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HyperArchitettura – introduzione

Luigi Prestinenza Puglisi 29 settembre 2017 Libri di lpp Nessun commento su HyperArchitettura – introduzione

A volte ci si vuole auto convincere che ci siano libri che raccontino per intero la propria vita. Per me è stato HyperArchitettura. E forse proprio per questo, nonostante sia andato bene con le vendite e le traduzioni (c’è anche il mistero di una traduzione fantasma in cinese), penso che sia stato il mio lavoro meno capito. Un libro degli equivoci, dei felici equivoci a partire dal titolo, HyperArchitettura: ci tornerò tra poco. E adesso che sono passati venti anni da quando Antonino Saggio mi telefonò per propormi di scrivere il testo, potrebbe essere interessante raccontarne trama e retroscena.

La telefonata venne nel 1997 o, forse, nei primi del 1998. Si trattava di scrivere un testo per la sezione monografica dedicata alla “Rivoluzione informatica”, curata dallo stesso Saggio all’interno della Universale di Architettura diretta da Zevi. Non so perché Saggio si rivolse a me. In quel momento eravamo molto amici ma io non mi ero occupato, se non lateralmente, dell’argomento. Forse perché si trattava del primo numero della sezione e serviva qualcuno che rompesse il ghiaccio. E io ero veloce e puntuale.

Anche  se  non mi ero mai occupato di cultura digitale approfonditamente, in quel momento la rivoluzione informatica era all’ordine del giorno. In architettura e nella riflessione filosofica e critica. Ci si chiedeva come il computer avrebbe cambiato il nostro modo di vedere e sentire il mondo, del passaggio dalla cultura del testo a quella dell’hypertesto e di alcune profezie di Marshall McLuhan anticipate negli anni Sessanta e Settanta, per esempio il passaggio dal visivo al tattile o la centralità del medium – il medium è il messaggio – che a distanza di tempo si rivelavano profetiche.

Mi misi a studiare tutto quello che di interessante mi capitava tra le mani, compresi gli scritti appena usciti del sibillino Derrick de Kerckhove, uno dei più intelligenti interpreti del pensiero del non meno oscuro McLuhan. Ma, non ne venivo a capo. Non riuscivo a trovare il bandolo della matassa. Da un lato c‘erano i filosofi, dall’altro gli artisti e dall’altro ancora architetti che del digitale sembravano i precursori, come Peter Eisenman, oppure i cantori, come il gruppo olandese Nox. E, poi, c’erano personaggi del primo Novecento che sembravano averlo intuito, come Ludwig Wittgenstein che aveva realizzato la casa per la sorella utilizzando un metodo che faceva pensare alla logica analitica o lo psicanalista Carl Gustav Jung il quale aveva pensato una casa per sé stesso a Bollingen, immaginandola come un telescopio interiore, con metafore poi utilizzate dagli architetti della nascente rivoluzione digitale.

Era stata mia moglie Antonella ad intuire che la ricerca doveva partire da Marcel Duchamp e passare per il Centro Pompidou. Organizzammo un viaggio per andare a vedere a Philadelphia “Étant donnés” di Duchamp e al MoMa di New York i suoi “3 Standard Stoppages”. Aveva ragione: era là la chiave del libro che dovevo scrivere. La prima perché proiettava nelle tre dimensioni dello spazio le quattro del “Grande vetro” (anche se in realtà il “Grande vetro” di dimensioni ne aveva solo due e “Étant donnès” era pensato come la scena di un quadro; quindi anch’esso in due dimensioni). La seconda perché proiettava la misura di un metro rigido in una serie di metri irragionevoli con il profilo curvato. Fu nell’aereo di ritorno che mi venne la soluzione (negli aerei vengono spesso buone idee, forse per la diversa pressurizzazione dell’aria). Entrambe le opere di Duchamp si fondavano sul concetto di proiezione. Anche la filosofia e l’arte lo facevano. La parola su cui lavorare era proprio proiezione.

Cominciai a scrivere. Credo di averlo fatto per tutta la durata del viaggio, tanto che a un certo punto, quando, terminati i miei, chiesi i fogli del menù di bordo per poterci scrivere dietro, la hostess e forse anche mia moglie Antonella mi presero per pazzo. A darmi la sensazione che il libro oramai fosse impostato furono altre due parole: mutazione e simulazione. La proiezione imponeva alla realtà di mutare da una forma all’altra permettendone così di chiarificarsi. E generava realtà derivate, modelli, che diventavano più verosimili della realtà stessa. Il digitale è infatti il regno dei modelli e del virtuale. Ritornerò su questi concetti.

Per adesso mi interessa solo che il lettore capti il mio entusiasmo su quell’aereo che da New York mi portava a Roma con la trama del libro che si stava costruendo. Aiutandomi con gli appunti di viaggio, scrissi il manoscritto in pochi giorni. Ne era venuto fuori un testo non tanto lungo, tutto centrato sulle tre parole proiezione, mutazione e simulazione. Lo mandai a Saggio che rimase perplesso. Aveva ancora poco a che vedere con l’architettura. E poi era troppo breve per diventare un libro. Mi chiese di aggiungergli qualcosa che lo centrasse sull’argomento architettonico. Era una giusta osservazione, così mi misi a scrivere una parte introduttiva a quella più filosofica, quella che forse ha permesso al libro il suo successo ma che per me era un di più.

A rendere il libro più (felicemente) disarticolato contribuirono due scelte. La prima fu di aggiungere una postfazione di Saggio che a mio avviso ha ulteriormente spostato l’attenzione su contenuti presenti nel libro ma per me non così centrali. La seconda, su suggerimento dello stesso, di titolare il libro “HyperArchitettura”, una scelta indovinata, ma che corre il rischio di far pensare a un’architettura formalmente eclatante o roboante oppure tutta giocata sul virtuale e sui sensivista, udito e tatto, potenziati dal digitale.

Avevo appena pubblicato HyperArchitettura che mi capitò tra le mani un brano dove il filosofo Jean Baudrillard sosteneva che tutto è scambio: per capire la realtà abbiamo bisogno di usare altra realtà e, per capire questa, ancora altra in un processo all’infinito. L’affermazione non era né nuova né particolarmente originale. Diversi altri filosofi, Nietzsche compreso, hanno espresso il concetto sia pure con altri termini. Ma come a volte succede, capita che, proprio leggendo una frase scivolata sotto gli occhi altre volte, si accenda una lampadina. Forse perché la accostiamo ad altre letture che stiamo facendo in contemporanea. Nel mio caso era un eccellente libro di due studiosi americani sulla metafora, un testo di cui non saprei citare gli estremi perché non riesco a trovarlo più nella libreria: forse l’ho buttato erroneamente in uno di quei momenti in cui butto le carte inutili – questa non lo era affatto – per liberare la casa dalle parole superflue e non farmi soffocare dalla polvere che mi leva il respiro. Se tutto, come vuole Baudrillard, è scambio, ne deriva inevitabilmente che ogni cosa è metafora di un’altra. Il mondo ne sarebbe quindi una immensa raccolta.

Le metafore possono però essere di molti tipi: inoltre alcune banali, mentre altre sono profonde, esprimono la struttura della realtà che descrivono. Una cosa è infatti dire che hai guancia di rosa, un’altra disegnare un albero genealogico o progettare il funzionamento di un computer ricorrendo alle metafore della finestra e delle cartelle, un’altra ancora organizzare un modello matematico. L’idea tuttavia che viviamo in un teatro metaforico è a mio avviso affascinante e terribile, perché annulla i confini tra arte e scienza. Non voglio certo banalizzare la scienza trasformandola in un repertorio di immagini poetiche né rendere arida la poesia trasformandola in una costruzione di modelli scientifici sui generis, ma certo è che entrambe si nutrono di un continuo gioco di similitudini, vivono dello scambio metaforico.

Ci sono tre immagini che mi accompagnano da quando ero adolescente. La prima è il mito della caverna di Platone. I prigionieri vedono solo ombre di uno spettacolo che si svolge dietro le loro spalle. Assistono a una proiezione. La seconda è la leggenda della nascita della pittura quando la fanciulla di Corinto, figlia del vasaio Butade Sicionio, innamorata dell’amato che avrebbe dovuto lasciare, ne dipinge, per trattenerne il ricordo, il profilo aiutandosi con l’ombra generata da una candela. La terza proiezione è generata dall’acqua nella quale si specchia Narciso annegando. Sono, fateci caso, tre immagini che ci parlano di conoscenza, di amore, di annientamento, cioè dell’intera nostra vita.

Vi è poi un libro che mi ha segnato profondamente: è “La prospettiva come forma simbolica” di Erwin Panofsky. Quando lo lessi dissi: è questo il testo che avrei voluto scrivere. Mi affascinava l’idea che siamo noi a costruire lo spazio attraverso forme mentali – a priori direbbe un kantiano come Panofsky – che però variano nel corso della storia dell’umanità, come appunto il sistema proiettivo della prospettiva. Insomma che il teatro del mondo, costruito sul gioco metaforico delle proiezioni, ci mostri, attraverso un raffronto tra i modi di vederlo, la struttura del nostro pensiero. Diventa così il nostro specchio, il nostro telescopio interiore attraverso il quale ci possiamo scrutare e interrogare. Quando ho scoperto che Aby Warburg, il maestro di Panofsky, aveva organizzato ad Amburgo la sua biblioteca a forma di teatro, ho pensato che forse avrei dovuto aggiungere un capitolo o un paragrafo ad “HyperArchitettura”, rendendo così più chiaro questo concetto. Come sempre accade, non l’ho mai fatto.

Sto divagando. Torniamo al libro appena uscito. Visto che mi sembrava che pochi lettori avessero captato il significato che davo alla parola proiezione, sperai di avere più fortuna con la traduzione in inglese, quando il libro fu pubblicato dalla Birkhäuser. Ebbe una buona accoglienza (lo vidi negli scaffali di librerie a Parigi, a Londra e a New York) ma, a giudicare dalle poche recensioni, nessuno, tranne forse David Greene, uno degli Archigram, ne apprezzò quella che io oramai scherzosamente definivo la sua componente esoterica.

Per la gran parte dei lettori l’HyperArchitettura era, invece, solo un sinonimo degli edifici bombastici dalle strane geometrie, realizzati cervelloticamente con il computer, inzeppati di schermi e altoparlanti. E ancora oggi non c’è verso di farlo capire: buona parte dei miei lettori, soprattutto quelli che mi bollano come uno zeviano (mostrando così di capire molto poco anche di Zevi), pensa che io ami gli edifici molto strani, decisamente futuristici se non le sfogliatelle elettroniche alla Greg Lynn.

In seguito sono tornato sul concetto di HyperArchitettura con due articoli, riportati per intero in appendice. Perpetuano la scissione tra le due parti distinte che caratterizzano il libro originale, cioè la prima che si occupa di architettura contemporanea (nel libro: il capitolo 1) e la seconda che affronta le tre parole proiezione, mutazione, simulazione (nel libro: i capitoli 2-3-4). Il primo dei due pezzi, “HyperArchitettura oggi”, tentava di fissare le caratteristiche che qualificano l’ architettura dell’età dell’informatica: la perdita del concetto tradizionale di luogo sopperito con sistemi virtuali che, sdoppiandoci, permettono l’ubiquità; la fine della scissione tra animato e inanimato che porta ai così detti edifici intelligenti e, infine, la riflessione sulla triade forma-informazione-relazione responsabile della crisi dell’edificio in quanto oggetto autoreferenziale.

Al secondo dei due scritti tengo di più. Si intitola “Riflettersi” e affronta la questione della proiezione a partire dalla schizofrenia che rende l’uomo umano. È, infatti, l’unico essere che riesce a guardare e, nello stesso tempo a guardarsi, che, cioè, è in grado di dislocare con il pensiero il proprio occhio al di fuori di se stesso. Che, insomma, come gli schizofrenici, si sdoppia. Inutile sottolineare che la stessa parola riflettersi ci rammenta il mito di Narciso che si guarda allo specchio. Ed è ancora più inutile sottolineare che siamo all’interno del teatro della proiezione e della metafora. È interessante notare che in questa chiave possiamo pensare le teorie scientifiche, che presuppongono sempre un occhio dislocato all’infinito (che io chiamo l’occhio di Dio e che corrisponde alla ricerca di un punto di vista oggettivo e aprospettico).

È ancora più interessante notare che la sessa teoria della relatività può essere intesa come una teoria dello sguardo, dove si determina un gioco di anamorfosi, perché si aggiunge, come vedrà chi leggerà il saggio, un ulteriore punto di vista. Se ho aggiunto questi due scritti, avvertendo il lettore che riflettono la irrisolta doppia anima di “HyperArchitettura”, ho tolto la postfazione di Saggio, comparsa nel libro cartaceo. Per tre motivi. I nostri rapporti sono, direi con un eufemismo, complessi, e sarebbe stato faticoso anche il pensiero di richiedergli l’autorizzazione alla pubblicazione del suo scritto. La seconda che il testo di Saggio lo si può trovare altrove, credo tra i suoi scritti su internet, e quindi per chi volesse non è difficile reperirlo. La terza è che, come ho già accennato, l’interpretazione si muove lungo una linea che non è quella principale e opera una sovrascrittura che potrebbe essere fuorviante.

Ho preferito dunque che si triangolassero solo tre scritti che provengono da una stessa mano. La confusione, spero proficua, che possono generare già basta e avanza. Il testo è stato rivisto ed editato da Claudia Ferrini che ha anche disegnato la nuova copertina. La ringrazio per il suo lavoro attento, insostituibile e prezioso.

Roma 20 settembre 2017
Lpp

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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