prestinenza.it
 

HyperArchitettura – postfazione

Postfazione

Come prevedevo, l’uscita dell’edizione e-book di HyperArchitettura ha provocato – anche se non immaginavo tanto violenta e scomposta- la reazione di Antonino Saggio, e cioè del curatore della sezione nella quale questo libro era uscito nel 1998 presso la Testo & Immagine di Torino.

Con Antonino Saggio è diverso tempo che siamo in rotta per ragioni umane e culturali, ma se le prime non credo che in questa sede ci interessino – anche se a volte sono proprio ragioni sin troppo umane che proiettano luci su comportamenti che altrimenti sarebbero ingiustificabili-, le seconde possono aiutarci a comprendere, oltre ad alcuni tic e malformazioni della cultura architettonica italiana di oggi, modi diversi di afferrare la cultura digitale e quindi aiutarci ad affrontare meglio proprio il tema di questo libro, cioè l’HyperArchitetuttura.

Il pretesto della polemica sollevata da Antonino Saggio è stato la trascrizione, nella quarta di copertina dell’e-book appena uscito, di un suo scritto. E cioè dello scritto contenuto nella quarta di copertina della prima edizione di HyperArchitettura (quella apparsa su carta nel 1998). Per chi non lo sapesse, la quarta di copertina di un libro è una breve nota redazionale che serve ai potenziali acquirenti per sapere di cosa il testo parli, senza doverlo sfogliare, togliendolo dal cellophane. Appena se ne è accorto, Saggio ha sollevato un putiferio, muovendomi accuse gravissime di plagio. Accuse sconsiderate anche rispetto alla banalità del fatto. Bastava, infatti, alzare il telefono o inviare un messaggio per chiarire e risolvere in un attimo il problema (che, oltretutto, come vedremo, avevo già risolto).

Cos’era successo?

Claudia Ferrini, che aveva curato l’editing dell’e-book, aveva ripreso, senza farci troppo caso e del tutto lecitamente, le righe della quarta di copertina del cartaceo e subito dopo aveva pubblicato il libro su lulu.com. Non sapeva certamente che il breve testo anonimo fosse stato scritto da Saggio, anche perché di solito la quarta la scrive l’editor della casa editrice presso la quale esce il libro o l’autore stesso.

Quando, dopo poche ore, me ne sono accorto, ho chiesto a Claudia di toglierlo immediatamente. E così è stato fatto. Anche se l’operazione di riportare la quarta del vecchio libro nel nuovo era del tutto corretta, era bene che il libro fosse pulito da ogni frase che potesse essere oggetto di una sia pur minima polemica. Inoltre una delle ragioni per le quali avevo ripubblicato il libro era proprio quella, come si capirà in seguito, di eliminare ogni sovrascrittura del vecchio curatore della collana, quindi tenerne la quarta sarebbe stato un errore.

Nonostante la rapidità con la quale Claudia ha eliminato dall’e-book questa traccia, è stato troppo tardi perché il Nostro aveva già scaricato il libro per osservarlo al microscopio, attivando una reazione a mio avviso inconsulta e gravemente offensiva. Mi accusava di aver riportato le sue frasi senza virgolettarle e quindi di plagio, dimenticando che si trattava di una quarta di copertina -cioè di una descrizione generica- oltretutto non firmata, e, mostrando scarsa conoscenza della mia psicologia, ignorando il fatto che certamente non avrei mai, di mia iniziativa, descritto il mio libro attraverso la sua lettura, che oltretutto, come precisavo nell’introduzione, non avevo mai ritenuto particolarmente centrata.

Si potrebbe liquidare la vicenda come un problema caratteriale, dovuto a un rapporto difficile con un personaggio difficile ed evidentemente non dotato di senso dell’umorismo: era, infatti, divertente che per una svista fosse rimasto, sia pure per un attimo, a me che me ne volevo liberare, come da una camicia di Nesso, un frammento della sua descrizione del libro.

Ma non è andata così e la vicenda ha avuto un seguito sui social network con le più varie prese di posizione, di chi ha capito, chi ha travisato e chi ha fatto finta di travisare, come sempre accade. Lasciamo stare la volgarità della polemica e, anche, l’ambiguo modo, da parte di Saggio di presentare il presunto plagio. Saggio attraverso immagini poco chiare ha, infatti, evidenziato, all’interno della sua postfazione le frasi da lui utilizzate nella quarta, dando così ad un osservatore distratto l’idea che queste sue frasi evidenziate fossero da me state inserite all’interno del mio testo, come se io fossi un volgare plagiaro. Mentre la questione, come ho già detto, era solo relativa alla quarta di copertina.

E, visto che la questione del plagio era evidentemente infondata, ha poi elencato, per dimostrare i suoi diritti sul libro, tutta una serie di suggerimenti, a partire dalla scelta del titolo, che sarebbero provenuti da lui stesso. Una rivendicazione, direi, ridicola: come se noi dovessimo rivendicare la paternità di tutte le opere che hanno utilizzato i nostri consigli e non accontentarci di un semplice ringraziamento o riconoscimento da qualche parte, nella introduzione del libro, come di solito avviene ed è avvenuto. Pregherei però il lettore di fare attenzione a questo passaggio, cercando di vederlo non solo come un problema caratteriale ma come la manifestazione di una convinzione più profonda, che cercherò di esaminare: e cioè che, in quanto curatore della collana e presunto suggeritore di temi, Saggio sembra mostrare la ferma convinzione di essere se non il principale artefice del libro, comunque il suo azionista di maggioranza.

A questo punto potremmo dichiarare conclusa la vicenda; raccontati i fatti, ognuno può farsi un’idea di questa inconsistente accusa di plagio e di paternità dell’opera.

Ma, così facendo, trascureremmo di provare a dare una spiegazione più interessante. La vicenda, infatti, mostra, oltre a due caratteri diversi venuti in rotta di collisione, e questo è di scarso interesse, due diverse concezioni dello spazio – della recinzione o dell’attraversamento- che si sono scontrate e quindi anche due modi diversi di intendere la rivoluzione informatica. Se così fosse, la vicenda stessa potrebbe essere utile a chiarificare il perché ho voluto ripubblicare questo libro, ponendolo al di fuori dai destini della collana diretta da Saggio, collana nella quale il libro a suo tempo apparve.

Che il problema vada oltre la quarta di copertina, come accennavo, appare in alcuni post nei quali il Nostro lamenta la fuoriuscita di HyperArchitettura dalla logica della collana da lui diretta, una quarantina di libri sinora usciti: la collana è, infatti, intesa come una catena di anelli tutti tra loro collegati, dove a parlare non sono tanto i vari autori, ma il curatore. Il quale interviene quasi in ogni testo con una prefazione, una postfazione, uno scritto e, appunto, le quarte di copertina. Insomma è il curatore che sovrascrive l’autore, tracciando sempre una direzione interpretativa.

Questa operazione di delimitazione del discorso impone l’individuazione di un territorio, il tracciamento di confini, la difesa dello spazio da ogni incursione esterna e, insieme, la esclusione di ogni comportamento non previsto, accettato e autorizzato. Si entra con un salvacondotto, non si può uscire se non autorizzati. Non ci vuole molto a intravedere in questa perimetrazione di territorio un’operazione militare, da caserma. Non lo dico con disprezzo: l’accademia con pratiche del genere, certamente meno ossessive, ha organizzato scuole importanti, ottenendo anche eccellenti risultati. Non so con quanta felicità.

La collana, la catena che lega gli anelli della collana, non può essere rotta. Sarebbe come ammettere che in un territorio fortificato ci possa essere una breccia o manchi un bastione. Posto in una sorta di panottico, il curatore della collana vigila sul buon funzionamento di tutte le parti. Come un cane da guardia, marca il territorio, evidenziando i segni del suo passaggio: da qui regole ferree di controllo e di classificazione di ogni singolo reperto e l’ossessione gerarchica.

Allo spazio della recinzione, la civiltà contemporanea ha sostituito quello dell’attraversamento che si fonda su una maggiore libertà di azione. Pensate, per esempio, alla logica della post produzione, dove un autore interviene sull’opera di un altro, spostando il significato dall’oggetto in sé alle nuove relazioni ( e l’informatica cosa è se non liberare le potenzialità delle interrelazioni?). Inutile dire che l’eroe e il principe della post produzione è stato proprio quel genio di Duchamp del quale si parla in questo libro e una cui opera, a sua volta post prodotta, è stata inserita come copertina della nuova edizione di HyperArchitettura.

Non occorre certo andare su internet o su Facebook per accorgersi che oggi la realtà è un gigantesco scrigno di ready made, oggetti comuni e non, di cui è certamente importante ma non risolutivo chiedersi la provenienza, perché il valore artistico risiede altrove. Risiede, come mostra l’arte contemporanea, nelle mille operazioni di scrittura e riscrittura che spostano continuamente l’attenzione dalla fattura dell’opera alle mutevoli e inaspettate relazioni che intercorrono tra soggetti e oggetti.

È questo il segreto, neanche troppo nascosto, del libro che Saggio a mio avviso, senza forse neanche rendersi conto, soffocava.

Sarebbe superfluo, a questo punto, ricordare i teorici della nuova cultura e citare per l’ennesima volta i rizomi e le culture nate da un processo di liberazione che ha assunto, dopo gli anni settanta e con la rivoluzione digitale, una dimensione di massa. Oppure ricordare la mia grande passione per il filosofo Paul Feyerabend. Oramai, il panottico, così come l’ossessione cartesiana per il metodo, sono condizioni dalla quali sfuggire, ovviamente dopo averle ben conosciute ed essersi confrontati con esse.

Viviamo in una logica di attraversamento, spesso attraverso percorsi imprevedibili che tagliano fuori strade tracciate, allineamenti precostituiti, bastioni e steccati innalzati e, soprattutto, impediscono sovrascritture autoritarie e unilaterali.

Nessuno, infatti, può pensare di sovrascrivere alcuno se non all’interno di un gioco reciproco e che ha altre regole da rispettare, certo la correttezza etica del riconoscimento delle attribuzioni e dei crediti, che nelle mie opere c’è sempre stato, ma anche la leggerezza, l’ironia, il giocare su più livelli di senso e la pariteticità che mette in costante discussione le gerarchie di ruoli e di senso.

Ripeto per evitare che si creda, come i malevoli vogliono far intendere, che  “attraversare” voglia dire “farlo da predoni”: la lbertà implica una maggiore e non una minore responsabilità. Ma implica anche avere posizioni diverse rispetto alla logica del controllo e dell’esclusione. Ho di regola rifiutato, per esempio, di cedere alle case editrici il diritto di autore dei miei libri, e il fatto di esserne il proprietario mi serve non per filtrare chi entra o porgli delle condizioni ma per dare accesso a tutti attraverso la rete.

L’obiettivo è, infatti, diventare nodi di un libero movimento di interconnessioni che si attua attraverso un gioco continuo e a volte imprevedibile.

Gioco a multiple entrate e uscite che, credo, in buona parte sfugga all’ossessione di controllo dello spazio recintato e delle strade precostituite di Antonino Saggio. Che quindi non può che reagire scompostamente davanti alla rottura di un anello della sua collana, della sua pratica curatoriale di sovrascrittura, mostrando così di avere un’idea molto diversa dalla mia rispetto ai valori e ai metodi della rivoluzione informatica.

Insomma: ingabbiato come mi sembrava che fosse all’interno di una fortezza, gestita da un curatore di collana che ha una idea antitetica alla mia di cultura, il libro, a cui io sono più affezionato, correva il rischio di contraddire sé stesso. Ecco perché ho deciso di liberarlo.

Ed ecco probabilmente perché Saggio ha risposto con tanta violenza verbale allo strappo, anche avanzando accuse a mio avviso infamanti e pretestuose, di cui dovrà sempre rispondere alla sua coscienza.

Il mio obiettivo è lasciare, a coloro che entrano nello spazio del libro, la facoltà di riscriverlo attivando processi di proiezione, mutazione, simulazione. Chi pensa che sia una storia di plagio, non solo dubito che sappia tecnicamente cosa sia il plagio, ma temo che non abbia capito che attraverso HyperArchitettura ho provato a mettere in scena una storia, sia pur piccola e sovrastrutturale, di libertà.

 

Sabato 7 ottobre 2017, ore 7.43

About The Author

avatar

Luigi Prestinenza Puglisi é nato a Catania nel 1956. Fa il critico di architettura. È presidente dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica e direttore della rivista online presS/Tletter (www.presstletter.com). È stato curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche) - una raccolta dei migliori progetti realizzati dagli architetti italiani negli ultimi anni - e docente di Storia dell’architettura contemporanea (Università di Roma La Sapienza). Ha scritto numerosi libri. Quello a cui tiene di più è: HyperArchitettura (Testo&Immagine 1998). Quello che ha venduto di più è: This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea (Testo&Immagine, 1999). Quello che avrebbe voluto che vendesse di più è: Introduzione all’architettura (Meltemi, 2004). Quello che ha avuto le migliori recensioni: New Directions in Contemporary Architecture (Wiley, 2008). E poi vi è il più recente: Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012) destinato a tutti coloro che vogliono scrivere di architettura e imparare i principi dello storytelling. 
Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 liberamente scaricabile e consultabile sul sito www.presstletter.com e sulla pagina facebook dedicata: History of Contemporary Architecture by lpp.

Leave A Response