ha preso il posto di Carme Pinós, un architetto di non comune fascino e di forte tempra creativa. Tanto che non pochi critici sostengono che le prime opere della coppia Miralles Pinós, come il cimitero di Igualada, dipendano dal tocco e dallo spirito creativo di entrambi.
La ventiseienne Tagliabue, neolaureata allo IUAV, li conosce scrivendo nel 1989 un articolo intervista per l’Architettura Cronache e Storia, proprio sul cimitero. Frequenta successivamente Miralles negli Stati Uniti, dove è impegnato a insegnare. La collaborazione professionale comincia nel 1991, l’anno in cui si rompe la partnership tra la Pinós e Miralles. Nel 1994 lo studio prende il nome Miralles Tagliabue.
È appena il caso di notare che in storie del genere è molto difficile separare le vicende personali da quelle professionali. E difatti in Spagna si è subito formato un partito pro Pinós che ha sostenuto la scarsa rilevanza della Tagliabue nei successivi progetti dello studio.
Ipotesi che però è contraddetta dal mutamento stilistico di Miralles, il quale proprio negli anni della partnership con la Tagliabue abbandona il duro decostruttivismo delle prime prove, segnate da acciaio e spigoli acuti, per abbracciare forme più accoglienti e, soprattutto, una nuova sensibilità per il colore e per i materiali. Basti per tutti quel capolavoro del mercato di Santa Caterina, realizzato tra il 1997 e il 2004, per capire che lo studio Miralles Tagliabue stava andando, e non solo per merito di lui, verso un’altra direzione.
Miralles muore a 45 anni. Proprio nel momento in cui cominciano a concretizzarsi i lavori più importanti, quali il Parlamento scozzese e la sede per il Grupo Gas Natural a Barcellona.
La Tagliabue, con straordinaria abilità, è riuscita a chiuderli, senza tradirli, come tante volte invece accade con le opere postume. Nello stesso tempo, ha affrontato nuovi progetti, mostrando tempra di grande architetto. Il Padiglione spagnolo all’expo di Shangai, per esempio, è una struttura in acciaio ricoperto da ceste di vimini intrecciate a mano che riesce a far coesistere due stereotipi opposti della contemporaneità: le forme bloboidali e il recupero della dimensione artigianale, l’high tech e il soft tech.

Miralles Tagliabue EMBT, HQ Grupo Gas Natural, Barcellona, 2006

UN METODO EMPIRICO

Osservata dal punto di vista del latinorum della riflessione disciplinare, Benedetta Tagliabue è una delusione. In nessuna conferenza ha mai cercato di contrabbandare attraverso l’ideologia o la teoria le proprie scelte. Preferisce parlare di attenzione al cliente e allo spazio pubblico. Il suo metodo di progettazione è empirico: con le informazioni ottenute dall’analisi del luogo e della sua storia costruisce collage che producono spunti e generano suggestioni, attivando catene metaforiche.
E difatti lei è l’anti Eisenman per quanto riguarda la teoria. L’anti Sejima per il minimalismo. E, se volete, l’anti Koolhaas per l’intellettualismo.
È questo, forse, il quarto motivo della difficoltà della Tagliabue nell’essere riconosciuta per il suo valore. In un territorio disciplinare dove il corpo è bandito, lo spazio empatico, colorato e materico non può che destare sospetto. Eppure è proprio la riscoperta del corpo e delle sue ragioni uno dei possibili sbocchi positivi della stagione eclettica contemporanea. Dove tutto è possibile ma non necessariamente auspicabile. E proprio per questo è opportuno che le nostre scelte siano filtrate da un umanesimo pragmatico e sperimentale, radicato nella storia ma non nostalgico, ecologico ma non anoressico e moralista. In cui lo spazio, concepito come un tessuto di relazioni, si viva anche con le mani.
Sarà il tempo che le darà ragione. Tra dieci anni, vedrete che, alla domanda su chi sia il miglior architetto donna italiano, avrete meno dubbi.

Luigi Prestinenza Puglisi
Articolo pubblicato su Artribune il 9 maggio 2017

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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