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This is Tomorrow – introduzione

Luigi Prestinenza Puglisi 7 settembre 2017 L'opinione di lpp Nessun commento su This is Tomorrow – introduzione

Ho messo molto tempo a scrivere questa introduzione, perché è difficile ritornare sui propri scritti ricostruendone la storia. This is Tomorrow, un racconto delle avanguardie dal 1956 al 1976, è stato, con HyperArchitettura, uno dei libri a cui tengo maggiormente.

L’ho pubblicato, nel 1999, pensandolo come il primo di una trilogia. Si è concretizzata con Silenziose Avanguardie, che affrontava il periodo dal 1976 al 2000, e con Forme e Ombre, che copriva dal 1905 al 1933. A quel punto è stato abbastanza semplice raccogliere i tre volumi in una Storia dell’architettura del Novecento, che è quanto sono riuscito a scrivere dell’architettura di un secolo che mi ha appassionato, quello in cui per una casualità a me ancora inspiegabile mi è stato destinato di vivere.

Ho cominciato tardi a fare il critico di architettura, nel 1996, a quaranta anni. Prima mi ero occupato di altre cose: di professione disegnando case per famiglie danarose, di argomenti tecnici e di politica.

I più attenti noteranno che il libro è dedicato a un politico, Paolo Battistuzzi, un carismatico giornalista e uomo di cultura che era recentemente scomparso colpito da un tumore al pancreas. Era stato per me un punto di riferimento, uno dei tre o quattro che ho avuto nella mia vita. Mi aveva trasferito l’illusione che si potesse conciliare ricerca culturale ed attività politica ad alto livello.

Avevo cominciato scrivendo alcuni articoli per l’Architettura, cronache e storia di Bruno Zevi. Grazie a un suggerimento di Antonino Saggio, con il quale stavamo ancora in buoni rapporti, avevo proposto al professor Zevi un testo per la Universale di Architettura.

L’Universale era una collana, edita dalla Testo&Immagine di Torino, tesa a svecchiare il panorama architettonico nazionale con agili monografie, vendute a poco prezzo nelle edicole, sui protagonisti della nuova ricerca architettonica e su altri della vecchia scuola che erano stati ingiustamente trascurati. La collana iniziò con Zaha Hadid e continuò con altri personaggi quali Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Peter Eisenman, Coop Himmelb(l)au e con il mio Rem Koolhaas, uscito nel 1997 con il numero 14.

Dopo Koolhaas venne HyperArchitettura, il testo era una riflessione sulle nuove tecnologie e sul loro impatto sulla cultura. La tesi era che il digitale sviluppa in forma nuova temi e problemi, legati alla proiezione, alla mutazione e alla simulazione che sono ampiamente presenti nella cultura occidentale dai tempi di Gutemberg. È il testo più impegnativo che ho scritto e fa da ideale contrappunto alla Storia dell’architettura del Novecento, che, appunto, stavo accingendomi a scrivere, sia pure a puntate.

Il guaio fu che i due libri, Koolhaas e HyperArchitettura, ebbero buon successo.

Feci, a questo punto, altre proposte a Zevi, tutte rifiutate. La rilettura del progetto Veneziano di Wright lungo il Canal Grande non andava bene, Norman Foster neanche e non ricordo quali altri titoli. Ancora non avevo capito come funzionavano le strane relazioni che si possono instaurare tra persone, soprattutto tra Maestro e allievo, ammesso che si possa definire così la relazione a singhiozzo che ho avuto con Zevi. Mi ero quasi rassegnato, non mi avrebbe pubblicato altro. Pazienza, avrei cercato un diverso editore, in cui non ci fosse stata una figura di direttore di collana così rilevante e predominante.

E invece un giorno mi cercò Maria Spina, la segretaria di redazione nonché anima di un’altra collana che Roberto Marro, sempre nella Testo&Immagine, stava costruendo.

La collana non si occupava che lateralmente di architettura, il focus erano testi delle avanguardie, in letteratura, nel teatro, nelle arti. Mi chiedevano se avessi voluto curare una antologia degli scritti degli architetti della seconda avanguardia, quella, per capirci, sviluppatasi negli anni Sessanta e Settanta. Sia pure marginalmente mi ero occupato di questi temi in alcuni articoli e, comunque, essendo una persona metodica, sembravo in grado di poterla curare. Di curare un’antologia delle avanguardie architettoniche, però, francamente, non avevo alcuna voglia. Ero troppo egocentrico e ambizioso per lasciare parlare solo i testi di altri e, poi, ero sicuro che nessuno avrebbe comprato il libro. Negli anni Sessanta e Settanta c’era il vezzo di scrivere in architettese e filosofese e la gran parte dei brani sarebbero stati indigeribili. Dopo il lusinghiero successo di Koolhaas e di HyperArchitettura, non me la sentivo di pubblicare un libro che sarebbe andato a finire dritto nelle bancarelle dei remainders. D’altra parte se non accettavo questa occasioni, probabilmente, avrei dovuto, come avevo temuto e previsto, cercarmi un altro editore. Ci pensai alcune notti e, alla fine, un’idea mi venne.

Scrivere una storia degli anni Sessanta e Settanta con, alla fine di ogni capitolo, una antologia di scritti selezionati sia per importanza, sia per chiarezza. E se proprio non ce ne fossero stati di questo tipo, tanto brevi da impedire al lettore di sentirsi sopraffatto dalla noia e abbandonare il libro. Roberto Marro accettò di buon grado la mia idea. E fu anche benevolo rispetto ad un’altra ancora più pericolosa. Parlare degli anni Sessanta e Settanta ma premetterli con uno scritto che affrontasse l’oggi, ovvero come le idee dell’avanguardia fossero confluite nelle ricerche che proprio in quegli anni si stavano miracolosamente concretizzando con i progetti di Gehry, della Hadid, di Libeskind e, ovviamente, di Rem Koolhaas.

L’antologia sarebbe diventata un testo di critica operativa. E questo di nascosto dal professor Zevi che nella casa editrice era l’unico che vigilava, attraverso l’Universale di Architettura, sui libri che trattavano di architettura.

Lavorai intensamente al libro consultando le riviste di architettura dell’epoca, viaggiando anche in Canada per vedere le opere rimaste dell’Expo di Montreal, cercando di parlare con i protagonisti dell’epoca (Gianni Pettena fu una delle persone più preziose e gentili e mi aiutò segnalandomi numerose piste da battere). Passai anche un’estate nella terrazza della casa di Minori a scrivere forsennatamente mentre mia moglie Antonella mi ricordava che se avessi continuato così avrei perso la vista. Fatto sta che il libro, in tempo record, fu completato. Rilessi i testi almeno duecento volte, feci almeno trenta copie di bup e spedii tutto a Torino.

Ne ero molto orgoglioso. E ancora di più perché proprio in quel periodo scoprii che la prima casa editrice in cui mio padre aveva pubblicato i suoi libri era anch’essa di Torino. Insomma, mi sembrava che si chiudesse un cerchio del mio destino, di questo strano essere del mondo in cui ogni tanto troviamo strane tracce e inquietanti corrispondenze. A Roberto Marro il testo piacque: si sarebbe pubblicato. Si trattava di scegliere il titolo. Che per me non poteva essere, come spiegherò dopo, che This is Tomorrow. Un titolo per allora giudicato improprio perché in lingua inglese e perché non faceva immediatamente capire che trattava di architettura. Dove lo avrebbero collocato i librai? Una domanda secca dalla cui risposta dipende in buona parte la fortuna di un libro.

Perché avevo scelto il titolo This is Tomorrow? Per la semplice ragione che avevo maturato la convinzione che il Novecento fosse diviso in due metà. Una prima che andava dal 1905, anno della scoperta della relatività, e arrivava al 1956 e una successiva. La prima epoca era dominata dall’idea di uniformità e dello standard. Era scandita dal tempo dell’orologio e della catena di montaggio e dai miti collettivisti. La seconda, la nostra, si muove sui temi della diversità e della personalizzazione. É il tempo della pluralità delle idee, della liberazione dei costumi sessuali, del singolo e originale punto di vista, delle democrazie multiculturali e multietniche che tollerano, anzi vivono, della differenza.

Mi sembrò di leggere la data di spartiacque nel 1956, anno della nascita del pop e della inaugurazione a Londra della mostra This is Tomorrow. A rendermi la tesi particolarmente cara era una coincidenza.

Nel 1956 ero nato anch’io e l’idea che quando fossi nato si prefigurasse una nuova epoca, mi divertiva non poco. Ho sempre pensato che la storia oggettiva non esiste, che é influenzata dal punto di vista degli autori. Farlo in una maniera così sfacciata, ma anche culturalmente costruita e motivata, mi piaceva molto. E mi sembrava uno schiaffo beffardo agli storici di ascendenza tafuriana che ci avevano ammorbato con le loro tesi della accuratezza oggettiva della disciplina contro le frivolezze soggettive della critica operativa.

Appena il testo fu stampato, con Roberto Marro e Maria Spina ci ponemmo il problema Zevi. Come avrebbe accolto un testo di architettura fuori dalla sua collana? Zevi, sapevamo tutti, non era un tipo facile che se la faceva passare sotto il naso. E noi, che ne soffrivamo le catene ma nello stesso tempo ne riconoscevamo la grandezza, ci sentivamo colpevoli di averlo bypassato. Si decise che la cosa da fare era che io l’andassi a trovare per fargli omaggio di una copia del libro. Al massimo me lo avrebbe tirato in testa.

Chiesi appuntamento e lo andrai a trovare alla redazione dell’Architettura in via Nomentana. Mi accolse, come sempre, duro e gentilissimo. Gli detti il libro come se niente fosse. Zevi lo guardò attentamente e mi disse “ Che ci devo fare? Lo devo buttare?”. Non capivo se scherzasse o dicesse sul serio. Ma, con i duri occorre essere non troppo remissivi. Gli risposi “Professore, prima lo legga e poi lo butti”. Lui mi rispose: “Lo butterò”. Io insistetti “Si, ma prima lo legga”. Dal sorriso che fece, capii che stava scherzando. Lo avrebbe letto o, almeno, sfogliato. Non avendo accennato alla casa editrice, capii che l’infrazione di un libro di architettura, al di fuori della sua collana, era stata tollerata. Lo facevamo più rigido di quanto fosse.

Passati alcuni giorni, mi telefonò Marisa Cerruti, la segretaria di redazione e braccio destro di Zevi all’Architettura. Mi comunicò che il professore aveva deciso di presentare il libro nella rivista selezionandone un certo numero di brani. Lei mi avrebbe mandato le bozze per verificarle e correggerle. Dalla scelta dei brani capii che Zevi aveva letto attentamente il libro e selezionato tutti i passi principali.

Ne aveva dimenticato uno solo: quello più importante in cui sostenevo che il Novecento fosse diviso in due. Ho a lungo ragionato sul perché proprio quel brano fosse stato escluso, per arrivare alla conclusione che per Zevi la modernità non può essere scompartita in fasi. Del resto se si pensa che nel primo Novecento operano Duchamp, i Dada e gli Espressionisti, l’idea dell’individualismo come conquista della seconda metà del Novecento deve essere ridimensionata. Anche se è innegabile che, se oggi continuiamo a canticchiare Battisti o i Beatles, non ricordiamo più né Lili Marlene né Grazie dei fiori. Insomma, checché ne dica Zevi, anche noi percepiamo diversamente, a livello incosciente, i due diversi periodi del Novecento. E del resto è ugualmente necessario saper vedere i periodi storici sia attraverso la continuità sia attraverso i salti. E la mia generazione si è troppo nutrita dei saggi di Thomas Kuhn per non optare per i salti tra paradigmi diversi.

Feci presente alla Cerruti che nella selezione operata dal Professore mancava il pezzo con la tesi principale. Lei mi suggerì di aggiungerlo all’insaputa di Zevi. E così feci: aggiunsi il pezzo volutamente dimenticato. Inviai le bozze corrette e la Cerruti, subito dopo, me le rimandò aggiornate. Guardandole, vidi che i caratteri, per far entrare tutto, si erano troppo rimpiccioliti e, insieme, pensai che forse era meglio che i testi selezionati fossero proprio quelli del Professore, la sua lettura critica, non la mia. Telefonai a Marisa e le dissi di lasciar perdere. Era meglio la prima versione.

Fatta la pace con Zevi, che ci aveva pubblicato gli estratti del libro nella sua rivista, chiesi a Marro di mettere il libro on line su internet: chi lo voleva lo avrebbe potuto scaricare gratuitamente. Era un esperimento. La rete stava nascendo e mi sembrava che dare a tutti la possibilità di vedere in anteprima il testo ne avrebbe aiutato il lancio nelle librerie. Decidemmo però che la versione gratuita sarebbe stata senza immagini e senza la parte antologica. L’esperimento funzionò; sia i download che le vendite in libreria andarono oltre ogni previsione. Dopo la prima tiratura prudente di 500 copie, se ne fecero diverse altre.

Ebbi il piacere di vedere il volume nelle vetrine delle Feltrinelli e anche sui banchi in piccole torri, credo la massima libidine per un autore di libri. Che This is tomorrow andasse bene, anzi benissimo, lo dicevano anche le recensioni. Non ne ho avuta alcuna, neanche dagli amici che non la fanno mancare a nessun testo, anche il meno riuscito.

L’unica recensione che riuscii a pietire apparve su Costruire, una rivista alla quale collaboravo, perché la sollecitai amichevolmente chiedendo che il recensore si sentisse libero di scrivere ciò che pensasse. Apparve una stroncatura in cui mi si accusava di capire poco e nulla di architettura. Almeno, però, una recensione la avevo avuta.

Il problema era che in quegli anni i radical e soprattutto i radical italiani erano considerati come una iattura. Nel migliore dei casi degli stravaganti che non riuscivano a costruire niente di serio. Il fatto che poi gli architetti attivi negli anni Novanta li avessero presi come riferimenti, rendeva la questione ancora più inaccettabile. Era quindi escluso che se ne potesse parlare seriamente. Il libro, dicevo, ebbe un ottimo successo di vendita e anche estimatori sia tra gli architetti radical (tra questi Cristiano Toraldo di Francia, nonostante non avessi trattato Superstudio in maniera particolarmente affettuosa) sia tra i professori universitari (alcuni, ovviamente, solo alcuni). E ancora oggi ricevo lettere e commenti di lettori che hanno apprezzato il testo che devo dire, non ho mai trovato tra i remainders.

Per questi motivi avrei voluto ripubblicare il libro in forma cartacea ma, per mille ragioni, una delle quali è che non sono disposto a cedere i diritti per la riproduzione via internet (che continua ad essere gratuita nella versione base) non é stato possibile. E così ho deciso di pubblicarlo in un formato molto prossimo all’originale come e-book approfittando di lulu.com che permette di commercializzarlo a un prezzo simbolico, come ho fatto per la Storia dell’architettura 1905-2006 che nel frattempo è uscita.

Ringrazio l’insostituibile Claudia Ferrini per il tempo, la passione, la dedizione e l’intelligenza che ha impiegato per trasformare il vecchio libro di carta in un aggiornato e-book. È stato un lavoro, credetemi, non facile.

Roma, 29 agosto 2017
Lpp

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Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

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